Benvenuti

Carissimo Viandante del Web,

se per caso ami la cultura e l'avventura e vorresti conoscere una terra magica e misteriosa, come la Sicilia, questo è il tuo blog. "Il Veltro", come un "segugio", ti indica la via per raggiungere luoghi affascinanti e antichi, tradizioni e feste popolari d'altri tempi e una e più storie.

Leggendo, viaggerai.
Buona Lettura.

Flavio R.G. Mela

Per inviare gli articoli personali o per comunicare
con "Il Veltro Blog" scrivere all'indirizzo e-mail:

segreteria.ilveltro@gmail.com



Spot. Il Veltro. Il Viaggio continua.



Visualizzazione post con etichetta Archeologia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Archeologia. Mostra tutti i post

LA VILLA RITROVATA

del Prof. Francesco Aleo, docente di Patristica presso la Facoltà Teologia di Palermo e Catania (Socio onorario di Siciliantica di Piazza Armerina)


Il Veltro ringrazia, per questo prezioso intervento, l'Ass. Siciliantica di Piazza Armerina

La Villa romana del Casale di Piazza Armerina, di recente inaugurata e riaperta al pubblico, dopo circa sei anni di laboriosi restauri, presenta all’esterno, agli occhi del visitatore che si appresta ad entrarvi, gli edifici dell’Atrium e della Basilica, che, in tal modo, gli vengono incontro come doveva avvenire in antico. La nuova copertura, progettata e realizzata dall’architetto Guido Meli, con la supervisione dell’Alto Commissario Vittorio Sgarbi, presenta, chiaramente e sobriamente, i contorni e le linee che definiscono i volumi dei locali suddetti, annessi al Peristilium che circonda il giardino e la piscina - vero e proprio Hortus conclusus - il cuore della Villa romana del Casale. Non violentemente imposte a chi guarda, grazie al colore neutro che si adatta senza difficoltà alla luce dell’ambiente naturale e nemmeno brutalmente giustapposte alle strutture murarie esistenti, le volumetrie esterne, ad altezza crescente, mostrano l’originaria linea ascendente, lungo la quale si dispongono gli ambienti della costruzione. L’intera planimetria della Villa, caratterizzata da una «disarmonica armonia», come notato dal Settis, rivela quasi “teofanicamente” l’edificio basilicale, effettivamente edificato su un livello superiore a quello del Peristilium e dell’Atrium. L’effetto è amplificato dai gradoni che introducono alla Basilica, il cui ingresso è posto in corrispondenza della metà della lunghezza dell’Ambulacrum, detto Corridoio della grande caccia, ma che, in realtà, riproduce un criptoportico. Parlare, quindi, di semplice protezione o di semplice salvaguardia dei mosaici e delle vestigia architettoniche che la nuova copertura intende perseguire, non rende del tutto giustizia al progetto ed all’operazione, realizzate e in fase di completamento, sui resti cospicui e ben conservati della Villa romana del Casale. Ricordiamo, infatti, come non ci troviamo dinanzi ad una sola stanza con un pavimento musivo ben conservato, da proteggere dalle intemperie, com’è il caso della Villa romana del Tellaro presso Patti. Non si tratta, nemmeno, di tre stanze da salvaguardare, come nel caso della Villa romana di Malvaccaro, in provincia di Potenza, con un pavimento musivo aniconico, privo cioè di raffigurazioni o di immagini di pregiata fattura. Nel caso della Villa romana del Casale, presso Piazza Armerina, ci troviamo dinanzi a più edifici, di notevoli dimensioni, raccordati l’uno all’altro, attorno al grande Peristilium. La pianta complessiva della Villa, in seguito ad una fortunosa circostanza - quale la frana che l’ha pressoché sigillata per almeno cinquecento anni – si è quasi del tutto conservata, in alzato. Ricordiamo, dunque, che la Villa romana del Casale non è soltanto la “Villa dei mosaici”, ma soprattutto, secondo la felice definizione del Carandini, un «edificio pseudourbano», risalente al IV secolo, comprensivo di fasi costruttive o di restauro che si prolungherebbero fino al V secolo. Per la varietà e l’unicità delle sue tipologie architettoniche ben conservate (Thermae, Apodyterium, Peristilium, Ambulacrum, Basilica, Diaeta, Cubiculum, Oecus o Xystus, Trichorium o Triclinium), si è reso necessario avviare e realizzare un iter progettuale che non realizzasse un puro e semplice “contenitore” che proteggesse e salvaguardasse la Villa. La nuova copertura della Villa romana del Casale, vista l’inadeguatezza della precedente, progettata e realizzata dall’architetto Minissi, si è ispirata al criterio del minimo intervento, ovvero il più possibile contenuto che comportasse la minima compromissione del “testo”, nella sua valenza documentaria. Si apprezza, dunque, particolarmente, l’appoggio degli elementi di sostegno su supporti in legno fissati alle murature antiche, con malte non aggressive, a differenza degli elementi di sostegno della precedente copertura che, invece, “offendevano” le murature antiche, con l’intrusione in esse di supporti metallici e con la conseguente iniezione di cemento al loro interno. Il “testo” della Villa romana del Casale è fatto non soltanto di mosaici e tipologie architettoniche e costruttive, proprie dell’architettura ellenistica e romana tardo-antica, ma anche di affreschi, rinvenuti sia sulle pareti esterne dei muri della Villa sia su quelle interne delle stanze d’abitazione o di rappresentanza, dalla valenza più o meno pubblica od ufficiale e di opus sectile, rinvenuto e conservatosi, nonostante gli spogli dell’ ’800, sul piano di calpestio della Basilica. Si rendeva necessario creare non semplicemente un “percorso” che rendesse fruibile ai visitatori presenti all’interno la Villa, in specie i pavimenti musivi, intento perseguito dalle passerelle metalliche di Minissi, che “seguivano” i mosaici. Si rendeva necessario superare una semplice filosofia della conservazione, che, giustamente, parte dalla scelta irrinunciabile di preservare nel loro contesto originario l’apparato musivo, e dalla necessità di esporre i mosaici ad un’agevole e corretta fruizione pubblica. Intento, peraltro, perseguito dalla copertura di Minissi, nonostante le elevate temperature in estate ed il rigore delle basse temperature in inverno - dovute all’“effetto serra” della copertura in plexiglas - che compromettevano l’integrità delle tessere musive. Si rendeva necessario, piuttosto, far entrare il visitatore nell’habitat “domestico” di questa Villa, i cui mosaici parlano continuamente dell’ “abitare urbano” e dello status di vita di un importante personaggio dell’aristocrazia senatoria e della sua familia, includente anche gli schiavi, posti al suo diretto servizio. Si comprendono, dunque, in questa logica nuova, propria della new archeology, all’insegna della conservazione e della valorizzazione del monumento, in vista di un approccio nuovo all’antico, non predatorio né estetizzante, i passaggi più larghi, capienti ed agevoli per i visitatori, rispetto alle passerelle metalliche precedenti, sospesi sopra le murature delle pareti delle stanze interne alla Villa, ad un’altezza superiore, rispetto ancora alle passerelle del Minissi, che consentono di apprezzare non soltanto i pavimenti musivi, ma ora anche gli affreschi, conservati sulle pareti delle stanze interne - mirabilmente evidenziati e restaurati - e gli elementi architettonici delle stanze rimasti in loco, che aiutano a decifrare la tipologia d’uso degli ambienti interni alla Villa. Inoltre, la copertura in legno ed in materiale ultraleggero ricostruisce il soffitto a céntina come doveva essere in antico, nonché le absidi alle estremità dell’Ambulacrum della grande caccia e quella della Diaeta di Orfeo, non evidenziate minimamente né ricostruite con la copertura precedente. Infine, l’effetto d’ombra e la luce soffusa, all’interno della Villa, oltre che stabilizzarne la temperatura e riparare dalla luce solare, tentano di riprodurre quell’habitat “domestico” che trova la sua deroga nell’illuminazione della Basilica, dotata di un soffitto ligneo che ricostruisce e suggerisce i cassettoni ed i lacunari di quello originale, in direzione della riproduzione e del compimento di quell’effetto “teofanico” originario, richiamante la solennità del cerimoniale imperiale di corte, come evidenziato dagli studi della Mac Cormack. L’effetto scenografico che il Dominus intendeva perseguire, con la costruzione in elevato della Basilica e con l’annessione dell’Oecus o Xysthus al Trichorium o Triclinium, è stato riconosciuto e tenuto in considerazione dalla nuova copertura dell’architetto Meli, naturalmente con i limiti e le condizioni di un progetto che rimane unico al mondo e non ha finora eguali. Se, usando le parole di Cicerone, proprio al riguardo della costruzione della Villa, questa, con la sua sontuosità, doveva assicurare al Dominus, non solo commoditas ma anche dignitas, si può affermare che, ora, la Villa romana del Casale, ha raggiunto la sua dignitas.

Archeologia. I Misteri di Tornambè e il "Phrourion" di Cuddaru di Crasto.

Il concetto di mistero è in Sicilia concretizzato da mille e più sfaccettature della sua cultura materiale ed immateriale. Vi sono luoghi così arcaici e antichi che scoprire l’origine della loro esistenza è solo un esercizio che può compiere l’immaginazione. A volte capita che natura e paesaggio antropico siano divisi da una linea talmente esigua che riconoscere dove termina una ed inizia l’altro è molto complesso. E’ il caso delle misteriose rocche di pietra della contrada Tornambè – Fastuchera, presso l’abitato di Pietraperzia (Enna). Molte volte il Veltro ha visitato questa cittadina, descrivendo luoghi storici e archeologici di particolare pregio, come la Piramide di Cerumbelle o il Castello Barresi. Ma mai si poteva sospettare che qualcosa del genere, come queste ancestrali rupi, costellate di tombe e incavi, potesse esistere. Un angolo di storia incastrato nel tempo. Entrando nell’area archeologica, visibilmente non curata e lasciata alla mercè della natura, tipica di un ambiente mediterraneo, a volte arido, ci si pone innanzi al quesito se ciò che si sta osservando siano semplici, seppur magnificenti, speroni di roccia. Presto, non senza stupore, si scoprono i segni di una civiltà antica e perduta. Si parla di età preistorica, si parla di età del Rame tardo (2600 – 2400 a.C.). Alcuni frammenti di questa età, nella loro sottospecie della cultura preistorica siciliana, chiamata di Malpasso (località vicino Calascibetta), sono stati scoperti nell’area archeologica. Si presentano a superficie rossa, lucidata e creata con un impasto grezzo e grossolano. Poi ecco l’età del Bronzo antico (2300 – 1450 a.C.), che nel caso siciliano prende il nome da Castelluccio, località sita tra Palazzolo Acreide e Noto nella Provincia di Siracusa. E’ una cultura preistorica che si caratterizza per l’uso di tombe a forno senza pozzetto verticale, normalmente situate alle pendici di zone collinari. Inoltre, la ceramica castellucciana è tipicamente a fondo rosso o giallo con decorazioni geometriche nere o brune. A Tornambè – Fastuchera le caratteristiche della facies castellucciana sono perfettamente individuabili nei frammenti trovati nell’area. Tombe a grotti cella bucano diverse pareti di roccia, ricreando un’atmosfera sacra, tipica di ogni luogo legato ai defunti.
Durante l’escursione presso il complesso roccioso, si procede lentamente e ogni passo è una scoperta e uno stupore, soprattutto quando arditamente ci si arrampica su qualche sperone di roccia. La vallata del fiume Salso si distende all’orizzonte e sono facilmente individuabili le località cittadine di Caltanissetta e San Cataldo. Proseguendo e inoltrandosi tra gli stretti sentieri tra le rocce si può notare un grosso muro di pietra a secco. Vi sono diverse teorie circa questa costruzione. Si parla dell’opera dei Siculi che, durante, il XV secolo a.C. cacciarono gli indigeni Sicani. Si ipotizza anche che la costruzione sia stata voluta da Dionisio I, Tiranno di Siracusa, durante la guerra greco-cartaginese, volendo creare uno sbarramento tra la Sicilia per l’appunto greca e quella legata all’epicrazia cartaginese. Questa sorta di muraglia difensiva parte proprio dalla Fastuchera per spingersi fino ad Est, in direzione di Gibel el Gabib. La forza strategica del sito di Fastuchera e l’altezza, che gli garantisce una visuale totale sulle vallati, lo ha reso probabilmente un baluardo tra la Sicilia orientale e quella occidentale. Chissà quante genti si incontrarono alle sue pendici e chissà quanti scontri si ebbero a realizzare tra chi viveva lì e chi giungeva da altre terre per invadere e conquistare nuovi territori.
E mentre si immagina come poteva essere la vita lì su quelle rocce, avanzando nell’esplorazione e discendendo lungo il fianco della prima collina, si accoglie con lo sguardo uno spiazzo. Lì, mimetizzata con l’ambiente roccioso, si distende il perimetro circolare di una capanna preistorica, datata ipoteticamente intorno al 2000 a.C..
Infine, alzando lo sguardo alla destra della capanna, ecco le pendici di quello che apparentemente si presenta come uno sperone di roccia, comuni nel territorio di Pietraperzia. In realtà si tratta del famoso “phrourion”, o avamposto d’osservazione, di Cuddaru di Crasto. Sono visibili tracce umane lungo le pareti, dove vi sono tombe a grotti cella con volta a forno, e in sommità, veramente difficile da raggiungere. Per accedere ad essa, si può procedere lungo uno stretto e ripido sentiero che si dirama nel fianco della cresta rocciosa o affrontare di petto una scalata ardita e audace. Nell’uno o nell’altro modo, lo spettacolo che si mostra in cima cancella ogni fatica. Da quella vetta, chi osservava, controllava tutta l’intera vallata e allo stesso tempo non veniva avvistato da chi poteva giungere dal basso. Chi passava le proprie ore sopra la “fortezza” naturale poteva muoversi su due piani, scavati interamente nella roccia viva. Il primo, più basso, è una terrazza, dove sono presenti tre grosse cisterne. Una delle tre presenta ancora i segni di dove veniva appoggiato il coperchio e, in più, anche la canaletta, ricavata dalla roccia, tramite la quale l’acqua piovana si versava dentro. Per salire al piano più alto v’è una scala intagliata nella pietra, perfettamente conservata. Raggiunta la sommità sono presenti dei vani, probabilmente ad uso di vedette.



(Foto del "Phrourion". Da sinistra. 1 - Scalinata nella roccia per piano superiore. 2 - Vano sul piano superiore. 3 - Una delle cisterne nel piano inferiore. 4 - Vano sul piano superiore)

Cuddaro di Crasto, forse per il suo nome, ha suscitato in alcuni studiosi l’idea che potesse trattarsi della città sicana di Krastòs. Ma nulla è certo. Il mistero di questo sistema, Tornambè – Fastuchera da un lato e Cuddaro di Crasto dall’altro, permane e solo una conclusione è plausibile. Grazie alla sua posizione strategica e al valore di controllo sul territorio circostante, l’agglomerato roccioso è stato luogo di vissuto antropico per diversi secoli, persino durante il periodo medioevale, periodo del quale è stata trovata diversa ceramica invetriata. Un periodo lunghissimo, sin dall’età del Rame, che categorizza questi luoghi come eterni e imperituri nel tempo, figli di una storia siciliana che si perde ancora una volta in episodi ignoti. Visitare il sito archeologico di contrada Tornambè- Fastuchera è un’esperienza unica e imprevedibile per chi ama la storia, la natura, ma soprattutto stupirsi.

Flavio Mela

* Le datazioni e i riferimenti storici sono tratti dagli interventi del Dott. Ugo Adamo, Presidente dell’Archeoclub di Piazza Armerina.

Clicca sulle foto per ingrandirle




(In alto da sinistra a destra. 1 - Paesaggio della vallata del fiume Salso. 2 - Sperone di roccia. 3 - Tomba a grotticella.)




(Foto da sinistra. 1 - Costone di roccia. 2 - Parete di roccia con tombe a grotticella)

Archeologia. La Dea di Morgantina. La storia, il ritorno, l'evento.

Trafugata tra il 1970 e il 1980, la famosa Dea di Morgantina, erroneamente conosciuta come la Venere, è tornata alla sua patria e il 17 maggio sarà visitabile dal pubblico. Un evento emozionante perché torna uno dei tesori più importanti del patrimonio archeologico del centro Sicilia. La statua, anticamente venerata nella città greco sicula di Morgantina, a pochi kilometri da Aidone, è stata fino adesso custodita all’interno del J. Paul Getty Museum. Il 25 settembre del 2007 a conclusione di una serie di trattative tra il Ministero dei Beni Culturali italiano e quattro musei americani, ovvero lo stesso J.Paul Getty Museum, il Metropolitan Museum di New York,il Museum of Fine Art di Boston e il Princeton University Art Museum sono stati restituiti ben 67 capolavori, tra i quali la dea di Morgantina.
La statua della dea si presenta alta e possente nella salda anatomia scultorea. Le sue “carni” sono composte da materiali lapidei, tra cui calcare per il corpo e marmo per la testa e gli arti, secondo la tecnica acrolitica, tipica della cultura greca e di cui, all’interno del Museo, si ricordano gli Acroliti di Demetra e Kore.
Un panneggio delicato avvolge il corpo della dea, donandole un che di animato e scomposto, tanto da garantirle grande vitalità. Infatti, le vesti sono caratterizzate dal cosiddetto “effetto bagnato”, tecnica praticata ad Atene nel V secolo dal famoso Fidia e dalla sua scuola per le statue del Partenone. Il viso della dea è ieratico e attento, ma privo di capigliatura, che, secondo gli esperti, doveva essere di metallo dorato. Un arto si protende dal busto, quasi a benedire, ma la posizione delle dita fa pensare alla salda stretta su qualche oggetto, forse una fiaccola.
La dea dai 2,30 metri è stata sempre conosciuta come la “Venere”, ma probabilmente doveva raffigurare la dea Demetra, il cui culto nel centro Sicilia era riconosciuto e radicato. Forse nell’atto di cercare la figlia Proserpina, forse con una fiaccola su citata, la dea avanza nello spazio nella sua fermezza e nei suoi intenti.
La statua ha raccontato ai propri antichi fedeli il mito di una ricerca, ignara che nei secoli futuri, dopo il fermo di un riposo provvisorio nella calda terra della sua Morgantina, avrebbe vissuto essa stessa un “rapimento”. Infatti, la Dea di Morgantina doveva trovarsi “in località San Francesco Bisconti, area contrassegnata dalla presenza di sacelli arcaici (piccole aree recintate e senza coperture, situate intorno ad un altare) e da rinvenimento di frammenti di statue in terracotta a grandezza naturale. Rotta in tre parti,forse già al momento della caduta in antico, l’opera attraverso vari intermediari e seguendo l’iter consueto tracciato dai trafficanti di reperti antichi, venne esportata illegalmente prima in Svizzera e poi in Inghilterra.
L’antiquario britannico Robert Symes. uno degli antiquari più noti a livello internazionale che nel
1986 acquistò la statua per 1,5 milioni di dollari rivendendola due anni dopo al Getty per 18 milioni di dollari. Le clamorose rivelazioni rilasciate nel 1988 da Thomas Hoving, ex-direttore del Metropolitan Museum di New York, alla rivista “Conoisseur” riguardo la presunta provenienza della statua dal sito di Morgantina, uno dei territori più saccheggiati dalla Sicilia, fecero scattare le indagini della magistratura ennese. Già in quegli anni, la Soprintendenza di Agrigento, allora competente per il territorio di Morgantina, aveva denunciato scavi clandestini concentrati nell’area sacra di San Francesco Bisconti e le dichiarazioni di Hoving sembravano coincidere con le indiscrezioni raccolte dalla stessa Soprintendente Fiorentini circa la scoperta di una grande statua di culto. Le procure italiane e il Comando dei Carabinieri Tutela Patrimonio culturale avviarono un complesso lavoro di indagini giudiziarie per far luce sulle varie fasi del trafugamento di importanti reperti tra i quali il gruppo di acroliti in marmo acquistati dal magnate dei diamanti Templesman e il tesoro di argenti finito nelle collezioni del Metropolitan.
Si aprì in quegli anni un delicato e difficile contenzioso con i più importanti musei americani destinato a concludersi, solo dopo alterne vicende, sensazionali rivelazioni e complesse trattative con la restituzione all’Italia di straordinari capolavori. (Tratto da Relazione ufficiale dell’Assessorato ai Beni Culturali della Regione Sicilia)”
La dea di Morgantina torna dunque al suo popolo e la conquista dell’identità siciliana acquista ancora un tassello del passato e della sua storia. A seguire lo straordinario video promozionale dell’evento, che molti ricorderanno come il “ritorno” della dea. Il video è stato creato dalla Regione Sicilia.

Si ricorda che la Dea di Morgantina sarà visitabile dal 17 maggio al Museo Archeologico di Aidone. Per l’occasione saranno organizzate delle visite guidate sia all’interno dell’area museale che nel sito archeologico di Morgantina.
Per maggiori informazioni visitare il sito web http://www.deadimorgantina.it/ o telefonare al numero 0935/87955.



Flavio Mela

Archeologia. Pietraperzia. Viaggio nell’antica preistoria

In Sicilia si possono trovare paesaggi che nulla hanno da che invidiare ai verdi territori irlandesi o scozzesi. Questa è la sensazione di chi ha avuto l’esperienza di conoscere la cittadina di Pietraperzia, un paese dell’interno siculo, poco distante dalla città di Enna.Un paesino ridente, soleggiato e abbastanza genuino nelle sue tradizioni e nel suo substrato sociale dove, sembra, l’influsso della modernità non ha scombussolato il senso di antico che ancora oggi si legge nel volto del paese. Pietraperzia è un bel paese e la sua particolarità più forte è quella di stagliarsi in cima ad un’alta collina dalla quale domina tutta una vallata verde solcata dal fiume Salso. Una posizione che, circa 5000 anni fa, gli diedero i Sicani, indigeni di Sicilia, a cui sicuramente piacque la fertilità dei luoghi e la possibilità di grandi pascoli per i loro bestiami. La presenza di tali uomini antichi è testimoniata da ben 50 siti preistorici tra i quali la misteriosa “piramide” di Cerumbelle. La posizione del sito archeologico è poco fuori la cittadina e bisogna sicuramente munirsi di grande volontà, acqua e scarponi. Dopo aver percorso una strada in mezzo a distese di campi di grano si giunge in una piana dove la piramide domina incontrastata con i suoi 12 metri di altezza, 55 metri di lunghezza e 30 di larghezza. Un silenzio suggestivo l’avvolge e quando ci si avvicina si sente tutto il peso dei secoli. La piramide ha una struttura collinare e piramidale ed è formata da tre strisce di gradoni al di sopra dei quali si presentano degli ambienti delle strutture monolitiche.Una sorta blocco di pietra, a forma di “divano”, è ritenuto dagli archeologi una sorta di altare sacrificale. I gradoni sono per di più solcati nella loro metà e in tutti e quattro i loro lati da quattro sottili strisce di gradini che corrispondono, dati gli studi scientifici, ai quattro punti cardinali che farebbero ipotizzare ad un culto religioso legato al sole. Affascinante esempio di archeologia preistorica, è unica l’emozione che concede per chi ha l’ardire di raggiungere la sua vetta dalla quale ci si può beare di uno spaccato paesaggistico impressionante. Ritornando al paese ed osservando verso il fronte della vallata si può ammirare il grande costone roccioso delle Rocche preistoriche. Altissime e ripide, queste montagne sono costellate da caverne scavate nella roccia e da buche che probabilmente hanno accolto le tombe di gente dell’età preistorica. Ma al di là del dato storico, scalare questo costone di natura è un’esperienza tonificante per l’anima e anche il corpo. La macchia mediterranea si è mantenuta inalterata e originale e infatti, non prima di essere giunti nel pianoro sottostante, dal quale si può avere una visuale completa del paese di Pietraperzia, si inizia una scalata tra cespugli di ginepro, euforbia, mirto, alaterno e così via. Giunti alla metà del costone si iniziano ad intravedere le prime buche nella roccia che vanno a formare delle enigmatiche caverne collegate tra di loro da strettissimi corridoi. Giunti poi nel pianoro vicino alla sommità ci si può riposare per recuperare le forze e per prepararsi ad affrontare una delle imprese più emozionanti: raggiungere il così detto “occhio della balena”. Assomigliante al mammifero marino nella forma, esso non è altro che una grossa cava nella roccia sulla cima del costone più alto. Si raggiunge con fatica ma il tutto viene ripagato da un’aria frizzantina e da una vista memorabile dalla quale è possibile anche vedere la città di Enna. Furono proprio questi costoni di roccia bucherellati da tombe preistoriche e caverne a dare il nome al paese di Pietraperzia che deriva per l’appunto dal dialetto siciliano “Petri perciati” che significa “pietre forate”. Per chi volesse raggiungere la cittadina, essa dista 93 Km da Agrigento, 21 Km. da Caltanissetta, 104 Km. da Catania, 39 Km. da Enna, alla cui provincia appartiene, 208 Km. da Messina, 163 Km. da Palermo, 120 Km. da Ragusa, 170 Km. da Siracusa, 262 Km. da Trapani.
Flavio Mela

Archeologia. Sulla collina di Sabucina.

Nei pressi della città di Caltanissetta, si trova uno degli insediamenti greco-siculo più interessante del centro Sicilia: Sabucina. Il sito ha locazione su un pendio collinare ed è disposto a terrazze, assumendo una posizione strategica sul fiume Salso.Insediamento abitato dal Bronzo recente (XIII-XII sec.) fino all'età classica, Sabucina presenta diverse tipologie di abitazioni. All' età del Bronzo tardo (XIII-XI secolo) appartengono almeno quindici capanne a pianta circolare con diametri da 3,5 a 7 metri e costruite con pietrame a secco con copertura straminea.Ad esse si legano, non sempre, dei piccoli annessi di pianta semicircolare o rettangolare. Dello stesso periodo sono anche alcune capanne, nei limiti estremi del villaggio, destinate ad attività artigianali, che dovevano avere una posizione sicuramente marginale rispetto alle aree abitative.Nell'insedimento capannicolo del Bronzo recente il ritrovamento di corna di bovini, arieti e cervidi (cella A dell'ipogeo 1/83, nei pressi capanna 16) ha fatto supporre agli studiosi che lì sono state svolte delle pratiche cultuali agro-pastorali di carattere domestico. Ma non è certo poichè lo stesso ritrovamento potrebbe essere legato ad una sorta di piccolo scarico di ossa di animali.
Abitazioni più recenti, legate al X-IX secolo a.C., hanno una pianta rettangolare bipartita. Interessante tra queste abitazioni la presenza di tombe ipogeiche, sicuramente non coeve al periodo delle case, e riutilizzate durante l'età arcaica. Ancora più recente, ovvero VIII-metà VI sec., è un edificio (D) di probabile destinazione cultuale, con bassa banchina intonacata fornita di due fossette circolari, una delle quali doveva avere uso rituale.
Durante la colonizzazione greca, Sabucina mantiene, come villaggio, una pianta irregolare e,
durante il VI secolo, esso si restringe nella parte sommotale della collina e viene circondato da una cinta muraria. Di quest'ultima, nell'età arcaica fornita da torri semicircolari, restano delle strutture inglobate in un torrione situato all'estremità orientale della fortificazione della seconda metà del V secolo, con torri rettangolari. La distribuzione urbanistica all'interno comprende una strada principale est-ovest, dalla quale si dipartono due vie più piccole e irregolari, convergenti in uno spazio aperto identificato come area pubblica. Un dato importante di influenza greca sono le case che iniziano, alla metà del VI secolo, a divernire ambienti rettangolari che si sviluppano attorno a cortili lastricati forniti di canalette di scolo e cisterne. Naturalmente sia le fortificazioni che il maneggiamento nell'urbanistica del villaggio, presuppongono un interessamento greco attirato soprattutto dalla posizione strategica del sito. A questo si associa anche l'utilizzazione, dal VII al VI secolo, di tre capanne a pianta circolare disposte sul pendio meridionale, di probabile utilizzo sacrale, dove sono state ritrovate statuine, legate al mondo pastorale, e resti di sacrifici animali, come le ossa di maiale che legherebbero l'area sacra a culti di tipo ctonio. Di grande importanza è il cosìddetto Sacello di Sabucina. Esso è un modello di sacello (dal latino sacellum che vuol dire recinto sacro) con cella rettangolare e pronao in antis, rinvenuto insieme ad altri vasi di produzione locale ed attici a figure nere. La decorazione inoltre con figure di cavalieri sul tetto simili ai gruppi acroteriali equestri di Gela e Camarina.
Infine, per tornare alla storia de
ll'insediamento, distrutta intorno alla metà del V sec., Sabucina venne ricostruita un secolo dopo dal condottiero greco Timoleonte e poi abbandonata dopo il 310 a.C., quando la popolazione occupò la zona pianeggiante ai piedi della collina.
Tutti i reperti ar
cheologici ritrovati a Sabucina sono custoditi nello straordinario Museo di Caltanissetta in contrada Santo Spirito. Di seguito si riportano tutte le informazioni per visitarlo e per informarsi circa le visite presso il sito archeologico:
Tel. : 0934 567062 - fax 0934 567086
Orari ingresso : Tutti i giorni 9,00-13,00 e 15,30-19,00, ultimo Lunedì del mese chiuso.
Inoltre per approfondire la vostra conoscenza sui siti e sulla cultura di origine sicana o sicula è consigliato il testo di " ALBANESE PROCELLI R.M., Sicani, Siculi, Elimi: forme di identità, modi di contatto e processi di trasformazione, Milano, Longanesi & C., 2003. "
Flavio Mela