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Flavio R.G. Mela

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Miti e Leggende. Sulle orme di Ercole...ad Agira

Paesaggio di Agira

Il famoso storico Diodoro Siculo, noto nell’antichità, ebbe i propri natali proprio ad Agira. E’ grazie a lui che si è tramandata nel corso dei secoli la tradizione secondo cui il mitico Ercole arrivò nel centro Sicilia . Si narra che qualche tempo prima Ercole aveva affrontato la sua decima fatica: sottrarre i buoi a Gerione, gigante con tre corpi e tre teste. Riuscendo a colpire con una sola freccia i tre cuori nei petti del gigante, portò via il bestiame. Successivamente, vagando per la Sicilia, di ritorno verso la Grecia, l’eroe greco si diresse verso l’interno dell’isola, sbaragliando le truppe degli antichi ed indigeni Sicani. Insieme a lui c’era anche il nipote Iolao, figlio di Ifikle, fratello gemello di Ercole. Avvicinandosi proprio nei pressi di Agira, l’eroe fu accolto da una delegazione della città, che lo accolse con grandi onori, invitandolo persino a sostare. 
Con grande stupore, narra Diodoro, le orme dei passi di Ercole e degli zoccoli dei buoi di Gerione si impressero lungo la via che portava al centro di Agira. Fu la prima volta che Ercole ricevette onori divini e sacrifici, tanto da accettare di rimanere ospite della popolazione agirina insieme ai suoi uomini. Per ringraziare dell’ospitalità ricevuta, Ercole volle sdebitarsi con Agira costruendo davanti alla città un lago che aveva un perimetro di quattro stadi (poco meno di 1 Km) e ordinò che fosse ricordato con il suo nome. Inoltre, costruì un recinto sacro in onore di Gerione, a cui consacrò anche il bosco nei pressi di Agira. Costruì un tempio anche per Iolao, che aveva preso parte all’epica impresa e volle che la città onorasse il nipote con tributi annuali. Entrambi i culti vennero osservati fin nell’epoca di Diodoro, come rivela lo stesso storico. Ercole istituì persino feste e riti, come i giochi eraklei. 
Cosa resta dei templi e degli ambienti sacri dedicati ad Ercole, Iolao e Gerione? Purtroppo nulla. La continuità dell’abitato nei secoli seguenti ha determinato che tutte le strutture antiche, sacre e civili, perdessero ogni loro traccia, come anche il lago di Ercole di cui narra il mito. 

 In onore di Iolao

Ricordato sempre come il compagno d’armi di Ercole, il prode Iolao ebbe ad Agira un suo culto e persino un tempio. Con ricorrenza annuale, la festa dedicata a Iolao coincideva, molto spesso, con quella dedicata allo zio. Secondo  quanto riportato da Diodoro , era usanza che ai bambini si lasciassero crescere i capelli in onore di Iolao. E se per caso gli stessi non partecipavano ai riti con devozione, subito avrebbero perso la parola e avrebbero perso ogni vigore. Al contrario, chi tra i ragazzi era ammalato, ma si dimostrava fedele al culto, subito sarebbe guarito. Durante le feste, quando gli adolescenti diventavano uomini, ecco che i loro lunghi capelli venivano tagliati per essere sacrificati a Iolao.  A questi era dedicato anche un tempio, che si ricorda essere stato costruito da Ercole in persona. 



Miti, leggende e storie. Il Mistero delle Suore in rosso.

Preziosa testimonianza, la storia che si riporta è uno spaccato interessante di quel racconto che normalmente, durante alcune cene in casa o serate presso un fuoco in campagna, i nonni raccontano ai loro nipoti, inebriandoli di fantasia e suspence. Tratta dall'interessante libro del Professore Malfa, "Storie vere di magia e fantasmi" sugli aspetti fantasmagorici del centro Sicilia, "il Mistero delle Suore in rosso" è una storia che si getta nel mistero di fatti inspegabili in un quadro storico come la seconda guerra mondiale.

“Sono nata e vivo a Raddusa: la famiglia di mia madre è originaria di Ramacca, quella di mio padre di Castel di Judica. I miei genitori si sono trasferiti a Raddusa al tempo del loro matrimonio, perché in questo paese mio padre ha trovato lavoro presso una ditta di autotrasporti. Andiamo spesso a trovare i nonni, ma quando vado a Ramacca dalla nonna materna, confesso di provare una gioia diversa, come dire, più squisita e più raffinata per la mia fantasia, che si sente eccitata e stimolata piacevolmente durante quelle visite. Non voglio dire di sentirmi meno legata alla nonna paterna, né desidero fare delle parzialità affettive, ma la nonna materna, di settantasette anni e di quindici più anziana della nonna paterna, ha una presa diversa sul mio carattere di per sé fantasioso. La nonna di Ramacca conserva una vivacità mentale e una facoltà di novellare che mi incantano, soprattutto quando m’intrattiene sui tempi e sui fatti della sua giovinezza. Tra i tanti episodi che mi ha narrato desidero raccontarne uno, che mi ha colpita particolarmente.
Al tempo della seconda guerra mondiale, mia nonna, già signorina, e i familiari si erano ritirati in campagna e spesso, per sfuggire al pericolo dei bombardamenti e delle incursioni aeree, che battevano incessantemente la piana di Catania, cercavano riparo all’interno di grotte, che, per la loro angustia, è forse più legittimo chiamarle fosse, le quali si aprono lungo i fianchi di una collina di proprietà della famiglia. Entro quelle buche mia nonna passò molte notti durante gli attacchi aerei effettuati nel nitore dell’atmosfera estiva. Ogni volta, lei così sensibile e delicata d’animo, si sorprendeva ad ammirare, dalle bocche delle grotte, il fulgore dilagante della luna piena, che annegava, nella sua luce opalescente, la natura sfregiata e violentata dai lampi e dai boati sinistri delle bombe sganciate sulle città vicine. Altre volte i miei parenti si recavano alle grotte per una sorta di assuefazione ad una forma di allarmismo, che si era accentuato e penosamente acuito per lo squilibrio psicologico che si era instaurato a causa dell’ansia della guerra. Durante quelle uscite seròtine venivano talvolta risparmiate loro le incursioni degli aerei, che solitamente picchiavano e mitragliavano a bassa quota, ma la paura veniva alimentata nei loro cuori da altri fenomeni. Ciò che sto per narrare avvenne, a detta della nonna, in una serata senza vento, sotto la luna piena, che, montando pian piano, aveva affogato nel cielo l’estremo barbàglio del sole morente. La bianca e metallica luce della luna allagava, in una cascata luminosa, le colline e la piana marezzata, ancora infocata dalle ore del giorno, nell’estremo languore dell’estate. Ogni cosa sembrava scintillare ancor più che sotto lo splendore del mezzogiorno e quella sera, straordinariamente, l’aria si riempì di densi profumi d’ogni sorta di fiori, di erbe dalla greve ed intollerabile dolcezza. La quiete più profonda leniva la natura; cessarono il frinire delle cicale e il canto dei grilli, si smorzò il richiamo degli uccelli notturni. La calma e l’incanto delle cose, immobilizzate per non turbare il chiaro di luna, stesero un velo di splendore per ornare la scena di un miracolo. Quella volta, in quelle ore di attesa di un bombardamento, che allora non arrivò, la notte silente, all’improvviso, si animò, cominciò a brulicare di sinistre presenze. Si formavano alla vista immagini prima confuse, poi delineatesi chiaramente, come di suore, fasciate da raggi luminosi rossastri, che si disegnavano nello sfondo del cielo che s’imbruniva. Quelle ombre luminescenti portavano un grande cappello, anch’esso rosso, e le figure erano sempre e solo visibili di spalle, mai di fronte. Le suore svolazzavano davanti agli occhi in modo ancora più detestabile, perché imprendibili; le loro vesti, sollevate dal vortice della danza aerea e turbinosa, si agitavano in una sorta di animazione serpentiforme, volteggiavano alte e morbide come nuvole d’incenso. Le forme spettrali si muovevano sulle file del frumento ormai prossimo alla mietitura, si mantenevano in equilibrio sui càuli e assecondavano, nelle loro movenze e nel loro procedere, l’ondeggiare della graminacea, creato dal soffio leggero della brezza estiva appena alzatasi. Le spighe del grano non si piegavano sotto il peso di quelle figure, anzi sembrava che le sorreggessero agevolmente. Tutti quelli che osservavano le forme svolazzanti nella liquida luce della luna piena si sentivano assaliti da paura totale e spaventosa; un brivido, insieme a un senso di panico paralizzante, teneva gli astanti agghiacciati e artigliati ai bordi delle grotte. Il terrore non permetteva agli spettatori di agire e questi, non potendo muoversi e seguire le visioni, non erano in grado di dire come quelle entità si materializzassero, si muovevano in fila processionale circondate da un luccichio tremolante, leggermente librate a mezz’aria, e poi scomparivano del tutto con analoga subitaneità. Quelle apparizioni danzavano nell’aria e si perdevano nelle ovattate sfumature della notte; in quei momenti nell’aria si percepiva la sensazione di una recondita e attonita stupefazione, si coglievano i silenzi incantati della grande pianura sottostante, che premeva, come un mare fondo e tenebroso, tutt’intorno al colle, nelle cui pareti sono aperte le grotte e tutto sembrava immerso nella bruma di un sogno. La guerra con le sue angosce in quei momenti pareva lontana, inesistente. Sopraffatti dall’incanto, scossi e col respiro strozzato, i miei parenti nel mezzo della piana deserta e sconfinata, stavano appoggiati con i gomiti puntati sulla cimasa delle fosse, allungando lo sguardo sulla pianura che andava scurendosi, cercando di svelare quell’arcano che permeava di sé la natura ed invadeva le anime di un desolante terrore. Tutto diveniva irreale, le fosse rifugio sembravano buche tombali, sul cui sfondo i miei parenti stavano immobili come figure scolpite nella roccia. Era la sera dell’incantesimo e tutti rimanevano impietriti a guardare per un tempo indefinito storditi da quel silenzio che ricopriva ogni cosa. Dopo le apparizioni, quando l’animo ritrovava la sua tranquillità e la forza della riflessione, mia nonna riconsiderava il suo atteggiamento mentale e le sue apprensioni. Ripensava soprattutto all’aspetto del padre durante il presentarsi del fenomeno e sperava in lui per la risoluzione del mistero, poiché egli possedeva una grande saggezza e un intuito particolare per penetrare l’occulto. Di fronte alle apparizioni il mio bisnonno non assumeva un atteggiamento di irriverente indifferenza, o di terrore come gli altri, i suoi occhi rimanevano immobili, perduti nell’interiorità indagatrice del suo animo, alla ricerca di una fede e di una certezza. Egli rifletteva, comparava dentro di sé tutti gli aspetti più spinosi della questione entro cui la prudenza, lo scetticismo, gli affetti, la fede stessa guerreggiavano tra loro armati, puntandosi contro, a vicenda, le più svariate argomentazioni: il risultato finale avrebbe aperto sicuramente all’animo la via chiarificatrice della verità. Mia nonna fu l’unica che capì fino in fondo i tumulti nell’animo del padre, il quale, pur essendo un uomo taciturno, era molto sensibile e riflessivo, come la figlia: i due s’intendevano solo guardandosi negli occhi. Il bisnonno comparava i dati di quella esperienza con le conoscenze acquisite nella sua vita, coi racconti di altre persone, con le tradizioni che gli erano state inculcate; chiese consigli e lumi ad altre persone per quietare, con una risposta chiarificatrice ed illuminante, la sua ansia e quella dei familiari. Sapeva che nei pressi della piana di Catania e dell’interno della Sicilia si tramandano, di generazione in generazione, racconti di apparizioni di spettri. In particolare sulle pendici del monte, su cui è edificato il paese di Castel di Judica, ci sono delle grotte e delle rocce immani, che, percosse, risuonano fesse, segno evidente che celano all’interno spaccature e cavità. La voce del popolo ha da sempre tramandato di persone, che, attirate da chissà quale miraggio, sono entrate in quelle grotte, ma non ne sono più uscite. In particolari notti dell’anno nella piana di Catania si aggirano gli spettri delle persone scomparse, che appaiono, come forme luccicanti, ai viaggiatori. A Raddusa vi sono passaggi segreti e sotterranei, che collegavano la casa delle suore canossiane al cozzo dei banditi, rifugi di briganti, budelli rocciosi, che si perdono nelle viscere della terra, entro cui sono sepolti i corpi e i misfatti degli uomini facinorosi. A Barrafranca esiste una contrada, poco distante del paese, la chiana dei parrini (la pianura dei preti), che, in tempi lontani, era stata adibita a cimitero per i preti. Ogni anno, nella notte del primo di maggio, la contrada si ricopre di fitta nebbia, che, rabbuffata dal vento primaverile, si drappeggia come un sudario sulla piana stillante. A mezzanotte questo scenario apocalittico si anima dei fantasmi dei preti. I particolari di tutte le apparizioni coincidono: gli spettri delle persone scomparse appaiono sottoforma di entità luccicanti, come le suore in rosso di Ramacca. Il mio bisnonno arrivò alla conclusione che un filo comune legasse i vari fenomeni nelle varie parti dell’isola e gli spettri, nelle loro manifestazioni, sono la metamorfosi delle anime, che per motivi insondabili, non trovano la pace nell’aldilà.”

Tratta da:
MALFA V., Storie vere di magia e fantasmi, Enna, Il Lunario, 2005.

Miti & Leggende. Il tesoro dei sette regnanti di Monte Navone.

Il Monte Navone (Nella strada tra Piazza Armerina e Barrafranca), di cui altre volte abbiamo parlato per i misteri che aleggiano intorno ad esso, viene nuovamente preso in considerazione per una storia che ci è stata segnalata dal Signor Carmelo Orofino, curatore del blog Letteratura e cultura siciliana te Nav (www.sicilmente.blogspot.com). Carica di un fascino prettamente nord-europeo, è una favola per bambini, avventurosa e carica di mistero.
Il Veltro.blog ringrazia il Signor Orofino per questo contributo di fantasia.


Il tesoro dei sette regnanti di Monte Navone del Sign. Carmelo Orofino


Visse un tempo, nell'antica città di Monte Navone, un re molto ricco e potente, che aveva accumulato nelle sue casse i tesori di sette regnanti della sua dinastia. Poiché non aveva eredi si fece seppellire nella grotta dei re con tutti i suoi forzieri. Dopo di lui si succedettero altri re ed altre dinastie, ma nessuno mai osò profanare la tomba, pur sapendo del tesoro, temendo di incappare in qualche insidia nascosta.
Dopo tanti secoli un pastore, avido e spavaldo, reso cieco dalla bramosia dell'oro, tentò la sorte. Penetrò nella grotta, all'insaputa di tutti, con una fiaccola accesa e un piccone. Vincendo la paura, ad ogni passo, s'inoltrò nello stretto cunicolo, fin quando arrivò ad un muro che ostruiva l'ingresso della tomba. Per quanti colpi di piccone desse sulla parete, non riuscì minimamente a scalfirla. Allora ebbe paura. Ma l'avidità ebbe il sopravvento. Si mise a tastare le pareti per cercare qualche crepa, quando all'improvviso un pezzo di muro girò su sé stesso. Entrò ed il suo sguardo fu subito attratto dal sarcofago di marmo che troneggiava al centro dell'antro e più ancora dalla statua sdraiata sul coperchio. Era la statua del re, arcigno in volto e col dito minacciosamente puntato verso l'ingresso. L'avaro pastore si avvicinò sfuggendo lo sguardo del re e tentò di alzare la lastra che chiudeva il sarcofago. Non riuscendovi diede mano al piccone. Il sudore gli imperlava la fronte, la paura gli tagliava le gambe, ciò nonostante continuò il suo macabro lavoro, fino a frantumare il co¬perchio. Guardò all'interno: il tesoro c'era! Alla luce della fiaccola l'o¬ro mandava dei riverberi rossastri. Affannato e cupido si sporse per riempirsi le mani, ma l'oro scomparve all'improvviso, trasformandosi in gusci di lumache. Atterrito frugò fra i gusci e fra le ossa, ma non trovò che una lapide. Avvicinò la fiaccola e lesse: “Se non fossi stato tanto avaro, non avresti violato la pace dei morti”.

Miti & Leggende. La fiera fantasma di Monte Navone.

Al centro delle contrade Navonello, Braemi, Cucchiara, Rossignolo, Scalisa, tra i paesi di Piazza Armerina e Barrafranca, si erge per ben 754 metri d'altezza Monte Navone. Monte dalla forma piramidale, secondo alcune tracce archeologiche, è considerato luogo anticamente antropizzato. La sua storia si perde nel tempo antico. La sua sommità, in particolar modo, è ricco di tracce di insediamenti di diverse epoca, tra cui quella greca. Figlio di una natura selvaggia ed incontaminata, Monte Navone fu ed è un vera e propria fonte di ispirazione per le leggende e le storie popolari più ancestrali e occulte. La sua nebbia che silenziosa scende dalla sua sommità durante i giorni d'inverno sembra portare con se tutto il peso dei secoli antichi, avvolgendo di misero le sue pendici verdeggianti. Basti pensare che proprio in cima si narra di un misteriosissimo tesoro, detto "dei sette re", custodito da spiriti. Ma la leggenda più famosa e comune è quella che narra di una fiera fantasma che ogni anno prenderebbe vita dal nulla. A Piazza Armerina e a Barrafranca si racconta che quando la Madonna Annunziata si celebra di lunedì a Monte Navone "si fa festa" e proprio dalla grotta del tesoro dei sette re si odono strida e lamenti. Altre varianti vogliono la fiera ricrearsi quando Natale (a Raddusa) cade di lunedì oppure quando, durante quest'ultimo, si festeggia Sant'Agata (a Piazza Armerina).
Per quel che concerne la prima variante, si narra che quando il Natale cadeva, per l'appunto, di lunedì gli antichi facevano festa sul Monte Navone con una fiera. In quel grande mercato v'erano beni di ogni tipo, animali di ogni specie e tanta gente. Un uomo vedendo tutto ciò si meravigliò e disse che sarebbe stato stupendo se quelle persone e quelle persone fossero diventate oro. Mentre affermava questo, i cieli si aprirono e tutti furono tramutati in oro. La montagna si chiuse. Da quel momento se qualcuno si trovasse ad andare a Monte Navone durante un Natale festeggiato di lunedì e senza sapere la storia e toccasse la montagna, la maledizione si spezzerebbe rendendo nuovamente ogni uomo ed ogni bestia nuovamente com'era, vivo e vegeto.
Simile ma diversa è la seconda variante. In tale leggenda è la festa di Sant'Agata ad essere presa in considerazione. Infatti se un visitatore, senza sapere che in quel lunedì si festeggia la santa, si trovasse ad andare a Monte Navone, si ritroverebbe circondato da una fiera in festa. Da questa può comprare ogni cosa, tutto quel che vuole e, dopo mezzanotte, una volta a casa, tutto si trasformerebbe in oro puro.
Sembrerebbe tutto rose e fiori ma c'è una nota dolente. Il visitatore dopo aver visitato la fiera può certamente tornarsene a casa ma durante il tragitto più di una voce chiamerebbe il suo nome nel buio e nel silenzio. Lui ha l'obbligo di non voltarsi mai e per nessuna ragione. Solo in casa queste voci svanirebbero. E se qualora si voltasse, tutto quello che è riuscito a prendere alla fiera si trasformerebbe in nulla e gli spiriti lo picchierebbero brutalmente. Questo, secondo alcuni racconti, potrebbe anche portare alla morte dopo qualche giorno avanti la visita alla fiera di Monte Navone.
Per l'approfondimento si consiglia il testo del professore Vittorio Malfa intitolato Maghi, Streghe e malìe nel cuore di Sicilia ( Enna, Il Lunario, 1998).
Flavio Mela

Miti & Leggende. I Miti della Villa Romana del Casale. La Leggenda di Ciparisso.

Nei pressi di Piazza Armerina è internazionalmente conosciuta la famosa Villa Romana del Casale che, ancora in fase di restauro, attende di essere riaperta al pubblico. La Villa Romana del Casale fu costruita tra la fine del sec. III e l'inizio del sec. IV d.C., quindi risale alla fine dell'Impero Romano. A chi sia appartenuta la villa è sempre stato un grande mistero e tutt'oggi è vivo un grande dibattito. Quello che però è certo è la bellezza di questo edificio antico e la meraviglia nasce soprattutto nell'osservar i suoi splendidi pavimenti a mosaico che come un libro accolsero il viaggiatore antico, quanto il turista moderno adesso, con le loro storie e i loro quadri narrativi. La villa romana del Casale è un'enciclopedia del mito. Svariati ne sono raccontati nelle diverse sale e, forse per osservare questo meraviglioso posto con gli occhi dei bambini, saranno riportati nel blog i miti che si narrano all'interno dei mosaici. Quello di cui si parlerà oggi è il mito di Ciparisso di cui il poeta Ovidio narra nel suo X libro. Il mosaico su detto si trova all'interno dell'ambiente detto "triclinio", uno spazio tribsidato adibito probabilmente alle grandi cene o pranzi.
Il mito di Ciparisso è legato essenzialmente al perchè nasce l'usanza di porre cipressi nei cimiteri. Probabilmente la causante è dovuta alla stessa conformità di quest'albero le cui radici scendono verso sottoterra in verticale e non in orizzontale così da non inccare le tombe. Ma agli antichi sarà sicuramente apparso di grande pregio il "silenzio" di questi alberi. I rami verso l'alto e così stretti tra di loro non permettono una facile colonizzazione da parte degli uccelli così che è raro sentire cinguett
are proprio dai cipressi. Così come rende un che di severo ed austero per il suo non produrre frutti e neanche fiori, come un lutto di natura. Il Cipresso, chiamato dai romani "Arbor funeralis", fu quindi preso come simbolo del dolore e dei morti. Ma ad esso si lega la leggenda di Ciparisso, da cui, inevitabilmente, l'albero prese il nome. Buona lettura

Il mito di Ciparisso. Ciparisso era un principe, assai caro al dio del sole Apollo, il quale gli aveva insegnato la musica, il maneggio dell' arco, e gli aveva dato in custodia un animale sacro: un cervo che non aveva pari al mondo. Ciparisso era felice di questo dono e passava l' intero giorno col suo cervo dalle corna d' oro massiccio e, intorno al collo, gli aveva apposto un ricca collana di rubini ed un ornamento di cuoio con fibbie d'argento. Nessuno osava far del male al meraviglioso animale del principe Ciparisso, sacro alle ninfe dei boschi. Un giorno montato in groppa al suo cervo, Ciparisso correva attraverso il bosco. Vedendo notevoli quantità di tortore e altri uccelli, volle fermarsi e, preso arco e frecce, si addentrò, senza il suo cervo lasciato a brucare nel prato, all'interno del bosco. Vide d'improvviso una volpe e la braccò in lungo ed in largo cercando di catturarla. Persa di vista s'incamminò silente e guardingo tra i cespugli e gli alberi. Ad un certo punto vide qualcosa muoversi dietro una siepe, pensava di averla raggiunta, impugnò un dardo e lo scagliò verso la preda. Quella non era la volpe ma il suo cervo dalle corna d'oro. Affranto e dolorante nel cuore, Ciparisso abbracciò il cervo ormai morto e iniziò a piangere senza mai smettere. Apollo ben presto scese dal cielo e si recò dal principe. Questi raccontò tutto al dio e affermò che mai e poi mai poteva più sorridere ma che le lacrime sarebbero state versate da lui per consolazione al suo dolore ed in rispetto del suo cervo. Così fu per molto tempo ancora. Ciparisso non toccò cibo, acqua, niente di niente ma solo vagava, piangendo per le campagne ed il bosco. Mosso a compassione, il dio Apollo discese nuovamente e chiese al giovane cosa poteva fare per lui, cosa poteva fare per alleviare quel dolore tanto forte. Il principe guardò Apollo e rivelò il suo desiderio: essere immortale per poter piangere in eterno il suo caro cervo. La divinità non poter far a meno di acconsentire a quella richiesta. Toccò la fronte al giovane e lo fece alzare, avvolgendolo nel suo manto verde. Ciparisso, sentì freddo, pianse ancora e guardò il cielo. Ben presto fu coperto da un manto di foglie tanto scure e verdi e i suoi piedi affondarono rigidi nel terreno mentre il corpo divenifa un rugoso e vigoroso tronco. Così, trasformato in cipresso, il giovane Ciparisso potè per sempre piangere il suo defunto amico in eterno.
Flavio Mela

Oltre il centro Sicilia. Miti & Leggende. Una storia tra i Faraglioni di Trezza: Aci e Galatea.

Nel litorale costiero di Catania, nella zona di Aci Trezza e Aci Castello, sono ben conosciuti i faraglioni, grandissimi scogli a forma di torre che emergono dal mare, che, secondo la leggenda, furono scagliati, così come racconta l'Odissea, da Polifemo, il ciclope ed ormai accecato da Ulisse, verso la nave in fuga del re di Itaca. Di estrema bellezza naturalistica, questi faraglioni sono gemme che, per secoli, hanno fatto meravigliare gli uomini che hanno avuto la fortuna di visitarli.
V'è un'altra leggenda che spiega la presenza di questi enormi scogli ed, in qualche modo, si ritrova sempre la presenza del gigate da un occhio: Polifemo. Questa è la leggenda di Aci e Galatea che la si propone di seguito nelle parole usate dallo stesso poeta romano Ovidio nelle sue "Metamorfosi" al XIII libro. La leggenda narra di Aci, un pastorello, che si innamora di Galatea, una ninfa marina, di cui si invaghì il gigante Polifemo. Non potendola ottenere e disprezzando Aci rigettò sulla coppia, mentre erano sulla spiaggia, dei grossi massi (i faraglioni) il più grande dei quali (l'attuale Isola Lachea) colpì Aci. Il pastorello, per compassione degli dei, fu trasformato in un fiume, che si presume essere adesso una sorgente sotterranea, ma che nei secoli passati doveva "irrigare" con il suo letto tutta la zona circostante a Catania dando così il prefisso "Aci" a tutti i paeselli (Aci Sant'Antonio, Aci castello, Aci San Filippo...). Aci, una volta fiume, potè dunque ricongiungersi con l'amata sua ninfa. Stupendo ed antico racconto, il mito di Aci e Galatea vive in eterno tra le onde del golfo di Catania e quel mare che, secondo la leggenda, la ninfa Galatea doveva rendere piatto e splendido per i naviganti che avevano attraversato Scilla e Cariddi (le due mostruose bestie che si trovavano nello stretto di Messina ) così da portare conforto all'anima degli stessi, atterriti e sofferenti. Di seguito, come detto, il racconto poetico dello stesso Ovidio.

«Aci era figlio di Fauno e di una ninfa nata in riva al Simeto: delizia grande di suo padre e di sua madre, ma ancor più grande per me; l'unico che a sé mi abbia legata. Bello, aveva appena compiuto sedici anni e un'ombra di peluria gli ombreggiava le tenere guance. Senza fine io spasimavo per lui, il Ciclope per me. Se tu mi chiedessi cosa prevaleva in me, l'odio per il Ciclope o l'amore per Aci, non saprei rispondere: non c'era differenza. Oh, quanto è il potere del tuo dominio, divina Venere! Quell'essere crudele, ripugnante persino alle selve, che solo a rischio della propria vita può un estraneo avvicinare, che spregia l'Olimpo e i suoi numi, ecco che prova cosa sia l'amore e, preso da violenta smania, brucia, dimenticandosi delle sue greggi e delle sue caverne. E ti preoccupi del tuo aspetto, di piacere, Polifemo, di pettinarti i ruvidi capelli; pensi che sia giusto tagliarti l'ispida barba con un falcetto e specchiare nell'acqua il viso per studiare un'aria meno truce. Il gusto della strage, la ferocia e la sete immensa di sangue svaniscono; le navi vanno e vengono sicure. Un giorno Tèlemo, sospinto fin sotto l'Etna in Sicilia, Tèlemo, figlio di Èurimo, che mai fallì un presagio, va dal terribile Polifemo e gli dice: "Quest'unico occhio che porti in mezzo alla fronte, te lo caverà Ulisse". Lui ride. "O stupidissimo indovino, ti sbagli" risponde, "un'altra creatura mi ha già accecato". Così disprezza chi invano lo avverte svelandogli la verità, e a passi enormi camminando preme la spiaggia o torna, quando è stanco, nel suo antro buio. C'è un colle che si protende nel mare come un cuneo aguzzo; su entrambi i suoi lunghi lati s'infrangono le onde marine. Il feroce Ciclope vi sale e s'adagia sulla cima; pur lasciato a sé stesso, lo segue un gregge di pecore. Quando ai propri piedi ebbe posato il pino che gli serviva da bastone, un pino che avrebbe ben potuto reggere pennoni, prese una zampogna composta da un centinaio di canne, e tutti i monti allora risonarono di note pastorali, ne risonò persino il mare. Io nascosta dietro una rupe, rannicchiata sul seno del mio Aci, colsi di lontano il suo canto, di cui ricordo ancora le parole: "O Galatea, più candida di un candido petalo di ligustro, più in fiore di un prato, più slanciata di un ontano svettante, più splendente del cristallo, più gaia di un capretto appena nato, più liscia di conchiglie levigate dal flusso del mare, più gradevole del sole in inverno, dell'ombra d'estate, più amabile dei frutti, più attraente di un platano eccelso, più luminosa del ghiaccio, più dolce dell'uva matura, più morbida di una piuma di cigno e del latte cagliato, e, se tu non fuggissi, più bella di un orto irriguo; ma ancora, Galatea, più impetuosa di un giovenco selvaggio, più dura di una vecchia quercia, più infida dell'onda, più sgusciante dei virgulti del salice e della vitalba, più insensibile di questi scogli, più violenta di un fiume, più superba del pavone che si gonfia, più furiosa del fuoco, più aspra delle spine, più ringhiosa dell'orsa che allatta, più sorda dei marosi, più spietata di un serpente calpestato, e, cosa che più d'ogni altra vorrei poterti togliere, più veloce, quando fuggi, non solo del cervo incalzato dall'urlo dei latrati, ma del vento che soffia impetuoso! Ma, se mi conoscessi meglio, ti pentiresti d'esser fuggita e, cercando di trattenermi, condanneresti il tempo perduto. Posseggo una grotta, in una parte del monte, con la volta di roccia viva, dove non si soffre il sole in piena estate o il gelo d'inverno. Ho alberi carichi di frutta e, sui lunghi tralci del vigneto, un'uva che sembra d'oro, e un'altra color porpora: per te le serbo entrambe. Con le tue mani potrai cogliere succose fragole, nate all'ombra dei boschi, corniole in autunno e prugne, non solo quelle violacee dal succo scuro, ma quelle pregiate che sembrano di cera fresca. Se mi sposerai, non ti mancheranno le castagne, i frutti del corbezzolo: ogni pianta sarà al tuo servizio. Tutto questo bestiame è mio; molto altro vaga per le valli, molto si nasconde nel bosco e molto ancora è chiuso nelle grotte. Se tu me lo chiedessi, non saprei dirtene il numero. Solo i poveri contano le bestie. Sulla loro qualità non pretendo che tu mi creda: vieni sul posto e vedrai da te come a stento stringano tra le zampe poppe così gonfie. E aggiungi i piccoli appena nati, agnelli in tiepidi ovili, capretti della stessa età in altri ovili. Da me non manca mai il niveo latte: parte è destinato al bere, parte si fa rapprendere sciogliendovi il caglio. E i regali che riceverai non saranno i soliti fatui trastulli, come cerbiatti, lepri o capretti, una coppia di colombi o un nido tolto dalla cima di un albero. In vetta alla montagna, perché possano con te giocare, ho scovato due cuccioli d'orsa villosa, così simili fra loro, che a stento sarai in grado di distinguerli; li ho scovati e ho pensato: 'Questi li terrò per la mia donna'. Avanti, solleva il tuo bel capo dal mare azzurro, avanti, vieni, Galatea, e non spregiare i miei regali. Io mi conosco, sai, poco fa in uno specchio d'acqua mi son visto riflesso e ciò che ho visto del mio aspetto mi ha soddisfatto. Osserva quanto son grande: neppure Giove in cielo ha un corpo grande come il mio (voi parlate sempre che lì regna un non so quale Giove). Una chioma foltissima mi spiove sul volto truce e mi vela d'ombra le spalle, come un bosco. E non credere brutto che il mio corpo irto sia tutto di fittissime e dure setole; brutto è l'albero senza fronde, brutto il cavallo senza criniera che gli ammanti il biondo collo; piume ricoprono gli uccelli, beltà delle pecore è la lana: agli uomini si addicono la barba e il pelo ispido sul corpo. Ho un occhio solo in mezzo alla fronte, ma a un grande scudo lui assomiglia. E poi? Dall'alto del cielo il Sole non vede tutto l'universo? Eppure anche lui ha un occhio solo. Aggiungi che mio padre è il re del vostro mare: io te l'offro come suocero. Abbi solo un po' di pietà e ascolta, ti supplico, le mie preghiere: a te sola mi sono prosternato. Io che disprezzo Giove, il cielo e il fulmine che tutto penetra, temo solo te, Nereide: peggiore del fulmine è l'ira tua. Ma persino il tuo disprezzo potrei io sopportare, se rifiutassi tutti. Perché invece respingi il Ciclope e ami Aci? Perché ai miei amplessi preferisci i suoi? Che lui si compiaccia pure di sé stesso e, cosa che non vorrei, piaccia anche a te, Galatea; ma se capita l'occasione, sentirà come corrisponde a questo corpo immenso la mia forza. Lo squarterò vivo e per i campi, sopra le acque in cui vivi a brandelli scaglierò le sue membra: e s'unisca a te se gli riesce! Brucio, brucio, e la mia passione offesa più indomabile divampa, mi sembra che con tutte le sue forze l'Etna mi sia entrato in petto: ma tu, Galatea, non ti commuovi!" Dopo questi vani lamenti (nulla mi sfuggiva) si alzò e, come il toro furibondo per il ratto della compagna non può star fermo, si mise a vagare per boschi e forre a lui noti. Così quell'essere feroce, senza che ce l'aspettassimo, ci sorprese ignari, me ed Aci, e urlò: "Vi ho colto: questo, state certi, sarà l'ultimo vostro convegno d'amore!". E la sua voce fu così assordante, come è giusto che l'avesse un Ciclope infuriato: un urlo che terrorizzò persino l'Etna. Io sgomenta mi tuffo sott'acqua, nel mare lì vicino; il nipote del Simeto, voltate le spalle, fuggiva gridando: "Aiutami, Galatea, ti prego; aiutatemi, aiutatemi, genitori miei, ma se mancassi, accoglietemi nel vostro regno!". Il Ciclope l'insegue e, staccato un pezzo di monte, glielo scaglia contro: benché soltanto lo spigolo esterno del masso lo colpisca, Aci ne viene del tutto travolto. Noi, unica cosa che permetteva il destino, facemmo in modo che in Aci riaffiorasse la natura avita. Ai piedi del masso colava un sangue rosso cupo: non passa molto tempo che il rosso comincia a impallidire, prima assume il colore di un fiume reso torbido dalla pioggia, poi lentamente si depura. Infine il macigno si fende e dalle fessure spuntano canne fresche ed alte, mentre la bocca apertasi nel masso risuona d'acqua a zampilli. È un prodigio: all'improvviso ne uscì sino alla vita un giovane con due corna nuovissime inghirlandate di canne, che, se non fosse stato così grande e col volto ceruleo, Aci sarebbe stato. Ma anche così era Aci mutato in fiume, un fiume che conservò il suo antico nome».
Flavio Mela

Miti & Leggende. Un racconto dalle origini remote: il mito di Kore.


Il "Veltro", da oggi, è lieto di offrire ai propri lettori una nuova sezione all'interno del blog: i Miti e le Leggende. Le storie che si narrano per tradizione e che sono inzuppate di fantasia rappresentano un importante piedistallo della cultura siciliana. Miti e leggende si intrecciano per rievocare grandi battaglie tra dei ed eroi, navigatori illustri, avventurieri che osano superare le barriere del materiale per ritrovare oro e grandi ricchezze e così via. Insomma, la cultura siciliana è anche questo ed è giusto che se ne dia spazio poichè, com'è risaputo, il popolo siciliano è sempre stato legato a queste tradizioni e talune anche di origine remotissima come il mito con il quale apriamo il nuovo spazio: il mito di Kore. Racconto dalle origini remote, il mito di Kore è ambientato nelle terre del centro Sicilia la cui economia è sempre stata legata al grano come bene primario e di sussistenza, figlio di una vocazione agricola molto antica e che, com'è naturale, si intreccia con il mito in maniera sostanziale.

"Kore (nome greco della divinità Proserpina), figlia di Demetra e di Zeus, era la vergine dea che simboleggiava il grano verde, chiamata Persefone quando simboleggiava il grano maturo ed Ecate qu
ando invece simboleggiava il grano raccolto. Ade, dio degli Inferi, si innamorò di lei e chiese a Zeus il permesso di sposarla. Questi, per paura che Demetra non avrebbe mai perdonato che la figlia fosse confinata nel Tartaro, non rispose né sì né no, ma Ade si sentì autorizzato a rapire la divina fanciulla. Così, mentre Persefone coglieva fiori nei prati adiacenti il lago di Pergusa insieme con le sue amiche ninfe, tra cui Ciane che per le lacrime versate si trasformò in fiume sotterraneo ed andò a riaffiorare a Siracusa, fu rapita da Ade e condotta con lui nel Tartaro, il regno sotterraneo dei morti. Demetra cercò Kore per nove giorni e nove notti, senza mangiare né bere e invocando disperatamente il suo nome. La dea si lascia dietro nella sua corsa Leontini e il fiume Amenano e le rive erbose dell'Aci; oltrepassa il Ciane e le sorgenti del placido Anapo ed il Gela vorticoso e inguadabile. Attraversa Ortigia, Megara, il Pantagia, le foci del Simeto, gli antri dei Ciclopi arsi dalle fornaci, e la città che ha foggia e nome di una falce ricurva. E Imera e Didime e Agrigento e Taormina e il Mela dai grassi pascoli delle vacche sacre. Va poi a Camarina, a Tapso, all'eloria Tempe, all'Erice sempre aperto agli zefiri. Già aveva visitato il Peloro, il Lilibeo, il Pachino ...Il decimo giorno giunse a Eleusi dove le venne raccontata la visione di un carro misterioso trainato da cavalli neri che era comparso e poi scomparso in una voragine e il cui invisibile guidatore teneva saldamente avvinta una fanciulla urlante. Avuta la prova dell'ignobile rapimento con la probabile complicità di Giove, Demetra, piuttosto che salire all'Olimpo per incontrare il padre degli dei, si mise a vagare furibonda sulla terra, impedendo alla natura di rifiorire e produrre frutti, tanto che l'umanità stessa minacciava di perire. Zeus non osava recarsi da Demetra ad Eleusi, ma le inviò messaggi e doni prontamente rifiutati dalla dea che, anzi, giurò che la terra sarebbe rimasta sterile finché non le fosse restituita l'adorata figlia. Zeus affidò ad Ermes un messaggio per Ade: "Se non restituisci Kore, andremo tutti in rovina". Un altro messaggio inviò a Demetra: "Avrai tua figlia Persefone, purché non abbia assaggiato il cibo dei morti". Poiché Kore aveva rifiutato di mangiare fin dal suo rapimento, Ade fu costretto a promettere la sua liberazione e salire sul carro. Ad Eleusi Demetra era pronta ad abbracciare la figlia, ma saputo che Persefone era stata accusata di aver assaggiato sette chicchi di melograno nel regno dei morti, ricadde nella disperazione e minacciò di maledire ancora la terra." Zeus, con i buoni uffici di Rea, madre sua e pure di Demetra nonché di Ade, creò un compromesso: Persefone avrebbe trascorso ogni anno tre mesi in compagnia di Ade, come regina del Tartaro, e gli altri nove mesi con sua madre. Così Demetra risalì all'Olimpo non prima di aver ricompensato chi l'aveva aiutata nella ricerca: a Trittolemo diede semi di grano, un aratro di legno, un cocchio, e lo mandò per il mondo ad insegnare l'agricoltura agli uomini."

Si ricorda che il mito di Kore, qui citato, si ispira alle stesse parole che Ovidio usa nei due testi : P. Ovidius Naso, Le metamorfosi, Milano, Fabbri, 1996, pp. 341-408 e P. Ovidius Naso, Fasti e frammenti, Vol. IV, UTET, 1999.

In foto. Busto in terracotta di Kore (Proserpina) rinvenuto a Morgantina (cittadina ellenica antica il cui sito archeologico si trova vicino Aindone, in provincia di Enna.)


Flavio Mela