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Flavio R.G. Mela

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LA VILLA RITROVATA

del Prof. Francesco Aleo, docente di Patristica presso la Facoltà Teologia di Palermo e Catania (Socio onorario di Siciliantica di Piazza Armerina)


Il Veltro ringrazia, per questo prezioso intervento, l'Ass. Siciliantica di Piazza Armerina

La Villa romana del Casale di Piazza Armerina, di recente inaugurata e riaperta al pubblico, dopo circa sei anni di laboriosi restauri, presenta all’esterno, agli occhi del visitatore che si appresta ad entrarvi, gli edifici dell’Atrium e della Basilica, che, in tal modo, gli vengono incontro come doveva avvenire in antico. La nuova copertura, progettata e realizzata dall’architetto Guido Meli, con la supervisione dell’Alto Commissario Vittorio Sgarbi, presenta, chiaramente e sobriamente, i contorni e le linee che definiscono i volumi dei locali suddetti, annessi al Peristilium che circonda il giardino e la piscina - vero e proprio Hortus conclusus - il cuore della Villa romana del Casale. Non violentemente imposte a chi guarda, grazie al colore neutro che si adatta senza difficoltà alla luce dell’ambiente naturale e nemmeno brutalmente giustapposte alle strutture murarie esistenti, le volumetrie esterne, ad altezza crescente, mostrano l’originaria linea ascendente, lungo la quale si dispongono gli ambienti della costruzione. L’intera planimetria della Villa, caratterizzata da una «disarmonica armonia», come notato dal Settis, rivela quasi “teofanicamente” l’edificio basilicale, effettivamente edificato su un livello superiore a quello del Peristilium e dell’Atrium. L’effetto è amplificato dai gradoni che introducono alla Basilica, il cui ingresso è posto in corrispondenza della metà della lunghezza dell’Ambulacrum, detto Corridoio della grande caccia, ma che, in realtà, riproduce un criptoportico. Parlare, quindi, di semplice protezione o di semplice salvaguardia dei mosaici e delle vestigia architettoniche che la nuova copertura intende perseguire, non rende del tutto giustizia al progetto ed all’operazione, realizzate e in fase di completamento, sui resti cospicui e ben conservati della Villa romana del Casale. Ricordiamo, infatti, come non ci troviamo dinanzi ad una sola stanza con un pavimento musivo ben conservato, da proteggere dalle intemperie, com’è il caso della Villa romana del Tellaro presso Patti. Non si tratta, nemmeno, di tre stanze da salvaguardare, come nel caso della Villa romana di Malvaccaro, in provincia di Potenza, con un pavimento musivo aniconico, privo cioè di raffigurazioni o di immagini di pregiata fattura. Nel caso della Villa romana del Casale, presso Piazza Armerina, ci troviamo dinanzi a più edifici, di notevoli dimensioni, raccordati l’uno all’altro, attorno al grande Peristilium. La pianta complessiva della Villa, in seguito ad una fortunosa circostanza - quale la frana che l’ha pressoché sigillata per almeno cinquecento anni – si è quasi del tutto conservata, in alzato. Ricordiamo, dunque, che la Villa romana del Casale non è soltanto la “Villa dei mosaici”, ma soprattutto, secondo la felice definizione del Carandini, un «edificio pseudourbano», risalente al IV secolo, comprensivo di fasi costruttive o di restauro che si prolungherebbero fino al V secolo. Per la varietà e l’unicità delle sue tipologie architettoniche ben conservate (Thermae, Apodyterium, Peristilium, Ambulacrum, Basilica, Diaeta, Cubiculum, Oecus o Xystus, Trichorium o Triclinium), si è reso necessario avviare e realizzare un iter progettuale che non realizzasse un puro e semplice “contenitore” che proteggesse e salvaguardasse la Villa. La nuova copertura della Villa romana del Casale, vista l’inadeguatezza della precedente, progettata e realizzata dall’architetto Minissi, si è ispirata al criterio del minimo intervento, ovvero il più possibile contenuto che comportasse la minima compromissione del “testo”, nella sua valenza documentaria. Si apprezza, dunque, particolarmente, l’appoggio degli elementi di sostegno su supporti in legno fissati alle murature antiche, con malte non aggressive, a differenza degli elementi di sostegno della precedente copertura che, invece, “offendevano” le murature antiche, con l’intrusione in esse di supporti metallici e con la conseguente iniezione di cemento al loro interno. Il “testo” della Villa romana del Casale è fatto non soltanto di mosaici e tipologie architettoniche e costruttive, proprie dell’architettura ellenistica e romana tardo-antica, ma anche di affreschi, rinvenuti sia sulle pareti esterne dei muri della Villa sia su quelle interne delle stanze d’abitazione o di rappresentanza, dalla valenza più o meno pubblica od ufficiale e di opus sectile, rinvenuto e conservatosi, nonostante gli spogli dell’ ’800, sul piano di calpestio della Basilica. Si rendeva necessario creare non semplicemente un “percorso” che rendesse fruibile ai visitatori presenti all’interno la Villa, in specie i pavimenti musivi, intento perseguito dalle passerelle metalliche di Minissi, che “seguivano” i mosaici. Si rendeva necessario superare una semplice filosofia della conservazione, che, giustamente, parte dalla scelta irrinunciabile di preservare nel loro contesto originario l’apparato musivo, e dalla necessità di esporre i mosaici ad un’agevole e corretta fruizione pubblica. Intento, peraltro, perseguito dalla copertura di Minissi, nonostante le elevate temperature in estate ed il rigore delle basse temperature in inverno - dovute all’“effetto serra” della copertura in plexiglas - che compromettevano l’integrità delle tessere musive. Si rendeva necessario, piuttosto, far entrare il visitatore nell’habitat “domestico” di questa Villa, i cui mosaici parlano continuamente dell’ “abitare urbano” e dello status di vita di un importante personaggio dell’aristocrazia senatoria e della sua familia, includente anche gli schiavi, posti al suo diretto servizio. Si comprendono, dunque, in questa logica nuova, propria della new archeology, all’insegna della conservazione e della valorizzazione del monumento, in vista di un approccio nuovo all’antico, non predatorio né estetizzante, i passaggi più larghi, capienti ed agevoli per i visitatori, rispetto alle passerelle metalliche precedenti, sospesi sopra le murature delle pareti delle stanze interne alla Villa, ad un’altezza superiore, rispetto ancora alle passerelle del Minissi, che consentono di apprezzare non soltanto i pavimenti musivi, ma ora anche gli affreschi, conservati sulle pareti delle stanze interne - mirabilmente evidenziati e restaurati - e gli elementi architettonici delle stanze rimasti in loco, che aiutano a decifrare la tipologia d’uso degli ambienti interni alla Villa. Inoltre, la copertura in legno ed in materiale ultraleggero ricostruisce il soffitto a céntina come doveva essere in antico, nonché le absidi alle estremità dell’Ambulacrum della grande caccia e quella della Diaeta di Orfeo, non evidenziate minimamente né ricostruite con la copertura precedente. Infine, l’effetto d’ombra e la luce soffusa, all’interno della Villa, oltre che stabilizzarne la temperatura e riparare dalla luce solare, tentano di riprodurre quell’habitat “domestico” che trova la sua deroga nell’illuminazione della Basilica, dotata di un soffitto ligneo che ricostruisce e suggerisce i cassettoni ed i lacunari di quello originale, in direzione della riproduzione e del compimento di quell’effetto “teofanico” originario, richiamante la solennità del cerimoniale imperiale di corte, come evidenziato dagli studi della Mac Cormack. L’effetto scenografico che il Dominus intendeva perseguire, con la costruzione in elevato della Basilica e con l’annessione dell’Oecus o Xysthus al Trichorium o Triclinium, è stato riconosciuto e tenuto in considerazione dalla nuova copertura dell’architetto Meli, naturalmente con i limiti e le condizioni di un progetto che rimane unico al mondo e non ha finora eguali. Se, usando le parole di Cicerone, proprio al riguardo della costruzione della Villa, questa, con la sua sontuosità, doveva assicurare al Dominus, non solo commoditas ma anche dignitas, si può affermare che, ora, la Villa romana del Casale, ha raggiunto la sua dignitas.

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