Benvenuti

Carissimo Viandante del Web,

se per caso ami la cultura e l'avventura e vorresti conoscere una terra magica e misteriosa, come la Sicilia, questo è il tuo blog. "Il Veltro", come un "segugio", ti indica la via per raggiungere luoghi affascinanti e antichi, tradizioni e feste popolari d'altri tempi e una e più storie.

Leggendo, viaggerai.
Buona Lettura.

Flavio R.G. Mela

Per inviare gli articoli personali o per comunicare
con "Il Veltro Blog" scrivere all'indirizzo e-mail:

segreteria.ilveltro@gmail.com



Spot. Il Veltro. Il Viaggio continua.

Oltre il centro Sicilia. Miti & Leggende. Una storia tra i Faraglioni di Trezza: Aci e Galatea.

Nel litorale costiero di Catania, nella zona di Aci Trezza e Aci Castello, sono ben conosciuti i faraglioni, grandissimi scogli a forma di torre che emergono dal mare, che, secondo la leggenda, furono scagliati, così come racconta l'Odissea, da Polifemo, il ciclope ed ormai accecato da Ulisse, verso la nave in fuga del re di Itaca. Di estrema bellezza naturalistica, questi faraglioni sono gemme che, per secoli, hanno fatto meravigliare gli uomini che hanno avuto la fortuna di visitarli.
V'è un'altra leggenda che spiega la presenza di questi enormi scogli ed, in qualche modo, si ritrova sempre la presenza del gigate da un occhio: Polifemo. Questa è la leggenda di Aci e Galatea che la si propone di seguito nelle parole usate dallo stesso poeta romano Ovidio nelle sue "Metamorfosi" al XIII libro. La leggenda narra di Aci, un pastorello, che si innamora di Galatea, una ninfa marina, di cui si invaghì il gigante Polifemo. Non potendola ottenere e disprezzando Aci rigettò sulla coppia, mentre erano sulla spiaggia, dei grossi massi (i faraglioni) il più grande dei quali (l'attuale Isola Lachea) colpì Aci. Il pastorello, per compassione degli dei, fu trasformato in un fiume, che si presume essere adesso una sorgente sotterranea, ma che nei secoli passati doveva "irrigare" con il suo letto tutta la zona circostante a Catania dando così il prefisso "Aci" a tutti i paeselli (Aci Sant'Antonio, Aci castello, Aci San Filippo...). Aci, una volta fiume, potè dunque ricongiungersi con l'amata sua ninfa. Stupendo ed antico racconto, il mito di Aci e Galatea vive in eterno tra le onde del golfo di Catania e quel mare che, secondo la leggenda, la ninfa Galatea doveva rendere piatto e splendido per i naviganti che avevano attraversato Scilla e Cariddi (le due mostruose bestie che si trovavano nello stretto di Messina ) così da portare conforto all'anima degli stessi, atterriti e sofferenti. Di seguito, come detto, il racconto poetico dello stesso Ovidio.

«Aci era figlio di Fauno e di una ninfa nata in riva al Simeto: delizia grande di suo padre e di sua madre, ma ancor più grande per me; l'unico che a sé mi abbia legata. Bello, aveva appena compiuto sedici anni e un'ombra di peluria gli ombreggiava le tenere guance. Senza fine io spasimavo per lui, il Ciclope per me. Se tu mi chiedessi cosa prevaleva in me, l'odio per il Ciclope o l'amore per Aci, non saprei rispondere: non c'era differenza. Oh, quanto è il potere del tuo dominio, divina Venere! Quell'essere crudele, ripugnante persino alle selve, che solo a rischio della propria vita può un estraneo avvicinare, che spregia l'Olimpo e i suoi numi, ecco che prova cosa sia l'amore e, preso da violenta smania, brucia, dimenticandosi delle sue greggi e delle sue caverne. E ti preoccupi del tuo aspetto, di piacere, Polifemo, di pettinarti i ruvidi capelli; pensi che sia giusto tagliarti l'ispida barba con un falcetto e specchiare nell'acqua il viso per studiare un'aria meno truce. Il gusto della strage, la ferocia e la sete immensa di sangue svaniscono; le navi vanno e vengono sicure. Un giorno Tèlemo, sospinto fin sotto l'Etna in Sicilia, Tèlemo, figlio di Èurimo, che mai fallì un presagio, va dal terribile Polifemo e gli dice: "Quest'unico occhio che porti in mezzo alla fronte, te lo caverà Ulisse". Lui ride. "O stupidissimo indovino, ti sbagli" risponde, "un'altra creatura mi ha già accecato". Così disprezza chi invano lo avverte svelandogli la verità, e a passi enormi camminando preme la spiaggia o torna, quando è stanco, nel suo antro buio. C'è un colle che si protende nel mare come un cuneo aguzzo; su entrambi i suoi lunghi lati s'infrangono le onde marine. Il feroce Ciclope vi sale e s'adagia sulla cima; pur lasciato a sé stesso, lo segue un gregge di pecore. Quando ai propri piedi ebbe posato il pino che gli serviva da bastone, un pino che avrebbe ben potuto reggere pennoni, prese una zampogna composta da un centinaio di canne, e tutti i monti allora risonarono di note pastorali, ne risonò persino il mare. Io nascosta dietro una rupe, rannicchiata sul seno del mio Aci, colsi di lontano il suo canto, di cui ricordo ancora le parole: "O Galatea, più candida di un candido petalo di ligustro, più in fiore di un prato, più slanciata di un ontano svettante, più splendente del cristallo, più gaia di un capretto appena nato, più liscia di conchiglie levigate dal flusso del mare, più gradevole del sole in inverno, dell'ombra d'estate, più amabile dei frutti, più attraente di un platano eccelso, più luminosa del ghiaccio, più dolce dell'uva matura, più morbida di una piuma di cigno e del latte cagliato, e, se tu non fuggissi, più bella di un orto irriguo; ma ancora, Galatea, più impetuosa di un giovenco selvaggio, più dura di una vecchia quercia, più infida dell'onda, più sgusciante dei virgulti del salice e della vitalba, più insensibile di questi scogli, più violenta di un fiume, più superba del pavone che si gonfia, più furiosa del fuoco, più aspra delle spine, più ringhiosa dell'orsa che allatta, più sorda dei marosi, più spietata di un serpente calpestato, e, cosa che più d'ogni altra vorrei poterti togliere, più veloce, quando fuggi, non solo del cervo incalzato dall'urlo dei latrati, ma del vento che soffia impetuoso! Ma, se mi conoscessi meglio, ti pentiresti d'esser fuggita e, cercando di trattenermi, condanneresti il tempo perduto. Posseggo una grotta, in una parte del monte, con la volta di roccia viva, dove non si soffre il sole in piena estate o il gelo d'inverno. Ho alberi carichi di frutta e, sui lunghi tralci del vigneto, un'uva che sembra d'oro, e un'altra color porpora: per te le serbo entrambe. Con le tue mani potrai cogliere succose fragole, nate all'ombra dei boschi, corniole in autunno e prugne, non solo quelle violacee dal succo scuro, ma quelle pregiate che sembrano di cera fresca. Se mi sposerai, non ti mancheranno le castagne, i frutti del corbezzolo: ogni pianta sarà al tuo servizio. Tutto questo bestiame è mio; molto altro vaga per le valli, molto si nasconde nel bosco e molto ancora è chiuso nelle grotte. Se tu me lo chiedessi, non saprei dirtene il numero. Solo i poveri contano le bestie. Sulla loro qualità non pretendo che tu mi creda: vieni sul posto e vedrai da te come a stento stringano tra le zampe poppe così gonfie. E aggiungi i piccoli appena nati, agnelli in tiepidi ovili, capretti della stessa età in altri ovili. Da me non manca mai il niveo latte: parte è destinato al bere, parte si fa rapprendere sciogliendovi il caglio. E i regali che riceverai non saranno i soliti fatui trastulli, come cerbiatti, lepri o capretti, una coppia di colombi o un nido tolto dalla cima di un albero. In vetta alla montagna, perché possano con te giocare, ho scovato due cuccioli d'orsa villosa, così simili fra loro, che a stento sarai in grado di distinguerli; li ho scovati e ho pensato: 'Questi li terrò per la mia donna'. Avanti, solleva il tuo bel capo dal mare azzurro, avanti, vieni, Galatea, e non spregiare i miei regali. Io mi conosco, sai, poco fa in uno specchio d'acqua mi son visto riflesso e ciò che ho visto del mio aspetto mi ha soddisfatto. Osserva quanto son grande: neppure Giove in cielo ha un corpo grande come il mio (voi parlate sempre che lì regna un non so quale Giove). Una chioma foltissima mi spiove sul volto truce e mi vela d'ombra le spalle, come un bosco. E non credere brutto che il mio corpo irto sia tutto di fittissime e dure setole; brutto è l'albero senza fronde, brutto il cavallo senza criniera che gli ammanti il biondo collo; piume ricoprono gli uccelli, beltà delle pecore è la lana: agli uomini si addicono la barba e il pelo ispido sul corpo. Ho un occhio solo in mezzo alla fronte, ma a un grande scudo lui assomiglia. E poi? Dall'alto del cielo il Sole non vede tutto l'universo? Eppure anche lui ha un occhio solo. Aggiungi che mio padre è il re del vostro mare: io te l'offro come suocero. Abbi solo un po' di pietà e ascolta, ti supplico, le mie preghiere: a te sola mi sono prosternato. Io che disprezzo Giove, il cielo e il fulmine che tutto penetra, temo solo te, Nereide: peggiore del fulmine è l'ira tua. Ma persino il tuo disprezzo potrei io sopportare, se rifiutassi tutti. Perché invece respingi il Ciclope e ami Aci? Perché ai miei amplessi preferisci i suoi? Che lui si compiaccia pure di sé stesso e, cosa che non vorrei, piaccia anche a te, Galatea; ma se capita l'occasione, sentirà come corrisponde a questo corpo immenso la mia forza. Lo squarterò vivo e per i campi, sopra le acque in cui vivi a brandelli scaglierò le sue membra: e s'unisca a te se gli riesce! Brucio, brucio, e la mia passione offesa più indomabile divampa, mi sembra che con tutte le sue forze l'Etna mi sia entrato in petto: ma tu, Galatea, non ti commuovi!" Dopo questi vani lamenti (nulla mi sfuggiva) si alzò e, come il toro furibondo per il ratto della compagna non può star fermo, si mise a vagare per boschi e forre a lui noti. Così quell'essere feroce, senza che ce l'aspettassimo, ci sorprese ignari, me ed Aci, e urlò: "Vi ho colto: questo, state certi, sarà l'ultimo vostro convegno d'amore!". E la sua voce fu così assordante, come è giusto che l'avesse un Ciclope infuriato: un urlo che terrorizzò persino l'Etna. Io sgomenta mi tuffo sott'acqua, nel mare lì vicino; il nipote del Simeto, voltate le spalle, fuggiva gridando: "Aiutami, Galatea, ti prego; aiutatemi, aiutatemi, genitori miei, ma se mancassi, accoglietemi nel vostro regno!". Il Ciclope l'insegue e, staccato un pezzo di monte, glielo scaglia contro: benché soltanto lo spigolo esterno del masso lo colpisca, Aci ne viene del tutto travolto. Noi, unica cosa che permetteva il destino, facemmo in modo che in Aci riaffiorasse la natura avita. Ai piedi del masso colava un sangue rosso cupo: non passa molto tempo che il rosso comincia a impallidire, prima assume il colore di un fiume reso torbido dalla pioggia, poi lentamente si depura. Infine il macigno si fende e dalle fessure spuntano canne fresche ed alte, mentre la bocca apertasi nel masso risuona d'acqua a zampilli. È un prodigio: all'improvviso ne uscì sino alla vita un giovane con due corna nuovissime inghirlandate di canne, che, se non fosse stato così grande e col volto ceruleo, Aci sarebbe stato. Ma anche così era Aci mutato in fiume, un fiume che conservò il suo antico nome».
Flavio Mela

1 commento:

Anonimo ha detto...

Come sempre il caro dott.Mela ci aiuta a conoscere meglio la nostra terra, così ricca di storia e di bellezze. La ringrazio per questi interessanti intermezzi mitologici che colorano con il sapore dell'antico lo splendore della nostra Sicilia, le cui meraviglie sono state già inneggiate dai grandi uomini del passato.Le auguro tutta la fortuna possibile, anche perchè è evidente la passione che nutre per il suo lavoro.complimenti!