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Flavio R.G. Mela

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Miti, leggende e storie. Il Mistero delle Suore in rosso.

Preziosa testimonianza, la storia che si riporta è uno spaccato interessante di quel racconto che normalmente, durante alcune cene in casa o serate presso un fuoco in campagna, i nonni raccontano ai loro nipoti, inebriandoli di fantasia e suspence. Tratta dall'interessante libro del Professore Malfa, "Storie vere di magia e fantasmi" sugli aspetti fantasmagorici del centro Sicilia, "il Mistero delle Suore in rosso" è una storia che si getta nel mistero di fatti inspegabili in un quadro storico come la seconda guerra mondiale.

“Sono nata e vivo a Raddusa: la famiglia di mia madre è originaria di Ramacca, quella di mio padre di Castel di Judica. I miei genitori si sono trasferiti a Raddusa al tempo del loro matrimonio, perché in questo paese mio padre ha trovato lavoro presso una ditta di autotrasporti. Andiamo spesso a trovare i nonni, ma quando vado a Ramacca dalla nonna materna, confesso di provare una gioia diversa, come dire, più squisita e più raffinata per la mia fantasia, che si sente eccitata e stimolata piacevolmente durante quelle visite. Non voglio dire di sentirmi meno legata alla nonna paterna, né desidero fare delle parzialità affettive, ma la nonna materna, di settantasette anni e di quindici più anziana della nonna paterna, ha una presa diversa sul mio carattere di per sé fantasioso. La nonna di Ramacca conserva una vivacità mentale e una facoltà di novellare che mi incantano, soprattutto quando m’intrattiene sui tempi e sui fatti della sua giovinezza. Tra i tanti episodi che mi ha narrato desidero raccontarne uno, che mi ha colpita particolarmente.
Al tempo della seconda guerra mondiale, mia nonna, già signorina, e i familiari si erano ritirati in campagna e spesso, per sfuggire al pericolo dei bombardamenti e delle incursioni aeree, che battevano incessantemente la piana di Catania, cercavano riparo all’interno di grotte, che, per la loro angustia, è forse più legittimo chiamarle fosse, le quali si aprono lungo i fianchi di una collina di proprietà della famiglia. Entro quelle buche mia nonna passò molte notti durante gli attacchi aerei effettuati nel nitore dell’atmosfera estiva. Ogni volta, lei così sensibile e delicata d’animo, si sorprendeva ad ammirare, dalle bocche delle grotte, il fulgore dilagante della luna piena, che annegava, nella sua luce opalescente, la natura sfregiata e violentata dai lampi e dai boati sinistri delle bombe sganciate sulle città vicine. Altre volte i miei parenti si recavano alle grotte per una sorta di assuefazione ad una forma di allarmismo, che si era accentuato e penosamente acuito per lo squilibrio psicologico che si era instaurato a causa dell’ansia della guerra. Durante quelle uscite seròtine venivano talvolta risparmiate loro le incursioni degli aerei, che solitamente picchiavano e mitragliavano a bassa quota, ma la paura veniva alimentata nei loro cuori da altri fenomeni. Ciò che sto per narrare avvenne, a detta della nonna, in una serata senza vento, sotto la luna piena, che, montando pian piano, aveva affogato nel cielo l’estremo barbàglio del sole morente. La bianca e metallica luce della luna allagava, in una cascata luminosa, le colline e la piana marezzata, ancora infocata dalle ore del giorno, nell’estremo languore dell’estate. Ogni cosa sembrava scintillare ancor più che sotto lo splendore del mezzogiorno e quella sera, straordinariamente, l’aria si riempì di densi profumi d’ogni sorta di fiori, di erbe dalla greve ed intollerabile dolcezza. La quiete più profonda leniva la natura; cessarono il frinire delle cicale e il canto dei grilli, si smorzò il richiamo degli uccelli notturni. La calma e l’incanto delle cose, immobilizzate per non turbare il chiaro di luna, stesero un velo di splendore per ornare la scena di un miracolo. Quella volta, in quelle ore di attesa di un bombardamento, che allora non arrivò, la notte silente, all’improvviso, si animò, cominciò a brulicare di sinistre presenze. Si formavano alla vista immagini prima confuse, poi delineatesi chiaramente, come di suore, fasciate da raggi luminosi rossastri, che si disegnavano nello sfondo del cielo che s’imbruniva. Quelle ombre luminescenti portavano un grande cappello, anch’esso rosso, e le figure erano sempre e solo visibili di spalle, mai di fronte. Le suore svolazzavano davanti agli occhi in modo ancora più detestabile, perché imprendibili; le loro vesti, sollevate dal vortice della danza aerea e turbinosa, si agitavano in una sorta di animazione serpentiforme, volteggiavano alte e morbide come nuvole d’incenso. Le forme spettrali si muovevano sulle file del frumento ormai prossimo alla mietitura, si mantenevano in equilibrio sui càuli e assecondavano, nelle loro movenze e nel loro procedere, l’ondeggiare della graminacea, creato dal soffio leggero della brezza estiva appena alzatasi. Le spighe del grano non si piegavano sotto il peso di quelle figure, anzi sembrava che le sorreggessero agevolmente. Tutti quelli che osservavano le forme svolazzanti nella liquida luce della luna piena si sentivano assaliti da paura totale e spaventosa; un brivido, insieme a un senso di panico paralizzante, teneva gli astanti agghiacciati e artigliati ai bordi delle grotte. Il terrore non permetteva agli spettatori di agire e questi, non potendo muoversi e seguire le visioni, non erano in grado di dire come quelle entità si materializzassero, si muovevano in fila processionale circondate da un luccichio tremolante, leggermente librate a mezz’aria, e poi scomparivano del tutto con analoga subitaneità. Quelle apparizioni danzavano nell’aria e si perdevano nelle ovattate sfumature della notte; in quei momenti nell’aria si percepiva la sensazione di una recondita e attonita stupefazione, si coglievano i silenzi incantati della grande pianura sottostante, che premeva, come un mare fondo e tenebroso, tutt’intorno al colle, nelle cui pareti sono aperte le grotte e tutto sembrava immerso nella bruma di un sogno. La guerra con le sue angosce in quei momenti pareva lontana, inesistente. Sopraffatti dall’incanto, scossi e col respiro strozzato, i miei parenti nel mezzo della piana deserta e sconfinata, stavano appoggiati con i gomiti puntati sulla cimasa delle fosse, allungando lo sguardo sulla pianura che andava scurendosi, cercando di svelare quell’arcano che permeava di sé la natura ed invadeva le anime di un desolante terrore. Tutto diveniva irreale, le fosse rifugio sembravano buche tombali, sul cui sfondo i miei parenti stavano immobili come figure scolpite nella roccia. Era la sera dell’incantesimo e tutti rimanevano impietriti a guardare per un tempo indefinito storditi da quel silenzio che ricopriva ogni cosa. Dopo le apparizioni, quando l’animo ritrovava la sua tranquillità e la forza della riflessione, mia nonna riconsiderava il suo atteggiamento mentale e le sue apprensioni. Ripensava soprattutto all’aspetto del padre durante il presentarsi del fenomeno e sperava in lui per la risoluzione del mistero, poiché egli possedeva una grande saggezza e un intuito particolare per penetrare l’occulto. Di fronte alle apparizioni il mio bisnonno non assumeva un atteggiamento di irriverente indifferenza, o di terrore come gli altri, i suoi occhi rimanevano immobili, perduti nell’interiorità indagatrice del suo animo, alla ricerca di una fede e di una certezza. Egli rifletteva, comparava dentro di sé tutti gli aspetti più spinosi della questione entro cui la prudenza, lo scetticismo, gli affetti, la fede stessa guerreggiavano tra loro armati, puntandosi contro, a vicenda, le più svariate argomentazioni: il risultato finale avrebbe aperto sicuramente all’animo la via chiarificatrice della verità. Mia nonna fu l’unica che capì fino in fondo i tumulti nell’animo del padre, il quale, pur essendo un uomo taciturno, era molto sensibile e riflessivo, come la figlia: i due s’intendevano solo guardandosi negli occhi. Il bisnonno comparava i dati di quella esperienza con le conoscenze acquisite nella sua vita, coi racconti di altre persone, con le tradizioni che gli erano state inculcate; chiese consigli e lumi ad altre persone per quietare, con una risposta chiarificatrice ed illuminante, la sua ansia e quella dei familiari. Sapeva che nei pressi della piana di Catania e dell’interno della Sicilia si tramandano, di generazione in generazione, racconti di apparizioni di spettri. In particolare sulle pendici del monte, su cui è edificato il paese di Castel di Judica, ci sono delle grotte e delle rocce immani, che, percosse, risuonano fesse, segno evidente che celano all’interno spaccature e cavità. La voce del popolo ha da sempre tramandato di persone, che, attirate da chissà quale miraggio, sono entrate in quelle grotte, ma non ne sono più uscite. In particolari notti dell’anno nella piana di Catania si aggirano gli spettri delle persone scomparse, che appaiono, come forme luccicanti, ai viaggiatori. A Raddusa vi sono passaggi segreti e sotterranei, che collegavano la casa delle suore canossiane al cozzo dei banditi, rifugi di briganti, budelli rocciosi, che si perdono nelle viscere della terra, entro cui sono sepolti i corpi e i misfatti degli uomini facinorosi. A Barrafranca esiste una contrada, poco distante del paese, la chiana dei parrini (la pianura dei preti), che, in tempi lontani, era stata adibita a cimitero per i preti. Ogni anno, nella notte del primo di maggio, la contrada si ricopre di fitta nebbia, che, rabbuffata dal vento primaverile, si drappeggia come un sudario sulla piana stillante. A mezzanotte questo scenario apocalittico si anima dei fantasmi dei preti. I particolari di tutte le apparizioni coincidono: gli spettri delle persone scomparse appaiono sottoforma di entità luccicanti, come le suore in rosso di Ramacca. Il mio bisnonno arrivò alla conclusione che un filo comune legasse i vari fenomeni nelle varie parti dell’isola e gli spettri, nelle loro manifestazioni, sono la metamorfosi delle anime, che per motivi insondabili, non trovano la pace nell’aldilà.”

Tratta da:
MALFA V., Storie vere di magia e fantasmi, Enna, Il Lunario, 2005.

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