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Flavio R.G. Mela

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Castelli & Fortezza. Il "Castelluccio" di Gela

Cari Lettori del Veltro, ancora una volta riscopriamo angoli del territorio siciliano poco esplorati. Grazie all'intervento della Dottoressa Rita Cosentino, che ci ha invitati questo articolo, si andrà a visitare il Castelluccio di Gela, una singolare fortezza che molti potrebbero notare proveniendo dal centro Sicilia verso proprio la costiera gelese. Solitario domina la piana, quasi a ricordo della sua primaria funzione di guardia dei territori siciliani. Il Veltro ringrazia la Dottoressa e augura a tutti una buona lettura.
Il Castelluccio di Gela della Dottoressa Rita Cosentino

A sette chilometri da Gela e distante qualche chilometro dalla Statale per Catania, in contrada Spadaro, si erge su uno sperone di roccia gessosa, una costruzione fortificata a cielo aperto con due torri terminali denominata “Castelluccio”. Il Castelluccio di Gela rappresenta un meraviglioso esempio di architettura militare sveva, giunto a noi attraverso mille peripezie in tutta la sua rigida potenza. Come spesso accade, è difficile risalire con certezza all’anno di costruzione, però è assodato come la sua collocazione temporale debba essere fra la fine del 1100 e gli inizi del 1200, quindi in epoca sveva quando Federico II rifondò Gela intorno al 1230. Lo scopo primario era quello di caposaldo a difesa del territorio nella via di comunicazione verso l’interno. Anche se successivamente esso subì dei rifacimenti allo scopo di trasformazione in residenza nobiliare, così com’è attestato sulle strutture murarie. Nel 1143, secondo un atto di donazione, il conte di Butera, Simone Aleramico, cedette all’abate di San Nicolò l’Arena di Catania delle terre ubicate nella zona. Nel testo compare il toponimo “Castelluccio” , citato come termine di confine terriero dei beni assegnati. Lo stesso toponimo ritorna in un documento del 1334 con il quale la regina Eleonora riconfermò al monastero i terreni ricevuti precedentemente. Da tali documenti si evince che l’edificio era già presente ma la sua fondazione rimane incerta. Sebbene i primi vagiti del castello rimangano offuscati in mancanza di più precisi documenti, sappiamo per certo che nella metà del ‘200 fu assegnato da Federico IV a Perollo de Moach, un cavaliere originario di Caltagirone, come reggente dell’intero feudo e tale rimase ai suoi eredi fino alla metà del ‘300. Nel XIV secolo il castello, probabilmente a causa di un incendio, fu disabitato per un determinato periodo fino a quando sotto gli aragonesi, fu assegnato da re Martino I a Ruggero Impanella e nel 1422 fu assegnato a Ximenes de Corella, regio coppiere.
Durante la prima metà del XV sec. l’edificio fu restaurato e venne ricostruito lo spigolo nord-est della torre orientale crollato in seguito ad un incendio, così come testimoniano gli scavi effettuati nel 1989. Sul finire del XV sec., l’edificio fu nuovamente abbandonato, ma nel XVI sec. rientra tra i beni del patrimonio degli Aragona e in questo periodo vengono effettuati lavori di ricostruzione per un adattamento alle nuove esigenze abitative. Nel 1542 i lavori subiranno un arresto dovuto probabilmente o ad un cedimento strutturale o ad un movimento tellurico che pertanto indusse ad un nuovo abbandono dell’edificio. Le ultime famiglie proprietarie fino all’acquisizione del demanio furono gli Aragona Cortes di Terranova (Gela) e i Pignatelli. Per circa duecento anni, se non di più, il castello ha iniziato a subire la lenta ed inesorabile rovina. Nel 1943 fù bombardato dalla flotta alleata che ne distrusse la torre est ed il prospetto sud. Nel 1987 la provincia di Caltanissetta si è mossa per salvarlo da futuri crolli con un massiccio restauro che ne ha parzialmente restituito la bellezza. Tali interventi hanno inoltre permesso la messa in posto di più piattaforme con scalinate allo scopo di poter accedere alla parte sommitale del monumento ai visitatori. Giungendo sul posto, il castello rinnova la sua imponenza, tanto da apparire da ogni lato si guardi sempre con un maestoso ed austero profilo dalle forti linee cadenti. Le ampie pareti sono costellate da feritoie e finestre: le feritoie ci raccontano della sua iniziale funzione difensiva, mentre le eleganti finestre, di cui una reca un bellissimo arco, narrano il successivo utilizzo come regale residenza. L’entrata del castello si trova su lato ovest tramite un piccolo ingresso ad arco leggermente nascosto. I buchi sulle pareti indicano ancora la presenza di una robusta porta in ferro atta a sigillare con efficacia l’intera struttura, inoltre le dimensioni ridotte di questa permettevano una migliore difendibilità in caso di attacco diretto. Se al di fuori osserviamo una struttura dall’apparenza quasi integra, entrando si rimane un po’ delusi nel constatare che delle ampie stanze non è rimasto quasi nulla ed il castello, ad una prima impressione, sembra un immenso guscio vuoto. Il piano superiore è crollato da tempo immemore, così come quattro dei cinque grandi archi che lo sorreggevano, tuttavia, immergendoci in quell’ambiente, riusciamo a cogliere dei particolari molti interessanti. Uno di questi è un monumentale camino ai cui lati fanno mostra di se una serie di colonnine trecentesche in calcare bianco molto consunte. La canna fumaria che da esso si diparte pian piano si restringe elegantemente verso l’alto, percorrendo tutta l’altezza della parete interna fino in cima. Grazie alle scale e alle passerelle in ferro ora abbandonate, tanto da sembrare anch’esse un relitto archeologico, riusciamo a salire alla stessa quota dove presumibilmente arrivava il primo piano. Nella torre occidentale era ricavato un ambiente accessibile tramite un ingresso sormontato da un bell’arco. Qui le tracce di un ottimo restauro si accompagnano a quelle efficaci dei vandali, i quali hanno portato alla distruzione dei vetri e a scritte sui muri. Il percorso non sembra fermarsi a questo livello: tramite una piccola scaletta, infatti, è possibile salire ancora più in alto verso il limite superiore delle mura dal quale si può ammirare un panorama ampissimo ed avere l’intensa percezione della funzione d’avvistamento di quest’antica fortezza. Se escludiamo con lo sguardo la vasta area industriale di Gela, che da tempo deturpa le grandezze archeologiche della città e ci concentriamo sui vasti campi coltivati che circondano l’ area, quasi per incanto si può sentire il rumore delle armature dei cavalieri o a quello di risonanti spade. Tempi gloriosi e lontani ma sempre vivi e presenti.

BIBLIOGRAFIA:

• Vullo D., Gela, Castelluccio, in “Castelli medievali di Sicilia”, 2001, pp. 144-145.
• Scuto S., Il Castelluccio di Gela, in “Federico e la Sicilia. Dalla terra alla corona. Archeologia e architettura“, 1995, pp. 503-504.

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