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Flavio R.G. Mela

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Castelli & Fortezze. Il leggendario Castello di Gresti o di Pietratagliata

Chiedersi se sia possibile emozionarsi di fronte a questo sito antico è quasi superfluo. Vivere delle suggestioni che dona è molto naturale e si starebbe ore ed ore a contemplare la bellezza di un castello e di una zona naturalistica e storica vecchia di secoli e secoli. Castello di Gresti, o di Pietratagliata, come fu chiamato nei documenti medievali delle concessioni feudatarie regie, è oggi un relitto del suo passato, ma sicuramente figlio di una storia tutta da scoprire. Arrivare al Castello è forse un po’ ostico e, con le frane che si possono trovare lungo la strada, è molto facile dover proseguire a piedi in una scalata inserita pienamente in una selva di eucalipti. E mentre si sale sul monte, geograficamente inserito tra Valguarnera Caropepe e Raddusa, nel territorio di Aidone in contrada Gresti, non si può fare a meno di dilungare lo sguardo verso un paesaggio sconfinato, alla cui cima v’è solo il Lago Ogliastro. Ben presto si vive una sensazione di isolamento. Le strade di asfalto e cemento hanno una sorte brusca e inizia un sentiero di terra battuta. Di lì a poco la sagoma di un Castello prende forma e al di là degli ultimi alberi si realizza che la meta è stata raggiunta. Salta subito all’occhio la cresta di roccia che spezza in due il Vallone di Gresti, il cui torrente è un affluente del fiume Gornalunga, l’antico Erykes. Una realtà orografica impressionante, composta da una parete di roccia vertiginosa e singolare, su cui è possibile scorgere il via e vai di diversi uccelli, tra cui falchi. Proprio sul versante di chi insegue il desiderio di affacciarsi su quel pendio, incastrato nella roccia, come un diamante sul supporto d’oro, ecco il Castello di Gresti, il cui nome, molto probabilmente, venne dato dalla tradizione popolare per la sua vicinanza al Cozzo Gresti, denominazione che a sua volta deriva dai “gresti” (termine dialettale) ovvero “cocci”, prova tangibile della presenza di un insediamento di età greca e poi romana che doveva sorgere proprio nella zona del castello. Abbandonato, diroccato, distrutto dal tempo, non perde il suo smalto di vedetta del territorio e si lascia osservare, persino nelle sue viscere. Infatti, talmente è stato smembrato che è possibile avere un quadro preciso degli ambienti interni, dalla maestosa torre, alle nicchie più profonde e che perforano la roccia viva. La funzione dell’avamposto era sicuramente quella di presidio di controllo, soprattutto in epoca antica, per chi venisse dalla costa orientale della Sicilia e avesse intenzione di intromettersi al centro dell’Isola. Secondo alcuni, il fortilizio era innestato su una direttrice di comunicazione visiva con altri diversi “fani” o “fuochi” posizionati in altrettanti alture. In questo caso la linea comunicativa sarebbe composta da Enna – Valguarnera – Castello di Gresti – Morgantina – Aidone – Castello di Mongialino – Mineo.
Seppur l’edificio presenta connotazioni architettoniche di epoca normanna, non esistono fonti se non risalenti solo al XIII secolo, precisamente al 1210 e al 1296 quando il luogo venne individuato come il Casale Fesinae e al 1358 quando ottenne la denominazione di “castrum”. Altre informazioni ancora sono dell’anno 1374, durante il quale il feudo, chiamato Fessima o Fessinia, insieme al fortilizio, venne donato da Federico III d’Aragona, dapprima a Prandino Capizana di Piazza Armerina e poi, ribellatosi questi al governo regio, a Perronus de Iuenio de Termis, feudatario anche di Aidone. Successivamente, ovvero nel 1392, lo stesso Re Martino confermò il possedimento al figlio di Perronus, ovvero Bartolomeno. Il feudo rimarrà all’interno dei possedimenti della famiglia de Iuenio, o Gioeni, fino al 1512, così come riporta il notaio e giurista italiano Giovanni Luca Barberi (XV – XVI secolo) nella sua opera Magnum Capibrevium. Altra notizia risale al 1648 quando la proprietà passò alla famiglia Graffeo, ai quali subentrò, come proprietario, il Barone Caprini, che, secondo la tradizione e come riporta lo storico Giacomo Magno nel suo “Memorie storiche di Valguarnera Caropepe”, fa incidere sull’architrave di un arco ogivale nel prospetto settentrionale un’epigrafe di cui, tuttavia, non resta traccia. Queste le parole che erano riportate:
“A Dio Ottimo Massimo o giovinetto, al quale queste cose appartengono per diritto (di discendenza) di Giacomo Caprini, il quale ne è il barone e qui risplende col suo antico stemma, ti avanza. Tu godrai non dell'orto delle Esperidi, ma dei feudi, del pingue armento di lui e del gregge pascolante. Felice te, o giovinetto, che ti pasci di aura celeste nella casa del grande eroe piena di abbondanza. Anno del Signore 1668”. Possibilmente doveva essere una dedica per il futuro successore del feudo, individuato probabilmente nel figlio. Nel 1769 il proprietario divenne Andrea Amato, Principe di Galati, che, a quanto pare, lo vendette a Gioacchino Pomar, dal quale lo acquistò successivamente Alessandro Mallia nel 1772. Nel ‘900 la proprietà passò all’ecclesiastico Mons. A. Prato e alla famiglia del Marchese Aldisio. Il sito del Castello è attualmente proprietà privata.
Per quanto riguarda il sito del fortilizio, profondamente, come detto, danneggiato, esso è composto da ambienti ipogei, sia sul versante orientale della parete rocciosa, sia sul versante occidentale della rupe, dagli ambienti di origine medievale come la torre e altre strutture in muratura che andarono a ricoprire gli ambienti scavati nella roccia, e, infine, gli ambienti del XVII adibiti a masseria. Ciò che colpisce di più è sicuramente la torre, di stile normanno, alla quale non è possibile accedere, e dentro cui venne testimoniato esserci una scala a chiocciola, che portava direttamente sul terrazzo di avvistamento. Chiaramente la vista da lì doveva essere veramente sensazionale. Tra gli ambienti ipogei di grande interesse una particolare insenatura, a cui si accede da quello che doveva essere il sottoscala che portava all’ingresso della torre. Una volta entrati, coperti dalla roccia viva, si può alloggiare e fermarsi ad osservare tutta la vallata ben seduti su una banchina scolpita nella roccia, accanto alla quale v’è una porta e poi un grandissimo ambiente ipogeo, con una finestra che da sull’altro versante della vallata. Le strutture medievali e barocche subirono un forte dissesto con il terremoto dell’11 gennaio 1693, che colpì tutta la Sicilia orientale. Ci fu una ricostruzione proprio in seguito al sisma, ma il 13 dicembre 1990 un’altra scossa fece crollare gran parte degli ambienti, rendendo l’abitato inagibile. Infine, proprio davanti quella che doveva essere l’entrata del castello, oltre che alla strada che porta verso Grottacalda e quindi in direzione di Valguarnera, su possenti rocce antistanti si erge una piccola chiesetta, una cappella si direbbe, di cui restano traccia i muri perimetrali e il portale in pietra locale.
Si vuole concludere questo articolo con una leggenda che ha a che fare con il Castello di Gresti. Prima si è parlato dell’epigrafe del Barone Caprini. Ebbene, se un cavaliere, in groppa ad un destriero al galoppo, fosse riuscito a leggere questa epigrafe, probabilmente in alto e in vista della strada, avrebbe beneficiato di un grande tesoro. Purtroppo, come detto, l’epigrafe è andata persa, ma resta quell’alone fiabesco sul Castello, custode di storie e ispiratore di leggende.
Flavio Mela

BIBLIOGRAFIA

Per maggiori approfondimenti viene consigliato il testo TOMARCHIO G., Il Castello di Pietratagliata, Enna, Il Lunario, 1992.

Galleria fotografica




Da sinistra in alto. 1) Complesso nella sua interezza con edificio di ingresso e torre. 2) Terrazza su parete rocciosa in ambiente ipogeo. 3) Grande stanza ipogea con finestra, dietro terrazza su parete rocciosa. 4) Prospetto frontale del fortilizio. 5) Prospetto laterale del fortilizio per chi giunge dal sentiero. 6) Chiesetta, o cappella, su rocce di fronte al Castello. 7) Torre con gradinate crollate sulla sinistra (Proprio sotto si discende della terrazza ipogea).

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