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Flavio R.G. Mela

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Chiese e Conventi. Chiesa del Santo Rosario di Pietraperzia. Una specialità antica a croce greca.

Nel cuore di Pietraperzia, vicino alla Chiesa Madre, si erge, rinnovata da un restauro recente, l'antichissima Chiesa del Rosario. A parlarci di questa chiesa è la studentessa Veronica Riccobene, studentessa, che, rifancendosi anche all'Archivio della Diocesi di Piazza Armerina, descrive abilmente ciò che rappresentò questo edificio per il "paese delle rocche" nella storia e quale arte si modella su tale struttura secolare.

"Chiesa del Rosario di Pietraperzia. Una specialità antica a croce greca"
di Veronica Riccobene


La costruzione risale ad un periodo anteriore il 1500. Fu dapprima dedicata alla Madonna Annunziata
ed è tra le più antiche chiese di Pietraperzia. Nel 1521 Matteo Barresi fece costruire accanto ad essa il Convento di S. Domenico ed invitò i Padri Domenicani a trasferirvisi dalle chiesa dello Spirito Santo in un nuovo monastero costruito nello spazio attiguo a detta chiesa e della quale assunsero la cura. Con l’Unità d’Italia l’attiguo convento venne adibito a Municipio,come lo è attualmente.I Padri Domenicani, durante la loro permanenza, commissionarono una bella statua alla Madonna del Rosario (ora nella chiesa Madonna delle Grazie) e la collocarono dietro l'altare maggiore, all’interno di una nicchia. La devozione per questa chiesa fu particolare per alcune famiglie tant'è che vi è sepolta una nobil donna, Leandra Santangelo, sposa del Barone Don Girolamo Miccichè. Si offre, benché attualmente spoglia, come un’opera di architettura classica rimarchevole per l’attualità rispetto all’evoluzione del Rinascimento in Italia centrale, libera cioè da ogni reminiscenza gotica e con il grande risalto dato alla cupola. La spazialità della pianta centrale ne fa la più bella chiesa di Pietraperzia, il cui confronto regge solo l’emozione mistica che può suscitare la piccola Caterva, ma la sua originale pianta a croce greca la rende unica (l'ultima immagine sulla sinistra è la mappa, cliccandoci si può ingrandire).
L’origine dell’impianto a croce greca può essere dipes
o da un fenomeno sociale verificatosi nel corso del ‘400, ovvero la diaspora della fazione greca dei Nicoleti, cacciati dai centri della regione nord-orientale (Nicosia in particolare), ed i donativi di queste famiglie possono aver influenzato la scelta.
Per il resto il corredo è molto semplice, eccetto l’altare maggiore a tarsia policrom
atica. V’è un’acquasantiera a piede in pietra arenaria ed una piccola in calcare bianco con lo stemma dei Barresi con la tipica mano che regge, un’altra in arenaria a coppa profonda. La tribuna sopra l’ingresso, il pavimento di quadri d’alabastro e residui di maioliche settecentesche in sacrestia. Interessante il commovente campanile in gesso (di costruzione successiva) con strettissima scala a lumaca ed una campana di Burgio del 1639. La facciata si presenta luminosa per la estesa superficie inquadrata da lesene cantonali di ordine dorico sormontate da trabeazione e timpano in lieve aggetto. Presenta, poi, un portale ad architrave sormontato da un fastiglio poco rilevato con il fregio dell’ordine dei domenicani ed in alto un finestrone. Il tutto è per la prima volta giocato nel vivace accostamento cromatico dei materiali lapidei locali, il giallo dell’arenaria ed il bianco del calcare e dell’intonaco a gesso con inserti di colore azzolo a sottolineare la partiture architettoniche. Il tetto di coppi con l’incrocio dei bracci rotondi intorno al tamburo è visibile solo dalla torre del Comune.
Nelle 2007 sono iniziati i lavori di ristrutturazione. Prima dei lavori di restauro lo stato di conservazione della chiesa era fatiscente e di grave pericolo per la tenuta del monumento stesso. Dato ciò, il Genio Civile dello Stato ha provveduto, con perizia di somma urgenza, alla messa in sicurezza mediante un sistema di puntellamento e di mantovane. In particolare presentava gravi problemi statici i pavimenti murari, gli architravi di diverse porte e finestre, gli elementi lapidei del timpano a rischio incipienti di crollo, la torre campanaria in evidente fuori piombo e con evidenti fenomeni digressione delle murature. Internamente, i dissesti statici erano anche più manifesti che all’esterno e si evidenziano con ampie lesioni della cupola centrale e degli archi di sostegno, lesioni verticali sparse nelle murature, evidente l’umidità di risalita con conseguente distacco degli intonaci.
Grazie all’iniziativa “Chiese aperte” organizzata dall’Archeoclub di Pietraperzia, la chiesa è stata aperta al pubblico dopo la fine dei restauri. Sebbene spoglia dei suoi affreschi e statue, si è presentata agli occhi dei suoi cittadini con quel fascino e mistero che da sempre la gente più anziana del posto ha descritto e narrato.
Bibliografia di riferimento ed approfondimento.
SILLITTO P., Pietraperzia . Una guida rapida: ambiente, arte e storia, Pietraperzia, Tipografia Di Prima, 2000

Chiese & Conventi. Di "ritorno"dal restauro, il Campanile della Cattedrale "Maria SS. delle Vittorie" di P. Armerina

Qualche giorno fa si è concluso il restauro alla torre campanaria della Cattedrale di Piazza Armerina, dedicata a Maria Santissima delle Vittorie, costruita per volere testamentario di Marco Trigona, nel luogo in cui sorgeva una chiesa di cui non restano tracce, ad eccezione della torre campanaria. La fine della costruzione dell'edificio sacro avvenne il 22 ottobre del 1742. La torre camapania, probabilmente più alta rispetto all'edificio originario ma quasi pari in altezza a quello attuale, ha vissuto per qualche tempo sotto i ponteggi dei restauratori. Ma ora è tornata a mostrarsi sia a cittadini che ai turisti. La torre, di grande pregio e ricca di decorazioni, fu studiata nei minimi dettagli dallo studioso Walther Leopold, che nel suo Sizilianische Bauten Des Mittelaiters in Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia und Randazzo del 1917.Nella torre, contigua al lato meridionale della chiesa, sono individuabili, secondo lo studioso tedesco, due fasi costruttive differenti: la prima si riferisce ai due livelli inferiori mentre la seconda ai due superiori.
Riguardo due piani inferiori ( 1° e 2° piano dal basso) si può notare come abbiano mantenuto forme e stili di gusto tardo-gotico. Le pareti esterne del campanile in questi piani è molto ric
ca ed è costituita da un'architettura cieca. Sia il 1° piano che il 2° piano presentano due finestre con arco a tutto sesto, sormontate da una cornice carenata. Di fianco a tali finestre e lungo la curva del loro arco si innalzano pilastrini con una ricca decorazione, ornando così le stesse cornici carenate. Ogni pilastrino ha un capitello decorato a fogliame di stile non gotico. Fin dal primo piano i cantoni esterni del campanile sono adornati con massicce e pesanti colonne che raggiungono il pesante cornicione di chiara influenza rinascimentale che divide le due coppie di livelli: al di sopra di un'architrave si sviluppa un fregio caratterizzato da triglifi che presentano solo due scanalature e metope con immagini scolpite. La cornice di coronamento, sopra la gola con listello, ha una fascia a ovoli al di sopra della quale si protende il gocciolatoio che è separato dalla sima più alta da un fine perlato.
Per ciò che concerne i due livelli più alti, nel penultimo piano (3° pia
no) si rivela una certa sensibilità gotica nelle finestre cieche con arco a tutto sesto che sembrano far parte della cornice dell'architettura medievale originaria. Stessa cosa il bicromismo dello strombo nelle finestre. Più tardi, le stesse finestre furono fiancheggiate da due coppie di pilastri. Tra una coppia fu inserita una nicchia, la cui parte alta si completa con una conchiglia e al di sopra di questa un oculo fortemente profilato. I semipilastri sostengono una cornice semplice ed una più robusta, che probabilmente era l'apice dell'antica costruzione.
L'ultimo piano (4° piano), in cime, ha finestre con arco a sesto acuto, ma con un profilo che no
n è affatto gotico. Ancora una volta le finestre sono fiancheggiate dal sistema dei pilastri, anche se con una risoluzione più semplice così come il cornicione che riprende la forma di quella del penultimo piano.
Come si è ben potuto comprendere, la torre non ha mantenuto, nel corso dei secoli, un'unità stili
stica così che appare all'occhio del visitatore come un caleidoscopio di arti diverse.
Bibliografia di riferimento e di approfondimento:
- LEOPOLD W., Architetture del Medioevo in Sicilia, a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, Enna, Il Lunario, 2007.
- NIGRELLI I., Piazza Armerina medievale, Milano, Electa Editrice, 1983.
Flavio Mela

Esclusivo. La "Caterva": la dorata cripta di Pietraperzia

Costruita nel '300, la chiesa madre di Pietraperzia fu abbattuta una prima volta, nel '500, dal marchese Matteo Barresi per costruirvi sulla stessa area una nuova chiesa. Quest'ultima, pericolante, fu ulteriormente abbattuta nel 1799 e ricostruita su progetto dell'architetto Trombetta di Caltanissetta. Della chiesa medievale resta veramente poco e solo qualche capitello o arco all'interno delle mura interne ricorda il passato originario dell'edificio. Al di sotto della chiesa madre vi è la chiesa detta Caterva che dovette essere la cripta della chiesa cinquecentesca. Fodamenta dell'attuale chiesa madre di Pietraperzia, la "Caterva" è una surreale "nicchia di ieratico silenzio", originariamente chiamata "chiesa delle Anime Sante". Il tetto basso e la dolcezza delle forme della pianta abbracciano la preghiera dei fedeli che possono ritrovare in essa il raccoglimento necessario. Intorno foglie e rami di stucco dorato si snodano per tutte le pareti fin alla volta creando una "selva" di intrecci e ricamati disegni e dai quali fuoriescono creature umane che sospendono la loro attenzione sull'asse della Trinità che si manifesta davanti a loro. Il Padre, la cui immagine è dipinta sulla volta, guarda dall'alto e la sua voce sembra condotta da quella colomba (lo Spirito Santo), dipinto anch'esso, che, come una corona, si adagia al di sopra del capo del Figlio crocefisso. Qui la caratteristica principale della chiesa della Caterva: un Crocifisso in legno, incassato tra gli stucchi dorati. Nonostante i rimaneggiamenti dell'opera nei secoli non hanno permesso di chiarire l'origine della croce di legno, una quotata teoria lo inserirebbe all'interno del linguaggio figurativo di Coppo di Marcovaldo, come dimostra la tipologia del perizoma annodato nella parte anteriore che fu pressoché contemporaneamente introdotta in Toscana nel XIII secolo, a Pisa da Giunta ed a Lucca dai Berlinghieri.
La croce ha come oggetto Gesù Cristo con la testa lievemente reclinata sulla spalla destra e incorniciata in un insieme di ciocche distinte tra di loro. Il corpo, limitato dal perimetro verticale della struttura lignea, tende a piegarsi innaturalmenteverso sinistra giungendo all’accavallamento delle gambe, con la destra che sopravanza la sinistra sino al piano di affioramento. I fianchi del Cristo sono stretti da un perizoma, rigidamente verticale ed a nodo centrale,a cui fu aggiunto un nodo d’argento inserito lateralmente rispetto al precedente.
Il 7 febbraio 1992 la croce dipinta della Caterva venne rubata ed abbandonata, nonchè ritrovata, vicino ad un cassonetto dei rifiuti nel quartiere Terruccia.
Nella chiesa sono ulteriormente conservate anche le reliquie di San Felice.
Duante il periodo di maggio, nella chiesa della Caterva, è possibile assistere alle litanie del rosario nella parlata tradizionale di Pietraperzia. Di seguito si riporta la tipica preghiera.

Mistero

Miu Crucifissu, Amuri,chinu di tanti affanninun sacciu si mi dannu
oppuri mi salverò.
Ppi la vostra testa cu spini e dulura,
Gesù mio, cori infinitu,
cumu Patri Redenturi
mi darai l'eterna vita.
Caru Gesuzzu miu,
ppi lu vostru custatu,
renniri vogliu a Vui l'urtimu xiatu.

1 Coro
O Santissimu Crucifissu
li vostri grazii sunu spissu.

2 Coro
Nu a da scurari sta jurnata
c'amma essiri cunsulati.

Il 3 di maggio si dice

Arma mia pensaci beni,
pensa a lu jurnu ca amma muriri.
Lu munti Beriu amma passari,
lu nimicu amma 'ncuntrari.
Tu lu sa socchi cc'ia diri,
ca lu jurnu di li santi cruci
dissi mille e cintu voti:
Gesù, Santi Cruci aitutatimi vu!

Bibliografia per i cenni storici e gli approfondimenti

- DI NATALE M.C., Le croci dipinte in Sicilia: l'area occidentale dal XIV al XVI secolo, Palermo, Flaccovio Editore, 1992.

- NICOLETTI R., LALOMIA A., Storia del territorio di Pietraperzia: dalle origini agli aragonesi, Caltanissetta, Lussografica, 1982.


Flavio Mela



San Giovanni Evangelista di Piazza Armerina. Un incantevole viaggio nella pittura fiamminga del Borremans.


Nei pressi del borgo antico di Piazza Armerina nella zona di Piazza Martiri di Ungheria v’è una chiesa di grande pregio e splendore. E’ la chiesa di San Giovanni Evangelista, attualmente sede delle celebrazioni eucaristiche dell’Oratorio salesiano di Piazza Armerina.Un tempo faceva parte del monastero delle benedettine voluto dalla nobile Florentia Caldarera intorno al 1361. La chiesa, il cui spazio era occupato, al tempo dell’edificazione del monastero, dalla casa della stessa fondatrice, fu fatta costruire intorno alla metà del XVI secolo dalla badessa Fulgenzia Li Gregni. Intorno al 1721, le suore benedettine ricevettero un’ingente somma di denaro (400 onze) grazie ad una eredità pervenuta all’anziana suora Ottavilla La Valle.Con tale somma, la badessa Angelica Cremona potè completare la chiesa e abbellirla con dei favolosi affreschi che commissionò direttamente al famoso pittore e fiammingo Guglielmo Borremans (Anversa 1670 – Palermo 1744), che in quell’anno stava per completare gli affreschi del duomo di Caltanissetta. Cuore pregiato dell’arte pittorica a Piazza Armerina, gli affreschi del Borremans nella chiesa di San Giovanni Evangelista si modellano sulle pareti e sugli elementi architettonici dell’edificio come un velo multicolore che ingombra ogni centimetro dello spazio rendendo surreale il tutto che distrae il visitatore dall’abbraccio austero delle mura esterne della chiesa, semplici e disadorne, rigide e povere. Sinuosi e arabeggianti intrecci di fiori e rami colorati con tenui colori di primavera custodiscono emblematiche scene di tema biblico ed evangelico. Nella cupola, sopra l’altare maggiore costruito dai fratelli Marino di Catania tra il 1791 ed il 1792 e recante le due splendide statue di marmo di Carrara raffiguranti la Fede (sx) e l’Innocenza (dx), v’è raffigurato il Mistero dell’Eucarestia intorno alla quale un’ascetica adorazione angelica rende vivido il “clangore” della pace ultraterrena. Muovendo lo sguardo verso il basso, si entra nel vivido della vita di Cristo con le quattro scene più rappresentative del Vangelo. La nascita ed adorazione dei pastori, il battesimo di Cristo e la Crocifissione (affreschi bicolore e forme stilizzate), ed infine l’Epifania, con l’adorazione dei Magi. Discendendo dalla cupola fino ai quattro affreschi su citati, nelle lunette e nei piloni vi sono raffigurate diverse figure femminili, simboli delle virtù. Per quanto concerne il tetto della navata e le pareti della stessa, la nota narrativa si estende alla visione apocalittica di San Giovanni e alla vita dei principali Santi Benedettini ovvero San Placido e San Bendetto. In alto, nella volta, è infatti possibile notare un San Giovanni estasiato da una magnifica visione: quella dell’Immacolata Concezione ai cui piedi v’è la luna e ammantata di sole. La donna sembra irremovibile di fronte alla feroce lotta che vede un corazzato Michele Arcangelo scagliarsi contro il terrifico drago a sette teste come ad essere sicura della vittoria del primo rispetto al secondo, grazie alla forza della fede e di Dio. Focalizzando l’attenzione sulle pareti laterali l’attenzione viene rapita da particolari scene legati a San Benedetto e San Placido. Di quest’ultimo, proprio sopra il portone principale, v’è il martirio che ha come paesaggio lo stretto di Messina. Oltre a questi affreschi, si ritrovano anche tele di altri pittori. Uno di questi è un quadro del 500’ di grande pregio e guizzante di quell’arte sofisticata del chiaroscuro. Non si conosce l’autore ma sicuramente il soggetto rappresentato ovvero il martirio di San Giovanni Evangelista che viene lentamente spogliato delle sue vesti per essere immerso nella caldaia bollente d’olio dal quale, com’è noto, usciva sempre più fresco e sano di prima. L’altro quadro, recante la data del 1767, è invece di Giuseppe Noto e raffigura San Benedetto nell’atto di guarire un fanciullo ossesso. Un crocifisso dipinto era presente tra gli affreschi della Chiesa. Anticamente rimosso e sostituito con una nicchia dove alloggia attualmente la statua di Maria Ausiliatrice, è custodito dalla Diocesi di Piazza Armerina in attesa di restauro. Da sottolineare la bellezza del coro di legno e ferro battuto che, dal fondo della chiesa, guarda l’altare. Al di dietro di quello le suore benedettine solevano partecipare alla celebrazione eucaristica mantenendo il loro voto di clausura. La chiesa e il convento negli anni seguenti all’interdetto del 1861 del governo che riscuoteva i beni della Chiesa fu affidato alle suore salesiane della regola di don Bosco. Attualmente la sede è gestita ancora dai Salesiani così come la Chiesa. Nel mese di maggio, dopo un triduo partecipato, si festeggia, il giorno 24, la festa di Maria Ausiliatrice che prevede una processione esterna dei fedeli, devotissimi e numerosi.
Le foto pu
bblicate insieme all’articolo sono state donate al “Veltro” dalla studentessa Rosa Linda Romano di Piazza Armerina che si ringrazia.
E’ possibile
chiedere informazioni per la visita della chiesa e per l’apertura della stessa presso l’Oratorio salesiano in via Garibaldi, 75, Piazza Armerina.
Bibliografia per i cenni storici e gli approfondimenti:

- VILLARI L., Storia ecclesiastica della città di Piazza Armerina, Messina, Analecta, 1988.

- PICCOLO GALATI G., Di Guglielmo Borremans pittore fiammingo in Italia, 1670-1744, Viterbo, Agnesotti, 1997.

Flavio Mela