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se per caso ami la cultura e l'avventura e vorresti conoscere una terra magica e misteriosa, come la Sicilia, questo è il tuo blog. "Il Veltro", come un "segugio", ti indica la via per raggiungere luoghi affascinanti e antichi, tradizioni e feste popolari d'altri tempi e una e più storie.

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Flavio R.G. Mela

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Eventi & Mostre. Cantieri didattici aperti. Restauri opere d'arte a Piazza Armerina.

Dal 17 Luglio, presso il cortile del Museo Diocesano di Piazza Armerina sarà possibile entrare nel vivo di un'attività di restauro su opere d'arte sacra antiche. Si tratta di un evento molto particolare che nasce dalla collaborazione tra la Diocesi di Piazza Armerina, l'ass. culturale "Domus Artis" e il Comune di Piazza Armerina e che prende il nome di "Cantieri didattici aperti. Restauri opere d'arte a Piazza Armerina". Al progetto ha aderito la Scuola d’Arte e di Mestieri “Nicolò Zappaglia” del Comune di Roma. Tecnici ed esperti di questa eccelsa Scuola non solo lavorano di fronte al pubblico ma sono a disposizione dello stesso se e qualora è necessario chiarire qualche dubbio. Infatti è possibile, cosa straordinaria, interagire direttamente con il restauratore per capire, per esempio, la modalità di lavoro o le tecniche usate.
Sottoposte all'intervento di questa attavità sono alcune opere, del '700 ed '800, custodite nel Museo Diocesano ma appartenenti non solo a chiese della città di Piazza Armerina ma anche di Valguarnera Caropepe. Tra queste alcuni ritratti, tondi, di cardinali dell'Ordine dei Teatini, tre pregiati marmi due dei quali con rilievi molto interessanti e pregiati, alcune statue di cartapesta ed un Crocefisso della Chiesa di Sant'Anna di Valguarnera.
Informazioni utili
I "cantieri" saranno aperti al pubblico fino al 31 luglio, dalle ore 8.00 alle 20.00, presso il Museo Diocesano, Piazza Duomo, 1 - Piazza Armerina - Tel. 0935.85622
Flavio Mela



Storia. Castelli & Fortezze. La Lombardia. Il cuore strategico dell'antica Castrogiovanni (Enna)

Nel cuore di Sicilia, presso Enna, anticamente chiamata Castrogiovanni, la leggenda incontra la realtà quando si parla della Lombardia, una delle più inafferrabili fortezze in Sicilia di fronte alla quale molti eserciti, invasori, dovettero alzar bandiera bianca durante terribili ed estenuanti assedi. Legato alle vicende dell’insediamento di cui occupa la parte più elevata e munita, la Lombardia ha origini remote come fortificazione, anche se gran parte della sua struttura attuale viene generalmente riferita a età sveva. Secondo la mitologia, su quel pianoro alto aveva la propria reggia il re Sicano, sposo di Cerere. Caratterizzato da un esteso perimetro fortificato che segue l’andamento orografico del terreno, racchiude una sequenza di tre cortili: degli Armati o di San Nicola, della Maddalena e di San Martino. Nel corso dei secoli passati, fu utilizzato, nelle sue strutture originarie, da Bizantini ed Arabi. Ma è sicuramente ai sovrani normanni che si deve il ripristino della fortificazione entro il quale fondarono la Cappella regia di S. Martino, e che assunse il nome di “Castello di Lombardia” dalla classe guerriera di origine alto italiana che si era aggregata ai conquistatori insediandosi nell’omonimo quartiere sottostante. Il toponimo di “Ponte”, che caratterizza la parte più alta del quartiere “Lombardia”, deriva invece dalle contraffortature avanzate con fosso che difendevano l’accesso principale al castello. Con la fine dell’età sveva e durante la dominazione angioina nonché il successivo regno aragonese, Enna non perse mai il suo ruolo di roccaforte strategica ed il suo castello risultava il terzo di tutta la Sicilia per dotazione di soldati. Si pensi che Federico III d’Aragona lo scelse come propria dimora estiva e al suo interno convocò anche parlamenti. Nel ‘600 presentava vasti ambienti con stucchi e affreschi per la dimora regia. Un lungo abbandono in età moderna, la sua trasformazione in carcere e restauri, non documentati, di questo secolo hanno lasciato solo l’impianto di alcune delle venti torri ancora visibili nel Seicento (più conservata, la Torre Pisana) e due ambienti coperti da volte a crociera.
Il castello di En
na, come si è detto, ha un’origine antica e probabilmente, nel corso dei secoli passati, fu utilizzato, nelle sue strutture originarie, da Bizantini ed Arabi. Ma è sicuramente ai sovrani normanni che si deve il ripristino della fortificazione entro il quale fondarono la Cappella regia di S. Martino, e che assunse il nome di “Castello di Lombardia” dalla classe guerriera di origine alto italiana che si era aggregata ai conquistatori insediandosi nell’omonimo quartiere sottostante. Il toponimo di “Ponte”, che caratterizza la parte più alta del quartiere “Lombardia”, deriva invece dalle contraffortature avanzate con fosso che difendevano l’accesso principale al castello. Con la fine dell’età sveva e durante la dominazione angioina nonché il successivo regno aragonese, Enna non perse mai il suo ruolo di roccaforte strategica ed il suo castello risultava il terzo di tutta la Sicilia per dotazione di soldati. Si pensi che Federico III d’Aragona lo scelse come propria dimora estiva e al suo interno convocò anche parlamenti.
In breve, adess
o, si cercherà di porre una guida, breve e sintetica, su quello che è tal fortezza e le sue principali particolarità. Si può entrare nella fortezza dall’angolo sud-occidentale su per una rampa scalpellata nella roccia. Qui si apre un portale sulla prima avancorte, il bastione, che si estende come un rettangolo allungato agli occhi del visitatore. All’incirca a metà della cinta interna si apre la porta principale e si passa al primo cortile, che è anche il più grande. Vicino all’ingresso principale, questi aveva una torre e di essa resta solo una parte del pianterreno le cui misure corrispondono a quelle della pianta della torre antica. Nell’angolo nord occidentale di questo cortile sorgeva, anticamente, una chiesetta dedicata a San Nicola. Pare che ancor prima della chiesetta, proprio nel cortile, sorgesse un tempio dedicato a Giunone intorno al quale erano situate le case dei sacerdoti. Custodito da una robusta torre è l’ingresso, “Porta della Catena”, per il quale si accede al secondo cortile, detto della “Maddalena” per la probabile presenza di una cappella dedicata alla Santa. Sia nel primo che nel secondo cortile non resta quasi nulla degli ambienti originari e tutto quello che invece è rimasto si trova nel terzo cortile, quello più piccolo. Nel punto in cui i tre cortili si incontrano esistono ancora alcuni ambienti dell’appartamento reale: di fronte ad essi si erge, nell’angolo nord-occidentale, la possente Torre Pisana. Il terzo cortile è dedicato a San Martino a cui è dedicata la cappelletta che ancora si erge in questo spazio e che, secondo fonti antiche, fu consacrata da un Papa Gregorio di cui però non si ha ben nota l’identità. Oggi della cappella si riconosce la pianta rettangolare, ad una navata, con la presenza di un’abside semicircolare.
Tra un cortile ed un altro vi erano dei grandi portoni. Il sistema di chiusura di questi lo comprese appieno Walter Leopold. Infatti, secondo lo studioso, sopra la chiave di volta dell’arco a sesto acuto nella parte interna del portale si trovava una robusta trave orizzontale che serviva da cornice ed impediva di sollevare il battente del portone chiuso. In esso venivano incastrati i cardini dei batte
nti stessi. Il portone si serrava con un robusto traversone che si spingeva con facilità, in posizione orizzontale e parallelo ai battenti chiusi, in un’apertura rettangolare, rivestita di legno, posta nel muro. Quando questo paletto era entrato nell’apertura corrispondente del piedritto antistante, risultava una chiusura in grado di resistere anche ad un assalto abbastanza forte. Stesso sistema si trovava in porte e finestre.
Ulteriore particolarità del castello è la stessa funzione dei tre cortili. Ogni cortile possedeva un sistema di autonomia proprio. Viveri ed acqua non mancavano in tutti e tre cosicché se veniva assaltato il primo cortile e conquistato, gli abitanti del castello si asserragliavano nel secondo e così via. Insomma, la Lombardia era un vero e proprio fortilizio inespugnabile tanto che, si narra, nessun esercito riuscì a far breccia nelle sue mura se non tramite il tradimento di qualcuno dell’interno della fortezza.
Si ringrazia per le splendide foto il dott. Gianfilippo Russo, cittadino ennese.
Flavio Mela

Chiese e Conventi. Chiesa del Santo Rosario di Pietraperzia. Una specialità antica a croce greca.

Nel cuore di Pietraperzia, vicino alla Chiesa Madre, si erge, rinnovata da un restauro recente, l'antichissima Chiesa del Rosario. A parlarci di questa chiesa è la studentessa Veronica Riccobene, studentessa, che, rifancendosi anche all'Archivio della Diocesi di Piazza Armerina, descrive abilmente ciò che rappresentò questo edificio per il "paese delle rocche" nella storia e quale arte si modella su tale struttura secolare.

"Chiesa del Rosario di Pietraperzia. Una specialità antica a croce greca"
di Veronica Riccobene


La costruzione risale ad un periodo anteriore il 1500. Fu dapprima dedicata alla Madonna Annunziata
ed è tra le più antiche chiese di Pietraperzia. Nel 1521 Matteo Barresi fece costruire accanto ad essa il Convento di S. Domenico ed invitò i Padri Domenicani a trasferirvisi dalle chiesa dello Spirito Santo in un nuovo monastero costruito nello spazio attiguo a detta chiesa e della quale assunsero la cura. Con l’Unità d’Italia l’attiguo convento venne adibito a Municipio,come lo è attualmente.I Padri Domenicani, durante la loro permanenza, commissionarono una bella statua alla Madonna del Rosario (ora nella chiesa Madonna delle Grazie) e la collocarono dietro l'altare maggiore, all’interno di una nicchia. La devozione per questa chiesa fu particolare per alcune famiglie tant'è che vi è sepolta una nobil donna, Leandra Santangelo, sposa del Barone Don Girolamo Miccichè. Si offre, benché attualmente spoglia, come un’opera di architettura classica rimarchevole per l’attualità rispetto all’evoluzione del Rinascimento in Italia centrale, libera cioè da ogni reminiscenza gotica e con il grande risalto dato alla cupola. La spazialità della pianta centrale ne fa la più bella chiesa di Pietraperzia, il cui confronto regge solo l’emozione mistica che può suscitare la piccola Caterva, ma la sua originale pianta a croce greca la rende unica (l'ultima immagine sulla sinistra è la mappa, cliccandoci si può ingrandire).
L’origine dell’impianto a croce greca può essere dipes
o da un fenomeno sociale verificatosi nel corso del ‘400, ovvero la diaspora della fazione greca dei Nicoleti, cacciati dai centri della regione nord-orientale (Nicosia in particolare), ed i donativi di queste famiglie possono aver influenzato la scelta.
Per il resto il corredo è molto semplice, eccetto l’altare maggiore a tarsia policrom
atica. V’è un’acquasantiera a piede in pietra arenaria ed una piccola in calcare bianco con lo stemma dei Barresi con la tipica mano che regge, un’altra in arenaria a coppa profonda. La tribuna sopra l’ingresso, il pavimento di quadri d’alabastro e residui di maioliche settecentesche in sacrestia. Interessante il commovente campanile in gesso (di costruzione successiva) con strettissima scala a lumaca ed una campana di Burgio del 1639. La facciata si presenta luminosa per la estesa superficie inquadrata da lesene cantonali di ordine dorico sormontate da trabeazione e timpano in lieve aggetto. Presenta, poi, un portale ad architrave sormontato da un fastiglio poco rilevato con il fregio dell’ordine dei domenicani ed in alto un finestrone. Il tutto è per la prima volta giocato nel vivace accostamento cromatico dei materiali lapidei locali, il giallo dell’arenaria ed il bianco del calcare e dell’intonaco a gesso con inserti di colore azzolo a sottolineare la partiture architettoniche. Il tetto di coppi con l’incrocio dei bracci rotondi intorno al tamburo è visibile solo dalla torre del Comune.
Nelle 2007 sono iniziati i lavori di ristrutturazione. Prima dei lavori di restauro lo stato di conservazione della chiesa era fatiscente e di grave pericolo per la tenuta del monumento stesso. Dato ciò, il Genio Civile dello Stato ha provveduto, con perizia di somma urgenza, alla messa in sicurezza mediante un sistema di puntellamento e di mantovane. In particolare presentava gravi problemi statici i pavimenti murari, gli architravi di diverse porte e finestre, gli elementi lapidei del timpano a rischio incipienti di crollo, la torre campanaria in evidente fuori piombo e con evidenti fenomeni digressione delle murature. Internamente, i dissesti statici erano anche più manifesti che all’esterno e si evidenziano con ampie lesioni della cupola centrale e degli archi di sostegno, lesioni verticali sparse nelle murature, evidente l’umidità di risalita con conseguente distacco degli intonaci.
Grazie all’iniziativa “Chiese aperte” organizzata dall’Archeoclub di Pietraperzia, la chiesa è stata aperta al pubblico dopo la fine dei restauri. Sebbene spoglia dei suoi affreschi e statue, si è presentata agli occhi dei suoi cittadini con quel fascino e mistero che da sempre la gente più anziana del posto ha descritto e narrato.
Bibliografia di riferimento ed approfondimento.
SILLITTO P., Pietraperzia . Una guida rapida: ambiente, arte e storia, Pietraperzia, Tipografia Di Prima, 2000

Chiese & Conventi. Di "ritorno"dal restauro, il Campanile della Cattedrale "Maria SS. delle Vittorie" di P. Armerina

Qualche giorno fa si è concluso il restauro alla torre campanaria della Cattedrale di Piazza Armerina, dedicata a Maria Santissima delle Vittorie, costruita per volere testamentario di Marco Trigona, nel luogo in cui sorgeva una chiesa di cui non restano tracce, ad eccezione della torre campanaria. La fine della costruzione dell'edificio sacro avvenne il 22 ottobre del 1742. La torre camapania, probabilmente più alta rispetto all'edificio originario ma quasi pari in altezza a quello attuale, ha vissuto per qualche tempo sotto i ponteggi dei restauratori. Ma ora è tornata a mostrarsi sia a cittadini che ai turisti. La torre, di grande pregio e ricca di decorazioni, fu studiata nei minimi dettagli dallo studioso Walther Leopold, che nel suo Sizilianische Bauten Des Mittelaiters in Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia und Randazzo del 1917.Nella torre, contigua al lato meridionale della chiesa, sono individuabili, secondo lo studioso tedesco, due fasi costruttive differenti: la prima si riferisce ai due livelli inferiori mentre la seconda ai due superiori.
Riguardo due piani inferiori ( 1° e 2° piano dal basso) si può notare come abbiano mantenuto forme e stili di gusto tardo-gotico. Le pareti esterne del campanile in questi piani è molto ric
ca ed è costituita da un'architettura cieca. Sia il 1° piano che il 2° piano presentano due finestre con arco a tutto sesto, sormontate da una cornice carenata. Di fianco a tali finestre e lungo la curva del loro arco si innalzano pilastrini con una ricca decorazione, ornando così le stesse cornici carenate. Ogni pilastrino ha un capitello decorato a fogliame di stile non gotico. Fin dal primo piano i cantoni esterni del campanile sono adornati con massicce e pesanti colonne che raggiungono il pesante cornicione di chiara influenza rinascimentale che divide le due coppie di livelli: al di sopra di un'architrave si sviluppa un fregio caratterizzato da triglifi che presentano solo due scanalature e metope con immagini scolpite. La cornice di coronamento, sopra la gola con listello, ha una fascia a ovoli al di sopra della quale si protende il gocciolatoio che è separato dalla sima più alta da un fine perlato.
Per ciò che concerne i due livelli più alti, nel penultimo piano (3° pia
no) si rivela una certa sensibilità gotica nelle finestre cieche con arco a tutto sesto che sembrano far parte della cornice dell'architettura medievale originaria. Stessa cosa il bicromismo dello strombo nelle finestre. Più tardi, le stesse finestre furono fiancheggiate da due coppie di pilastri. Tra una coppia fu inserita una nicchia, la cui parte alta si completa con una conchiglia e al di sopra di questa un oculo fortemente profilato. I semipilastri sostengono una cornice semplice ed una più robusta, che probabilmente era l'apice dell'antica costruzione.
L'ultimo piano (4° piano), in cime, ha finestre con arco a sesto acuto, ma con un profilo che no
n è affatto gotico. Ancora una volta le finestre sono fiancheggiate dal sistema dei pilastri, anche se con una risoluzione più semplice così come il cornicione che riprende la forma di quella del penultimo piano.
Come si è ben potuto comprendere, la torre non ha mantenuto, nel corso dei secoli, un'unità stili
stica così che appare all'occhio del visitatore come un caleidoscopio di arti diverse.
Bibliografia di riferimento e di approfondimento:
- LEOPOLD W., Architetture del Medioevo in Sicilia, a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, Enna, Il Lunario, 2007.
- NIGRELLI I., Piazza Armerina medievale, Milano, Electa Editrice, 1983.
Flavio Mela

Oltre il centro Sicilia. Storia. La Ducea Nelson. Un progetto di turismo culturale a Bronte

Direttamente da Bronte, cittadina del circondario etneo, famosissima in tutto il mondo per il pregiato pistacchio, arriva al “Veltro” un importante articolo su uno dei posti più suggestivi della Sicilia ovvero la Ducea Nelson. A scriverlo è il dott. Placido Paladino, responsabile dell’ associazione Onlus “Ducea di Nelson” che ha sede in via Umberto 373, Bronte. Questa associazione nasce con l’intento di promuovere e valorizzare il territorio corrispondente al feudo donato da Ferdinando III ad Orazio Nelson nel 1799, corrispondente ai territori dei comuni di Bronte e Maniace, ovvero l’ex Ducea di Nelson. L’associazione si rivolge alle scuole, alle associazioni culturali ed a tutti i turisti desiderosi di fare un viaggio nella Ducea di Nelson per una singolare, quanto interessante, immersione nella storia. Ma cosa è la Ducea Nelson e quale la sua storia? A seguire una dettagliata quanto singolare cronaca dei posti, insieme a meravigliose foto fornite dallo stesso autore.
Per prendere contatti con l’Associazione culturale chiamare il numero 3497134706 o 3493991675 o visitare il sito www.duceadinelson.it


La Ducea di Nelson. Un progetto di turismo culturale a Bronte"
del
Dott. Placido Paladino

La Ducea Nelson si trovava a cavallo della grande trazzera reggia che per tutto il medioevo fu l'arteria più importante di penetrazione nell'interno dell'Isola, percorsa da Re e Imperatori, da eserciti e torme di invasori. Per essa infatti penetrarono nel Valdemone gli Arabi. Su di essa si svolsero le prime battaglie dei conquistatori Normanni e per essa si avventurava, dopo aver fatto testamento, il viaggiatore che voleva raggiungere Palermo.Non è facile penetrare nel mistero della sua storia. Un primo eco storico fu certamente lo straordinario avvenimento bellico del 1040, quando un generale bizantino, il protospatario Giorgio Maniace, affrontò in questa valle un esercito arabo di 50 mila soldati e lo sconfisse, facendo scorrere tanto sangue nelle acque di quel torrente che da allora si chiamò "Saracena". Ma il villaggio esisteva già da tanti secoli, come ci rivelano i reperti archeologici venuti alla luce sotto la zappa del lavoratore della terra. Diverse sono in questo senso le testimonianze che attestano la presenza di antichi popoli nel territorio che in futuro diverrà la Ducea dei Nelson. Le tombe ”a grotticella” che si trovano ai piedi della Rocca Calanna in contrada Difesa a Bronte ad esempio, probabilmente segno tangibile della presenza dei siculi. Oppure le Tombe dei giganti vicino al castello Nelson. Le violente eruzioni dell’Etna che più volte nel corso dei millenni hanno devastato questo territorio, hanno celato probabilmente buona parte delle testimonianze di civiltà preistoriche e protostoriche. Le fonti antiche parlano poi di una città sicula, Alesa, di cui in verità non si conosce l’esatta ubicazione. Alcuni storici, considerando le campagne militari di Gerone II contro i Mamertini nel III sec. a.C., e gli scontri che videro contrapposti durante le guerre civili Sesto Pompeo ed Ottaviano, pensano che Alesa si trovasse nel territorio compreso tra gli odierni comuni di Bronte e Maletto. In questo senso può essere d’aiuto anche la toponomastica, visto che all’ uscita del paese del pistacchio, lungo la strada che porta a Maniace, c’è una contrada che si chiama Villaleta. Sempre considerando la toponomastica, si sa dallo storico arabo Edrisi, che Maniace era chiamata “Ghiran-ad-Daquiq”, ossia “Grotte della Farina”. Alesa etimologicamente deriva dal verbo greco aleo, macinare, ed anche in questo caso il collegamento sembra possibilissimo. La contrada Erranteria dove oggi sorge il Castello Nelson, è una zona occupata con continuità storica da secoli. Si è già detto delle vicine “Tombe dei Giganti”, ma non mancano successivi segni di frequentazione del sito. I mosaici policromi del IV secolo trovati casualmente in un podere vicino al castello, o le tombe cristiano bizantine dirimpetto a questo, ne sono la testimonianza. C’è chi paventa, considerando la struttura della residenza dei Nelson, che questa sia stata costruita su di un antico Castrum romano. Con i normanni si hanno testimonianze certamente più dirette della loro presenza. Basta pensare alla stessa fondazione dell’abbazia benedettina, ma non solo. Come non citare i due ponti che collegavano questo territorio con Troina. Questi si trovano uno in prossimità del comune d’Adrano ( noto come ponte Saraceno), e l’altro in contrada Serravalle a Bronte. Questi ponti che collegavano il territorio a Troina come si è già detto, avevano il crocevia più importante nella valle di Bolo. Qui sorgevano imponenti a dominare la vallata i castelli di Bolo e Torremuzza, da dove i soldati normanni controllavano il passaggio d’eserciti, pellegrini e mercanti. Testimonianze queste tirate con le unghie e con i denti dai labirinti della storia, che rendono comunque l’ idea di come si presentava il territorio prima della fondazione dell’ eremo benedettino di Santa Maria di Maniace. Notizia che getta un po' di luce nella storia delle origini è che sulle sponde del torrente, che lambisce l'attuale Castello, sorgeva una vecchia grangia (fattoria rurale monastica) basiliana dipendente dal Monastero di S. Filippo di Fragalà da tempo immemorabile, e che, a presidio della trazzera regia, vi era un fortilizio che faceva parte del sistema di difesa di questo percorso tra i più importanti dell'Isola, in collegamento visivo con il Castello di Bolo che dall'alto vigilava come un nume tutelare. La Regina Margherita, moglie di Guglielmo il Malo, spinta, come affermano gli storici, dalla sua pietà verso la Madonna che in quel posto solitario maternamente regnava, volle creare un cenobio benedettino come testimonianza della sua filiale devozione (1173). E così, proprio a lato della Torre di Guardia, sfiorata dalle acque del Saracena, a ripopolare quella vasta e profonda vallata tra le pendici dell'Etna e i Monti Nebrodi, sorse il grosso fabbricato a lode di Dio e della Madonna, a profitto dei villici e dei pellegrini che in esso avrebbero trovato assistenza e difesa. Il cenobio ebbe, lungo la sua esistenza, vicende fortunose e pur nella sua vita indipendente, ebbe a subire i disagi, le vessazioni e gli umori dei vari dominatori che si succedettero nel Regno di Sicilia. Nel 1285, scoppiato il Vespro siciliano, i monaci di Maniace guidati dall’abate Guglielmo il Buono, per ordine del papa dovettero appoggiare gli angioini. Ma per loro sfortuna gli aragonesi alla lunga ebbero la meglio, e da quel momento in poi, lentamente, l’indipendenza, le fortune ed il prestigio dell’eremo iniziarono a scemare. Ma ecco nel 1491 un altro cambiamento radicale per il Monastero: con bolla papale di Innocenzo VIII, cui era stato ceduto dal Card. Borgia, il detto Monastero fu aggregato all'Ospedale Grande Nuovo di Palermo. Dopo tale cessione, per quanto l'Ospedale avesse avuto imposto l'obbligo di non fare decadere il culto e la vita religiosa in esso, con l'impegno di erogare ai monaci ivi residenti la somma di 185 onze all'anno, il Monastero decadde rovinosamente nelle fabbriche e nella disciplina religiosa a tal punto che nel giro di tre secoli fu affidato dal sopraddetto commendatario Ospedale Grande Nuovo per ben undici volte a diverse famiglie religiose. Nel 1585, andati via i Benedettini, subentrarono i Basiliani ai quali successero, pochi anni dopo, i Frati Eremiti di S.Agostino che, appena qualche anno dopo, furono sostituiti daiFrati Conventuali di S. Francesco (1589) e così, per anni ed anni, si susseguirono, a gestire il glorioso Monastero, una lunga serie di famiglie religiose che curarono il culto ma che non ebbero né pace ne’ duratura permanenza. Non mancarono specie nel seicento, le rivolte dei contadini oppressi dal giogo feudale dell’Ospedale grande e nuovo di Palermo, in un secolo caratterizzato tra l’altro dalla profonda crisi dell’impero spagnolo, di cui la Sicilia faceva parte. Nel 1799 un avvenimento di notevole portata storica aveva trasformato l'esistenza del glorioso Monastero e di tutto il suo immenso patrimonio terriero che misurava ben 9 mila ettari: il Re Ferdinando III di Sicilia, riconoscente per l'aiuto ricevuto dall'Ammiraglio inglese Orazio Nelson, in occasione della rivoluzione di Napoli (1799) che aveva messo in pericolo il trono dei Borboni, con decreto del 1799, avvalendosi degli usurpati poteri della "Regia Legazia” gli regalò le proprietà terriere e il Monastero, creandolo Duca di Bronte, con poteri feudali sul sopraddetto paese. Con questo decreto cessò del tutto la funzione del Monastero e i discendenti del Nelson, nella linea collaterale degli Hood-Bridport, giacché egli non ebbe eredi diretti, da tale data gestirono come proprietà privata tutta la ducea. I frati avevano già restaurato le fabbriche e la Chiesa nella parte salvata dal sisma, ma trasferitisi a Bronte, fondarono colà , il monastero di San Blandano che, durò fino al 1886. I nuovi proprietari del vecchio Monastero non si limitarono ad amministrare la grande estensione terriera, ma ebbero per tutto il sec. XIX grande influenza sugli avvenimenti politici ed amministrativi del Comune di Bronte, vantando su di esso diritti feudali, solo nominalmente cessati con la Costituzione del 1812, ma praticamente perdurati per tutto il secolo passato ed oltre. Furono infatti parte interessata nei famigerati casi dell'eccidio di Bronte operato dal generale Nino Bixio nel 1860, inviato da Garibaldi a sedare la rivoluzione sfociata in un bagno di sangue. I fortunati discendenti di Nelson, fin dal principio del secolo passato, annualmente venivano ad abitare, per alcuni mesi, nel vecchio Monastero, ristrutturato nella parte residenziale in una sontuosa dimora fornita di tutte le comodità. Una folla d’impiegati, contadini, affittuari, personale di servizio e dell'amministrazione, popolò il vecchio cenobio benedettino che nella fronte, a rivelare la presenza del grande nuovo signore, si ornava della bandiera italiana affiancata all'inglese. Cosi là si svolse la vita per un secolo e mezzo. Penultima avventura della vasta plaga fu l'esproprio da parte del Governo Italiano, in occasione dell'ultimo conflitto bellico e l'assegnazione dell'immensa proprietà all'Ente Riforma Agraria che vi costruì, ai lati del Castello, il "Villaggio Caracciolo” in ricordo della più illustre vittima della rivoluzione napoletana, impiccato all'albero maestro della sua nave da Orazio Nelson. L'Ente quotizzò tutta la proprietà e la popolò di case coloniche modernamente e razionalmente attrezzate con silos, stalle, magazzini e abitazione. Ma l'Italia perdette la guerra e la proprietà fu rivendicata dai vecchi proprietari che abbatterono il “Villaggio Caracciolo", cacciarono i coloni e restaurarono i loro diritti e la loro maniera di amministrare. Un avvenimento di questi ultimi anni ha fatto vivere al vecchio Monastero l'ultima fase della sua storia: l'ultimo erede, da buon seguace delle teorie moderne, vende ogni cosa, proprietà terriere e fabbricato, capitalizzando la somma di cinque miliardi. Prelevatore privilegiato e fortunato è stata l'Amministrazione Comunale di Bronte che è riuscita ad assicurarsi la proprietà del fabbricato e di 17 e più ettari di terreno vicino (1981) con l'intento di fare di esso un luogo turistico e di cultura di alto interesse e di prestigio.