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Carissimo Viandante del Web,

se per caso ami la cultura e l'avventura e vorresti conoscere una terra magica e misteriosa, come la Sicilia, questo è il tuo blog. "Il Veltro", come un "segugio", ti indica la via per raggiungere luoghi affascinanti e antichi, tradizioni e feste popolari d'altri tempi e una e più storie.

Leggendo, viaggerai.
Buona Lettura.

Flavio R.G. Mela

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Spot. Il Veltro. Il Viaggio continua.



Musei & Parchi. Oltre il Cuore di Sicilia. La Casa del Nespolo: lì dove è possibile sentire il russare del mare. (Acitrezza - CT)


In via S. de Maria ad Aci Trezza è ancora conservata una tipica casa di pescatori di fine ‘800. Quest’abitazione prende il nome di Casa del Nespolo, lo stesso nome che usò Giovanni Verga per quella dei Malavoglia. Probabilmente lo scrittore, nella scelta di questo particolare nome, fu ispirato dal fatto che chiunque costruisse una cosa coltivava al suo interno un orticello con uno o più alberi di limoni, arance, fichi e mele. Ma non mancava mai l’albero di nespolo al di sotto del quale, data l’ombra, i pescatori solevano intrecciare le loro reti o ripararle.
Di tutte le case di pescatori che dovevano costellare l’abitato di Trezza, la Casa del Nespolo è una delle poche rimaste. Di fianco alla chiesa di San Giovanni Battista, la casa, ormai Museo, accoglie il visitatore con il suo cortile, rifornito chiaramente del tipico nespolo e da un orticello, a cui sia accede tramite uno splendido ingresso caratterizzato da un arco in pietra lavica a tutto sesto. Una volta dentro, ci si immerge nel mondo antico dei pescatori trezzoti. Due stanze una sulla destra e l’altra sulla sinistra sono il fulcro della memoria del pae
se dei Malavoglia. Sulla sinistra un ambiente a pianta quadrangolare ospita cimeli, fotografie, locandile e libri del grande evento cinematografico che portò Aci Trezza nelle sale cinematografiche di tutta Italia prima e del mondo poi, grazie all’opera su citata di Luchino Visconti a cui è dedicato l’ambiente. Nell’altra stanza, quella sulla destra, intitolata La stanza dei Malavoglia, v’è una stupenda ed interessante raccolta etno-antropologica di oggetti antichi legati alla pesca e suppellettili proprio di una casa trezzota tra cui diverse reti, lenze, sedie, arnesi da lavoro, e pe
rsino un bossolo di missile della seconda guerra mondiale riutilizzato come recipiente di piombo per tenere sigillata la neve condita (la granita) che i pescatori si portavano nelle battute di pesca per refrigerarsi dal caldo e non disidratarsi.
Di notevole importanza anche le fotografie direttamente scattate da Giovanni Verga e le lettere di corrispondenza di quest’ultimo con il fratello Pietro.
In conclusione, la Casa del Nespolo è un fascinoso ambiente di grande spessore storico e culturale che da a chi la visita la sensazione, come diceva Verga della casa dei Malavoglia, che dal suo ventre è possibile ascoltare il russare del mare.
Per visitare il museo, per assistere a rievocazioni letterarie e storiche all'interno degli spazi museali o per maggiori informazioni visitare il sito www.museocasadelnespolo.info.


Flavio Mela

Storia. Castelli & Fortezze. La Torre di Federico II. La "silente sentinella" di Enna.

Unica torre ad essere menzionata da Goethe, il donjon di Federico II, sito nella città di Enna, è uno dei fortilizi più conservato del centro di Sicilia. Originariamente inserito in un contesto militare chiamato Castello Vecchio, di cui restano alcuni ruderi, il torrione si presenta alto ed imponente, austero nella struttura esterna, priva di decorazioni, e di forma ottagonale. Meta di grande contesa è ciò che concerne le origini della torre. Mentre inizialmente, secondo alcuni studiosi, la torre fu attribuita a Federico II D'Aragona nel 1300, la tesi oggi più quotata è quella che vuole l'edificazione per mano di Federico II di Svevia. Grande elemento che avvalora questa ipotesi è soprattutto la struttura geometrica della torre, caratteristica delle fortezze federiciane come Castel del Monte (Comune di Andria in Puglia). Sentinella silente del lato occidentale, non abitato, dell'antica Castrogiovanni, oggi Enna, il torrione ottagonale racchiude al suo interno due grandi sale, per ognuno dei piani, con delle coperture a volta, a otto vele. Lo spessore delle mura della torre è talmente elevato che le volti non hanno bisogno di contrafforti a rinforzo. Nella zona del pianterreno, illuminata solo da tre feritorie, v'è un'apertura centrale attraverso la quale si raggiungono i sotterranei che, secondo alcuni, ospiterebbero anche il cunicolo che dovrebbe costituire un collegamento con la Lombardia, la grande fortezza di Enna. La volta del pianterreno ha unghie salienti di arco a sesto acuto , che iniziano tre metri sopra l'arco perimetrale, con costoloni rettangolari smussati, sostenuti da peducci semplici.
Salendo al piano superiore, tramite la scaletta a chiocciola, costruita nello spessore del muro, si accede alla prima sala grande. L'ambiente si presenta illuminato da due grandi finestre e i costoloni sono sostenuti da colonne con capitelli di bella fattura.
Raggiungendo il piano del tetto, questo ha in quattro angoli non continui mensole che costengono testate di costoloni.
Come detto la torre era al centro di un sistema di fortificazioni più ampio. Un muro ci cinta si elevava intorno, pure ottagonale, in parte conservato. E' riconoscibile l'impianto di due por
tali, uno di cui si conservano le pareti laterali e il secondo, più piccolo, restaurato.
Storicamente parlando, si narra che lo stesso imperatore Federico II usasse il torrione come sua dimora estiva e che ivi fu convocato il primo Parlamento Siciliano, evento replicato nel '400, due secoli più tardi. Fonti storiche, inoltre, accertano che gli antichi astronomi abbiano disegnato proprio dalla cima della struttura ottagonale il sistema viario siciliano nonché la suddivisione amministrativa vigente nel medioevo, nelle tre "valli" (Val Demone, Val di Mazara e Val di Noto).
Illustre ed antica costruzione, la Torre di Federico II è emblematica per la sua possente mole e la sua meravigliosa architettura che impone ai visitatori il suo storico fascino ma anche i suoi ancestrali misteri. Leggenda vuole che in alcune notti, tra i viali verdeggianti che circondano il donjon, si sentano gli zoccoli di un cavallo ed il suo nitrire nervoso. In groppa a quel cavallo vi sarebbe il fantasma di Federico II di ritorno alla sua antica dimora.
Le foto sono state gentilmente fornite dal Dott. Gianfilippo Russo.

Flavio Mela

Musei & Parchi. Oltre il Cuore di Sicilia. La grotta del Monello (Siracusa). Un discesa verso il centro della terra.

In provincia di Siracusa è possibile entrare nella vivo del romanzo di Jules Verne ovvero "Viaggio al centro della terra". E' la sensazione che si prova discendendo all'interno della grotta del Monello, un illustre esempio di strutture carsiche inserita nel contesto di una riserva che si estene per ben 59 ha, ubicata nel settore orientale dell'altopiano ibleo. Scoperta casualmente per un cedimento del terreno, la grotta si mostra al visitatore, guidato da esperti di speleologia e "armato" di caschetto e torcia, come un paesaggio veramente favoloso e straordinario. Da qualsiasi lato, la presenza di diversi speleotemi modella pareti e pavimento così che, nonostante la presenza di uno stretto sentiero interno, è difficile trovare una linearità nelle forme che si fanno via via più fantasiose e di strutture diverse. Di speleotemi, nella grotta del Monello, è possibile trovarne di tutte le tipologie: stalattiti (a punta, a mammella, a tronco d'albero, ramificate, cortiniche ecc.), cannule, eccentrici, ("peli" e "spine" sul fusto delle stalattiti), vele e cortine, meduse, concrezioni da "splash", "latte di monte", colate concrezionali sulle pareti e sui pavimenti, stalagmiti (a candelabro, a cupole sovrapposte, a pila di piatti rovesciati, a grandi foglie, a cavolfiore, a cascata ecc.), colonne e vaschette, con cordonature disposte a gradinata. Alla surreale visione dell'ambiente sotterraneo, la grotta accoglie, anche, i suoi visitatori con la frescura. Si hanno infatti temperature che variano da 10° C in Gennaio ai 16° C in Luglio all'inizio del percorso e da 17,7° C a 20,3° C nell'ultima sala che si presenta come la più grande tra tutte e anche quella più caratteristica. Le pareti sono e ogni elemento viene solcato dall'acqua tanto da portare l'umidità relativa ad un valroe che varia fra l'87 e il 98 %. All'interno degli ambienti sotterranei vivono alcuni animali. Decisamente da annotare sono gli invertebrati tra cui gli pseudoscorpioni Chtonius multidentatus Beier e Roncus siculus Beier, l'isopode Armadillium lagrecai Vandel ed il diplopode Sicilmeris dionysii Strasser e i vertebrati come l chirottero della specie Rhinolophus ferrumequinum ferrumequinum (Schreiber). Ma la grotta, nonostante sia il natural show della riserva, è inserita in un contesto paesaggistico dal grande valore naturalistico. Abbandonando così l'ambiente ipogeico e rigettando l'occhio su quello epigeico è possibile "respirare" tutta la biodiversità e le caratteristiche di un autentico paesaggio naturale siciliano. Valli fluviali ripide, chiamate localmente "cave", si alternano a sassosi e soleggiati pianori, con la presenza di colure antiche come ulivi e carrubi che con le loro grandi fronde regalano ombra dall'arsura estiva. Inserita nel contesto dei Monti Iblei, lo spaccato naturale della grotta del Monello si impreziosisce anche per la presenza di diverse specie animali e vegetali. Istrici, volpi e rapaci notturni, nascosti in anfratti e cavità, vivono in questa terra ancora incontaminata. Non solo. Vi sono anche specie rare e difficili ormai da individuare come coturnice sicula e il corvo imperiale, rettili ormai rari e a forte rischio di estinzione quali il colubro leopardino e la testuggine di Hermann. Tra i vegetali si menzionano la euforbia e la lecceta, oliveti, mandorleti e carrubeti. All'ombra degli alberi da coltura ecco la presenza dell' acanto dalla bianca fioritura primaverile ed il crisantemo giallo così come la zona rocciosa è caratterizzata dall' euforbia arborescente, dall'ogliastro, dal carrubo, dal terebinto e dall'alaterno. Ma è nell'imboccatura della grotta che si ritrova una specie endemica, rarissima e tipica solo degli Iblei ovvero l' Urtica rupestris, quasi totalmente priva di peli urticanti e che cresce normalmente negli ambienti ombreggiati ed umidi del fondo delle forre, ma in questo particolare contesto, decisamente arido, sfrutta le correnti rese fresche dalla presenza dell'ipogeo.
La grotta Monello è stata dichiarata Riserva Naturale Integrale con decreto n. 615 del 4/11/1998 dell'Assessorato Territorio e Ambiente della Regione Siciliana e affidata in gestione al CUTGANA, Centro Interfacoltà dell’Un
iversità di Catania con lo scopo principale di tutelare e difendere il particolare habitat di questa porzione di territorio ibleo. All'interno è infatti edificato un centro di accoglienza che comprende un singolare museo naturale con la presenza di diverse specie animali (esemplari trovati morti nella riserva) e vegetali.
Per raggiungere la Riserva della grotta del Monello dall'autostrada Siracusa-
Gela occorre uscire a Cassibile e proseguire in direzione Floridia fino alla località "Grotta Perciata".
Per ulteriori informazioni
visionare il sito http://www.cutganambiente.it/Monello/index.html o rivolgersi a CUTGANA - Via Androne, 81 - 95124 CATANIA - email: cutgana@unict.it - Tel. 095.312104

Flavio Mela

Storia. Piazza Armerina in età normanna. Nella tradizione del "Palio dei Normanni" e nell'indagine storica.

12, 13 e 14 agosto sono i giorni in cui la storia sembra rivivere tra le antiche vie di Piazza Armerina. Inoltrandosi, infatti, nel centro storico della cittadina, è possibile incontrare un notabile o un condottiero normanno, una dama o un'ancella o un intero plotone di soldati medievali. Questi sono i giorni del Palio dei Normanni. Tale tradizione si mostra come una rievocazione storica. Istituzionalizzato nel 1952, il Palio dei Normanni è divenuto nel corso degli anni una gloriosa tradizione del popolo armerino. Ma cosa rievoca? Inserito all'interno della festa patronale di Maria Santissima delle Vittorie, il cui simulacro (un'icona bizantina), secondo la tradizione, fu condotto dai Normanni in guerra contro i Mori di Sicilia (1061 d.C.), il Palio narra di quell'antica Platia (antico nome di Piazza Armerina) che, fedele al cristianesimo, aprì le proprie porte alle truppe del Conte Ruggero d'Altavilla dichiarandosi fedele alleata. Tra i momenti importanti dell'evento si ricorda la consegna delle chiavi (13 agosto) della citdi Platia (Piazza Armerina) al Conte Ruggero d'Altavilla e la quintana (14 agosto) che vede confrontarsi 5 cavalieri per ogni quartiere storico ( Canali, Casalotto, Castellina, Monte) per ottenere il privilegio di condurre il sacro vessillo di Maria Santissima delle Vittorie per le vie della città.E' sicuramente una tradizione molto particolare e ricca. Il visitatore resta affascinato dal lungo corteo militare e nobiliare che si snoda per l'antico abitato. Seppur sia nato di "recente", il Palio dei Normanni riprende comunque, indirettamente, un'usanza antica; i Normanni infatti, secondo le fonti, amavano condursi tra le strade delle proprie città, soprattutto a livello nobiliare, per mostrare la quantità dei loro uomini e dei propri mezzi. In un certo senso era una pubblicità verso il popolo affinchè questi si sentisse protetto e "godesse" della forza del proprio "regnante".
Lo spaccato storico. Tornando a Piazza Armerina è opportuno, adesso, ricreare lo spa
ccato storico che vide Piazza Armerina coinvolta nella conquista di Sicilia e nelle vicende dei Normanni e degli Altavilla.
Le cronache dell'epoca raccontano che nel 1076 trup
pe provenienti, al seguito dei Normanni, dalla marca aleramica del nord-ovest d'Italia occuparono i Monti Erei e alcune testate tra i fiumi più importanti come Gela, Mulinello, Braemi, Caltagirnone per creare una sorta di "cuscinetto" che impedisse la ricongiunzione delle forze arabe di Noto con quelle di Butera e di Enna.
Una volta
che la "crociata" contro la Sicilia saracena si concluse, questa gente prese il nome
di "lombardi" ed occupò i borghi musulmani colonizzandoli e richiamando ancora altra gente dal nord Italia. Così accadde che Piazza Armerina che prendeva il nome arabo di Iblatasah, assunse il toponimo di Platza o Placea. Non solo. Gli stessi Lombardi ebbero l'onore di custodire un vessillo riproducente l'immagine della Madonna che papa Alessandro II (1061-1073) aveva inviato in dono al Conte Ruggero, affinchè sotto quel segno compisse la santa guerra contro i Saraceni. Pare che fu un certo Meledio, cavaliere italico, a portare presso il proprio raggruppamento lombardo il vessillo papale che da quel momento venne portato tra la polvere e il sudore delle battaglie più feroci e terribili. Dopo la conquista di Enna (1088) e di Butera (1089) a cui partecipò il predetto raggruppamento, il vessillo di Maria Santissima delle Vittorie venne custodito presso la sede del comando del borgo militare Rambaldo, uno dei centri sotto la giurisdizione e all'interno dei confini di Placea. Questa non è da ritenersi l'attuale Piazza Armerina. Platza o Placea sono nomi che vengono riportati in diplomi notarili degli inizi del XII secolo. Tuttavia è ben certo che il conte Ruggero ebbe a ricevere un congruo rinforzo di cavalieri "lombardi" tra cui un fratello della sua sposa, Adelaide dei marchesi aleramici. Enrico, partecipando alla conquista di Butera, ebbe in moglie la figlia di Ruggero, Flandina, e in feudo gli stessi territori di Butera. Una teoria ipotizza che nel 1090 lo stesso Enrico volle insediare un borgo permanente che facesse da guardia ai vari villaggi saraceni. Questo primo nucleo, negli anni successivi, fu probabilmente meta di altre immigrazioni fino a che, durante il XII secolo, si ingrandì e si arricchì a tal punto che il geografo arabo Al-Idrisi, della corte di Ruggero II, la descrive come un munito fortilizio, cui appartiene un vasto contado con terre da semina, ecc ecc. La storia parla di questo borgo come un fulcro lombardo bellicoso e fiero delle sue tradizioni. Fatale fu tuttavia il coinvolgimento del borgo di Placea nella rivolta baronale contro il potere regio, contro Guglielmo il Malo. Nel 1161 il re, con un grosso esercito, formato anche da saraceni, rase al suolo la cittadina. Solo successivamente diede il permesso di ricostruzione proprio sul monte Mira, attuale sede della moderna città.
Bibliografia di riferimento e approfondimento.
- NIGRELLI I.,
Piazza Armerina: l'ambiente naturale, la storia, la vita economica e sociale, Palermo, Renzo e Rean Mazzone Editori
, 1989.
-TRAMONTANA S., L'effimero nella Sicilia normanna, Palermo, Sellerio, 1988.
- VILLARI L., Stori
a Ecclesiastica della città di Piazza Armerina, Messina, Analecta, 1988.
Le foto d'epoca sono state tratte dal testo: Piazza Armerina. Fotografie della prima metà del secolo, Piazza Armerina, Immagica Editrice, 1987.
Flavio Mela

Storia. Castelli & Fortezze. Il Castello Barresi di Pietraperzia. Una storica leggenda.

Continua il viaggio del "Veltro" alla ricerca di antichi ruderi, castelli e manieri. In quest'articolo si parla di uno dei più gloriosi castelli del centro Sicilia: il Castello Barresi di Pietraperzia. A narrare dei fatti e delle vicende nonchè degli aneddoti di tali antichi ruderi è la studentessa Veronica Riccobene che con abile attenzione delinea perfettamente un'esaustiva ed appassionante cronaca storica.

"Il Castello Barresi di Pietraperzia. Una storica leggenda" di Veronica Riccobene

Per chi giunge a Pietraperzia o per chi se ne parte, la prima e ultima visione da cui ne rimane rapito è il grandioso rudere del vecchio castello Barresi-Branciforte. Il castello sorge su di una rupe calcarea del Terziario antico (50-60 milioni di anni fa), collocato a m
etri 549 sul livello del mare. La rocca su cui sorge il castello fece parte fin dall’età del Bronzo di una fascia di fortificazioni di cui si conoscono quelle di Capodarso, Sabucina Gibil Gabib, situate sulla sponda sinistra dell’Halicos (Salso). Nel caso di Pietraperzia si può dire con certezza assoluta, grazie ai ritrovamenti archeologici venuti alla luce nei pressi del castello, che le prima fortificazioni risalgono al periodo siculo. Il luogo ove sorge il castello fu fino dai tempi più remoti luogo fortificato dai Siculi prima, Greci poi com’è testimoniato dalle numerose tombe sicule che si trovano scavate nella roccia sottostante. In seguito fu luogo fortificato per Cartaginesi e Romani ed infine per Bizantini, Arabi e Normanni.
Con l’occupazione dei No
rmanni in Sicilia, il fortilizio saraceno (Ribat) che i conquistatori trovarono dovette essere la tipica fortificazione di frontiera di non scarsa importanza. I Normanni la restaurarono e verso il 1091 la affidarono ad Abbo Barresi, subfeudatario della famiglia Aletamica.
I Barresi erano venuti in Sicilia al seguito dei Normanni e dopo la conquista della Sicilia ottennero vastissimi possedimenti com’è dimostrato dai moltissimi diplomi.
Durante la conquista normanna della Sicilia la resistenza del musulmano Benavert, signore di Castrogiovanni (Enna) minacciò seriamente la sicurezza dei conquistatori a causa dell’insicurezza delle vie interne di comunicazioni. Fu perciò necessario ai Normanni migliorare la difese dei castelli che si trovavano nell’interno ed in particolar modo quelli posti a guardia delle più importanti vie di comunicazioni, questi infatti si trova a guardia della valle del Salso a nord e del Braemi a sud, ed il suo potenziamento è riccamente documentato.
Parte delle mura di cinta del castello sono ancora oggi visibili in
diversi punti attorno al castello come nella strettoia di via Principessa Deliella, dietro la chiesa Matrice, lungo il muro meridionale dell’ex convento dei Carmelitani, davanti all’ingresso del castello.
Il castello restaurato da Abbo I Barresi riesce a meravigliarci ancora oggi per la sua saldezza e tecnica muraria testimoniata da diversi muri che hanno sfidato i secoli, come quelli del “Mastio”, della “Corona del re”, delle bastionature nord e sud.
Moltissimi viaggiatori vennero a visitarlo descri
vendone la bellezza. Il primo a scrivere del castello fu il geografo arabo Abu Allah Muhammad detto Edrisi. Edrisi ci parla di una preesistente costruzione romana situata ove sorge il castello attualmente. Questa sua affermazione, sia pure vaga induce a pensare che “la cittadella romana” potrebbe essere situata al di fuori del perimetro attuale del castello.
Da alcuni documen
ti s’è potuto rivelare che il perimetro del castello originariamente racchiudeva un’area di circa 20.000 mq. Le mura avevano uno sviluppo di metri 1.130 ed erano alte in alcuni punti, oltre 4 m . Lungo di essi si elevavano diverse torri e bastioni di cui non è rimasta traccia, ad eccezione dei resti della Corona del Re, della Torre Quadrangolare dell’ingresso ( andata distrutta per far posto al serbatoio dell’acqua potabile nel 1938). Si dice che “la lunghezza del castello era di palmi 452 (m. 120), l’altezza era di palmi 122 (m. 29,56) senza contarvi lo spessore delle mura”. Il Ballari dice che l’area del castello era di mq. 12.600, cosa in verità assai più verosimile alla realtà.
Una leggenda vuole che le stanze del castello fossero 365, quanti sono i giorni dell’anno; elevato su quattro piani, quante le stagiono dell’anno e dodici torri tanti quanti sono i messi.
Riguardo alle 12 torr
i possiamo disporre di elementi probanti solo per nove di queste, tra cui ricordiamo la Torre Corona del Re, la Torre Quadrangolare, la Torre del Bastione( su di queste torri fino al 1900 vi era stato collocato un gazzebo ricco di sculture ed altri ornarti dove i signori del paese d’estate andavano a “prendere il fresco”). Si può costatare, tramite vecchie fotografie del lato nord, che le finestre sono disposte su quattro piani, ecco perché “quattro stagioni”. Ora, se consideriamo le finestre, esse sono in numero di 44 su ciascun lato; ad ogni finestra probabilmente venne fatta corrispondere una stanza; moltiplicando per quattro, i lati del castello, otteniamo 176 stanze. Ora se consideriamo anche il numero delle stanze con affaccio sui cortili interni, otteniamo in totale 362 “stanze” circa tante quante vuole la leggenda. A queste stanze sono legate molte delle vicende storiche come la morte del Marchese Matteo Barresi ( il Marchese venne ucciso dal figlio Gerolamo per motivi banali), il tentativo di avvelenamento da parte di due servi di Donna Dorotea Barresi, la morte di Don Pietro Barresi colpito da un fulmine, leggenda vuole, mentre osservava le stelle.
Collegato ad esse sono anche alcune leggende troppo lunghe da raccontare, ma una delle più note è quella delle “Tre dame marcia e v
inni”. Questo racconto, tra storia e leggenda, è il caso proprio di dire “ si cunta e ssi rraccunta…”. La storia di queste tre sventurate donne fu un fatto realmente accaduto durante il regno di Federico II di Svevia (1194-1250), ma si svolse a Palermo e non a Pietraperzia. I fatti narrano che le tre donne furono portate sotto buona sorveglianza da Napoli a Palermo ed erano le mogli di Teobaldo, Francesco e Guglielmo Sanseverino. Questi tre nobili fratelli, abbandonata la causa di Federico II di Svevia si erano uniti alla causa del papa Gregorio IX. Fatti arrestare dal re furono bruciati vivi. Non pago di tanta vendetta si sfogò sulle loro mogli e sui figli che fece portare a Palermo e rinchiusi nelle carceri del regio palazzone morirono d’inedia e nessuno sentì più parlare di loro. Nel 1550, il Viceré don Ferdinando de Vega (1549-51) , nel far restaurare il palazzo reale di Palermo, gli operai scoprirono sotto la “Torre rossa”, dove stavano i prigionieri, i cadaveri delle tre donne.
Un illustre cittadino pietrino, Antonio Tortorici, racconta così il fatto delle “tri donni marcia e binni”: “A Pietraperzia cc’è un castiddu anticu, ca ’u fabbricare li Saracini. Sutta lu ca
stiddu cci sunu tanti cammari quantu li jorna di l’annu. Na vota tri donni vutru scinniri ’nti stu suttirraniu e accumminzaru a camminari. ’Nti sti cammari cc’era lu lazzu ppi nun si pirdirisi nuddu, e li donni cu na manu jiavnu tininnu lu lazzu, e cu l’autra jivanu tininnu la cannila. Mentri ca taliavanu na cosa, un sacciu socch’era, ardiru lu spacu, e si pirsiru a mizzu li cammari, senza putiri nnesciri cchiù; e pir chissà misiru a li tri donni lu nnomu di li tri donni marcia e bbinni , pirchì caminavanu e cci abbinni stu fattu”. In altri racconti popolari v’è la variante che le donne nell’entare nel castello legarono il bando d’un gomitolo di lana al battente del portone d’ingresso ed un malintenzionato lo recise facendo perdere così le tre donne nei sotterranei.
La casa Barresi si estinse con la morte del principe Don Pietro Barresi nel 1571. La proprietà del castello passò alla casa Branciforte dopo il matrimonio di Donna Dorotea Barresi, sorella di don Pietro Barresi morto senza figli, con Don Giovan
ni Branciforti, Conte di Mazzarino; rimase in questa famiglia fino alla morte di Donna Stefania Branciforte (1605). Donna Stefania avendo sposato Don Giuseppe Lanza, Duca di Camastra, il castello passò alla casa Lanza col principe Don Pietro.
Nel 1812 Caterina Branciforte concede al comune di Pietraperzia l’uso dei piani cantinati dell’edificio come carcere mandamentale, tale utilizzo durerà fino al 1906. Nel 1820, durante i moti il castello viene saccheggiato e privato degli infissi, arredi e delle armi della grande armeria. Nel 1837 alcuni locali vengono adibiti a lazzaretto in occasione di epidemia. Nel 1838 il terremoto provoca seri danni alle struttura. Nel 1896 il castello viene assalito durante la rivolta dei Fasci dei lavoratori per liberare i detenuti. Nel 1898 si ha lo sgombero delle carceri. Nel 1910 il castello viene nuovamente utilizzato come lazzaretto nel corso di una epidemia di vaiolo. Nel 1912 una commissione tecnica del Genio Civile di Caltanissetta consiglia agli ultimi proprietari, i Lanza di Trabia, l’esecuzione di restauro che non sono stati mai realizzati. Nel 1938 vengono costruite all’interno e a ridosso del castello, le strutture del serbatorio idrico comunale, provocando un notevole danno architettonico con l’abbattimento di alcune fabbriche antiche e nel 1941 della grande torre. Il maestoso Castello, fino ai primi del 1900, si era mantenuto quasi del tutto integro, poi la colpevole incuria delle autorità competenti lo ridussero a poco più di un rudere. Senza contare, naturalmente, l’opera vandalica degli uomini che negli ultimi decenni hanno scavato dappertutto rovinando strutture murarie, stucchi e affreschi. Solo verso la seconda metà degli anni ’80 si è finalmente intervenuti con lavori di restauro che hanno consentito la scoperta di ambienti e mura prima nascosti permettendo una più chiara dell’edificio e impedendo il crollo di altri locali. Quello che rimane e tuttavia degno della massima attenzione, trattandosi di uno dei maggiori esempi di architettura castellana della Sicilia.

Evento. "Festa del Libro" nell'antica Biblioteca di P. Armerina. (Conclusa)

Nella serata di ieri è stata inaugurata la "Festa del Libro" ( dal 04 al 06 agosto) presso la prestigiosa Biblioteca Comunale "Alceste e Remigio Roccella" di Piazza Armerina, ex Collegio dei Gesuiti. E' la prima volta che un tale evento si svolge nella cittadina ma ha già riscosso un gran successo e all'interno dell'atrio è stato possibile veder diversi partecipanti. In collaborazione, naturalmente, con il Comune di Piazza Armerina, hanno contribuito alla realizzazione della "festa" ben undici illustri case editrici siciliane ovvero EDAS, Città Aperta, Il Lunario, Edizioni Lussografica, Bonfirraro Editore, la fondazione Giuseppe Fava, Armando Siciliano Editore, Flaccovio, l'Editore Negretto di Mantova, Fondazione Piccola di Calanovella e Lombardi Editore. Ogni stand presenta i suoi testi ma v'è un "coro" che canta della cultura siciliana. Questo è il vero significato dell'evento. Infatti notevoli sono i testi che parlano di cultura siciliana nelle sue diverse sfaccettature. E' possibile riscoprire antiche tradizioni con testi di natura etnografica, antropologica e folklorica come è facile ritrovare libri che "rievocano" antichi cibi o ricettari che insegnano dell'arte culinaria, sana e pregiata, degli antichi focolari dell'Isola.V'è anche storia e di questa parlano testi specifici e significativi riguardanti per esempio il periodo della seconda guerra mondiale e dello sbarco sulle coste siciliane degli Alleati ovvero storie di antiche famiglie che lasciarono il segno nelle cronache delle terre sicule. Non mancano oltremodo testi per bambini, romanzi o novelle che parlano di fantasia. La festa del libro si presenta come un grande "crogiuolo" di cultura siciliana che può appassionare chiunque e può rispondere ad ogni interesse.
Durante la manifestazi
oni sono tante le presentazioni di testi nuovi da parte delle case editrici che di certo permetteranno la valorizzazione di vecchi e nuovi autori e la "distribuzione" degli stessi al pubblico.
In conclusione è lecito e doveroso invitare a tale evento se si vuol avere l'emozione di poter sfogliare un buon libro nel silenzio di un paesaggio storico ed antico quale quello della Biblioteca di Piazza Armerina.
Si ricorda che la "Festa del Libro" si concluderà il 6 agosto 2009, alle ore 22.00
Flavio Mela

Evento. Oltre il Cuore di Sicilia. Summer School in Ecoturismo. Un ponte tra Libia ed Italia per la valorizzazione dell'Ambiente.

Dal 21 luglio al 1 agosto si è svolta, presso Catania, la prima edizione della Summer School in Ecoturismo, un progetto che si è prefissato il compito di creare una collaborazione scientifica tra Libia e Italia non solo per la tutela dei Parchi e delle risorse ambientali ma anche, e soprattutto, per la fruibilità degli stessi in termini di turismo sostenibile e valorizzazione "sana" dei territori. La "scuola" è nata dall'intesa tra gli Atenei di Catania e l'Università Al-FAteh di Tripoli (Nello specifico ecco gli enti interessati: Cutgana, Ersu, Cus Catania, Ente Parco dell'Etna, Ente Parco dell'Alcantara, Ufficio speciale regionale "Aree ad elevato rischio di crisi ambientale", Comune di Melilli, Amp Isole Ciclopi, Cdl in Scienze ambientali, Dipartimento di Biologia Animale "M. La Greca", Dipartimento di Zoologia Università di Alfateh (Tripoli, Libia), Ispettoria Salesiana Sicula, Fondazione Universitaria Italo-Libica, Provincia Regionale di Catania, Facoltà di Scienze Politiche e Scuola Superiore).
Durante la prima settimana gli studenti del corso hanno affronta
to tematiche importanti come la gestione di aree protette grazie all'ausilio di docenti e specialisti, italiani e stranieri, del settore e la loro grande esperienza nell'ambito dell'ecoturismo in particolare della ideazione, realizzazione e fruizione di itinerari ecoturistici nelle aree protette (Nello specifico. - Il turismo ecologico - Stato dell’ambiente e finalità della educazione ambientale - Tecniche e tecnologie per la educazione e la comunicazione ambientale - Sistemi di aree protette nell’area mediterranea - La funzione degli eco-musei - Tecniche e modalità di ideazione e allestimento degli ecomusei - Modalità di ideazione degli itinerari ecoturistici - La sentieristica nelle aree protette - L’osservazione naturalistica - La fruizione ambientale integrata sostenibile).
La seconda settiman
a ha visto i partecipanti coinvolti in laboratori e lezioni all'aperto che hanno avuto come paesaggi diversi luoghi della Sicilia come l'area marina dell'"Isola dei Ciclopi", il parco dell' "Alcantara", la grotta del Monello nella zona Iblea, il laboratorio naturalistico di San Gregorio (CT), il Parco dell'Etna, le cave di pietra di Melilli e molti altri splendidi paesaggi dell'Isola.
La scuola si è presentata come una grande "vetrina" culturale ma soprattutto una splendida esperienza sociale. Italiani e Libici, studenti e professori, hanno dato sfogo ad una sentita integrazione tra i due gruppi. Il bene comune, "la cultura e la collaborazione scientifica", è stato il substrato che ha condotto i due gruppi a condividere esperienze importanti anche per i rapporti tra le due culture, formulando la concezione di un "team" unico. La "Summer School" è un prodotto che, secondo il dire degli organizzatori, potrà essere rinnovato nell'anno seguente e non manca la probabile ideazione di un viaggio direttamente n
elle terre della Libia da parte degli italiani.
A conclusione della "Summer School" ogni partecipante ha ricevuto l'attestato di presenza e di partecipazione al corso.
A seguire i nomi dei docenti, italiani e libici, e dei partecipanti alla "School".
Docenti. Concetto Amore, Angelo Messina, Alfredo Petralia, Sebastiano Giuffrida, Ca
rlo Fortunato, Matteo Fusilli, Emanuele Mollica, Antonino Cuspilici, Xavier Abril, Mohamed Sghayer, Abubaker Swehli, Nuri Barbash ed Esam Aburas.
Partecipanti.
Angelo Cardella, Rachele Castro, Carmen Impelluso, Flavio Mela, Simone Musumeci, Barbara Pricoco, Adriano Russo, Davide Scornavacca, Maria Teresa Cordici, Leyla Recupero Trovato, Mohamed Elhosk, Ibrahim Taboni, Alì Berbash, Hosamedin Krew, Fawzi Ahmed Said, Mohamed Sharif.

Flavio Mela