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Carissimo Viandante del Web,

se per caso ami la cultura e l'avventura e vorresti conoscere una terra magica e misteriosa, come la Sicilia, questo è il tuo blog. "Il Veltro", come un "segugio", ti indica la via per raggiungere luoghi affascinanti e antichi, tradizioni e feste popolari d'altri tempi e una e più storie.

Leggendo, viaggerai.
Buona Lettura.

Flavio R.G. Mela

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Spot. Il Veltro. Il Viaggio continua.



Miti & Leggende. Un racconto dalle origini remote: il mito di Kore.


Il "Veltro", da oggi, è lieto di offrire ai propri lettori una nuova sezione all'interno del blog: i Miti e le Leggende. Le storie che si narrano per tradizione e che sono inzuppate di fantasia rappresentano un importante piedistallo della cultura siciliana. Miti e leggende si intrecciano per rievocare grandi battaglie tra dei ed eroi, navigatori illustri, avventurieri che osano superare le barriere del materiale per ritrovare oro e grandi ricchezze e così via. Insomma, la cultura siciliana è anche questo ed è giusto che se ne dia spazio poichè, com'è risaputo, il popolo siciliano è sempre stato legato a queste tradizioni e talune anche di origine remotissima come il mito con il quale apriamo il nuovo spazio: il mito di Kore. Racconto dalle origini remote, il mito di Kore è ambientato nelle terre del centro Sicilia la cui economia è sempre stata legata al grano come bene primario e di sussistenza, figlio di una vocazione agricola molto antica e che, com'è naturale, si intreccia con il mito in maniera sostanziale.

"Kore (nome greco della divinità Proserpina), figlia di Demetra e di Zeus, era la vergine dea che simboleggiava il grano verde, chiamata Persefone quando simboleggiava il grano maturo ed Ecate qu
ando invece simboleggiava il grano raccolto. Ade, dio degli Inferi, si innamorò di lei e chiese a Zeus il permesso di sposarla. Questi, per paura che Demetra non avrebbe mai perdonato che la figlia fosse confinata nel Tartaro, non rispose né sì né no, ma Ade si sentì autorizzato a rapire la divina fanciulla. Così, mentre Persefone coglieva fiori nei prati adiacenti il lago di Pergusa insieme con le sue amiche ninfe, tra cui Ciane che per le lacrime versate si trasformò in fiume sotterraneo ed andò a riaffiorare a Siracusa, fu rapita da Ade e condotta con lui nel Tartaro, il regno sotterraneo dei morti. Demetra cercò Kore per nove giorni e nove notti, senza mangiare né bere e invocando disperatamente il suo nome. La dea si lascia dietro nella sua corsa Leontini e il fiume Amenano e le rive erbose dell'Aci; oltrepassa il Ciane e le sorgenti del placido Anapo ed il Gela vorticoso e inguadabile. Attraversa Ortigia, Megara, il Pantagia, le foci del Simeto, gli antri dei Ciclopi arsi dalle fornaci, e la città che ha foggia e nome di una falce ricurva. E Imera e Didime e Agrigento e Taormina e il Mela dai grassi pascoli delle vacche sacre. Va poi a Camarina, a Tapso, all'eloria Tempe, all'Erice sempre aperto agli zefiri. Già aveva visitato il Peloro, il Lilibeo, il Pachino ...Il decimo giorno giunse a Eleusi dove le venne raccontata la visione di un carro misterioso trainato da cavalli neri che era comparso e poi scomparso in una voragine e il cui invisibile guidatore teneva saldamente avvinta una fanciulla urlante. Avuta la prova dell'ignobile rapimento con la probabile complicità di Giove, Demetra, piuttosto che salire all'Olimpo per incontrare il padre degli dei, si mise a vagare furibonda sulla terra, impedendo alla natura di rifiorire e produrre frutti, tanto che l'umanità stessa minacciava di perire. Zeus non osava recarsi da Demetra ad Eleusi, ma le inviò messaggi e doni prontamente rifiutati dalla dea che, anzi, giurò che la terra sarebbe rimasta sterile finché non le fosse restituita l'adorata figlia. Zeus affidò ad Ermes un messaggio per Ade: "Se non restituisci Kore, andremo tutti in rovina". Un altro messaggio inviò a Demetra: "Avrai tua figlia Persefone, purché non abbia assaggiato il cibo dei morti". Poiché Kore aveva rifiutato di mangiare fin dal suo rapimento, Ade fu costretto a promettere la sua liberazione e salire sul carro. Ad Eleusi Demetra era pronta ad abbracciare la figlia, ma saputo che Persefone era stata accusata di aver assaggiato sette chicchi di melograno nel regno dei morti, ricadde nella disperazione e minacciò di maledire ancora la terra." Zeus, con i buoni uffici di Rea, madre sua e pure di Demetra nonché di Ade, creò un compromesso: Persefone avrebbe trascorso ogni anno tre mesi in compagnia di Ade, come regina del Tartaro, e gli altri nove mesi con sua madre. Così Demetra risalì all'Olimpo non prima di aver ricompensato chi l'aveva aiutata nella ricerca: a Trittolemo diede semi di grano, un aratro di legno, un cocchio, e lo mandò per il mondo ad insegnare l'agricoltura agli uomini."

Si ricorda che il mito di Kore, qui citato, si ispira alle stesse parole che Ovidio usa nei due testi : P. Ovidius Naso, Le metamorfosi, Milano, Fabbri, 1996, pp. 341-408 e P. Ovidius Naso, Fasti e frammenti, Vol. IV, UTET, 1999.

In foto. Busto in terracotta di Kore (Proserpina) rinvenuto a Morgantina (cittadina ellenica antica il cui sito archeologico si trova vicino Aindone, in provincia di Enna.)


Flavio Mela

Oltre il Centro Sicilia. Eventi & Mostre. Il mondo verghiano nella pittura e scultura del maestro Incorpora. (Conclusa)



Dal 7 maggio, presso il Castello Normanno di Aci Castello (Catania), è possibile visitare la mostra del maestro pittore e scultore Salvatore Incorpora (nato nel 1920 a Gioiosa Ionica). La mostra "Salvatore Incorpora: il mondo verghiano", che dura fino al 2 giugno, è una raccolta di singolari quadri dipinti, disegni e statuine (45 in tutto), tutti raffiguranti personaggi o scene del mondo narrativo di Giovanni Verga. Per capire il perchè del leit motiv verghiano dell'artista si riporta il testo di Domenico Amoroso, curatore della mostra e del catalogo attinente, dell'Associazione Culturale "Incorpora". Un testo che spiega in breve l'ambiente entro il quale l'arte di S. Incorpora si inserisce traendo spunto e "senso d'esistere".

"Sorgerà mai l'Eletto? [...] ( ) se Giovanni Verga fossepittore, e se Federico I )e Roberto fosse acqua/artista! I ; non sorgerà mai l'intelletto fratello?". Così scriveva enfaticanicnte Francesco Fichera nel suo articolo "Per un pittore da venire", in <> del marzo del 1907. Alle soglie del secolo, nell'incipiente affermazione del Liberty e allo scadere nell'arte del verismo post risorgimentale, in una Sicilia sempre in bilico tra conservazione eprogresso, l'invocazione a un Verga pittore esprime il senso di isolamento e incomprensione provato da una larga parte della critica d'arte militante e dallo stesso, seppur sparuto,'pubblico, ma anche la frustrazione di una continua ricerca identitaria ma anche di un ambiguo e noti facile rapporto nell'Isola tra intellettuali e artisti. Da allora l'invocazione verghiana, seppur declinata in maniera diversa, anche nell'accezione negativa, sarà una costante che accompagnerà il dibattito artistico e culturale fin quasi alla soglia degli anni '80 che anche per la Sicilia sembrano rappresentare uno spartiacque invalicabile tra passato e presente. Ampiamente partecipe è Salvatore Incorpora che dalla Calabria nativa, per un doloroso percorso di guerra e di prigionia che lo porterà ad Atene, Varsavia, Praga, Berlino, Vienna, approda in Sicilia, a Messina e poi, definitivamente, tra Catania e Linguaglossa. In un contesto appartato ma per nulla isolato, se i suoi rapporti ulturali e artistici annoverano gli incontri con Corrado Alvaro, Francesco Messina, Giuseppe Migneco, Antonio Corsaúo, Sebastiano Milluzzo, Leonardo Sciascia, Vito Librando, Carlo 1,evi e molti altri ancora. Nella voglia di sperimentare e nella costanza di un pressante impegno sociale e civile, nella tensione verso una conciliazione tra ruolo dell'intellettuale e ruolo dell'artista, di arti visive e scrittura, di politica e poesia, assume una posizione centrale l'impatto, e quindi il lunghissimo sodalizio con il molto amato ciclo verghiano che affiora intenso alla metà degli anni '60. E un fil rouge che l'artista mm abbandonerà mai e che risulterà particolarmente congeniale non solo al suo carattere e alla sua stessa identità artistica, ma anche alla sua ricerca esistenziale e politica; ponendosi quasi come una linea principale da cui possono prodursi, e si dipartono, le ali dell'impegno e della denuncia e quelle della dimensione religiosa e sacra, che miracolosamente convivono.
Domenico Amoroso (dal testo in catalogo)

Consigliata mostra e molto suggestiva soprattutto se il paesaggio è un mare splendido ed una roccaforte molto antica come il Castello Normanno di Aci Castello.
La mostra resterà aperta fino al 2 Giugno.
Per informazioni rivolgersi al numero: 095/271026

Flavio Mela


Oltre il Centro Sicilia. "E' obbligo toccare!" . Una visita al Polo Tattile Multimediale di Catania


Negli ultimi anni si è introdotto all’interno di apparati museali un pratico desiderio di sviluppare dei nuovi mezzi che potessero illustrare le opere d’arte anche a utenti disabili. Dall’adeguamento, tramite strumenti per non vedenti come pedane o riproduzioni di opere d’arte, di musei già preesistenti , oggi si vedono nascere strutture essenzialmente per i disabili della vista, anzi, proprio in questi spazi, è il non vedente, come si vedrà, a guidare il vedente lungo il percorso museale. Ridurre la distanza tra non vedente e visione, nel caso dell’opera d’arte, partendo dalla creazione di sussidi didattici volti a fornire indicazioni formali e contenutistiche strutturate, significa cercare di abbattere quella cortina che si frappone tra non vedente e mondo circostante.La condizione di non vedenza esclude la possibilità di avvertire con la vista ciò che gli artisti esprimono con le immagini, e impone la necessità di leggere con le mani la traduzione plastica delle parvenze visive bidimensionali, introducendo il non vedente in una dimensione immaginativa, capace di trasmettergli un corpus di visioni interiorizzate e immagini realistiche da sempre prodotte nella cultura umana. Il polo tattile multimediale di Catania sorge in un palazzo di fine Settecento ed è il primo centro polifunzionale in Europa dedicato all’integrazione di ciechi e ipovedenti.
Il centro prevede intanto uno show-room (primo in Italia
e terzo in Europa dopo Parigi e Londra), dove è possibile acquistare libri e giocattoli tecnologici ed innovativi per i non vedenti. Oltre allo show-room, si trovano riuniti: il Museo tattile con le più celebri opere d’arte da toccare, il Bar al buio (dove il non vedente diventa guida per il vedente), l’internet cafè con barra Braille e il giardino sensoriale oltre alla grande biblioteca della Stamperia Braille con la sua ricchissima offerta di volumi in Braille, Large print e audiolibri. Di seguito si spiegheranno rapidamente il museo, il giardino sensoriale e il bar al buio.
“E’ obbligo toccare” è il motto del museo. L’educazione al bello dei disabili della vista, ma anche di quei vedenti intenzionati a sperimentare una muova maniera di apprezzare l’arte, toccandola, è fatta passare, oltre che dalle classiche opere come la Venere dei Medici, il Discobolo, il Busto del Cristo Crocefisso di Donatello e di Michelangelo, la testa del David, il Mosè e l’Aurora anche dai plast
ici dei Templi di Agrigento, del vulcano Etna, del Castello Ursino, della chiesa catanese di San Giuliano.
Un altro spazio importante
del museo è il Giardino sensoriale che ha due peculiarità: il tipo di essenze scelte, tipicamente isolane, e il percorso, innovativo perché basato sui principi della condizione di non riposo. Tra le piante del Giardino catanese troviamo il carrubo, l’ulivo, il mandorlo, l’arancio e il limone, la palma e l’alloro, il corbezzolo, il cedro, la ginestra, il mirto, il pittosporo, il viburno e molti gelsomini. Per quanto riguarda il tipo di percorso si basa sulla cosiddetta condizione del non riposo: le mattonelle tattilo-plantari sistemate in modo da tracciare un sentiero, sono fatte in modo da non consentire mai un perfetto equilibrio. Ciò fa sì che la persona non possa mai uscire per errore o distrazione dal percorso, ma solo per volontà.
Infine, ecco il primo Bar al buio, una struttura che fa crollare lo stereotipo sociale del “diverso”. Qui è il non vedente che accoglie il vedente che, immerso in una sala completamente al buio, proverà la sensazione di operare le azioni più semplici, quali quelle di entrare in un bar, affidandosi solo al proprio udito e al pronto sostegno di una guida, cieca.
In conclusione, quella del Polo tattile multimediale di Catania è un’esperienza da fare e consigliata per un turismo sociale ed alternativo sia per non vedenti ma soprattutto per vedenti.


E’ possibile visitare il Polo tattile in via Etnea, 602 - 95125 Catania. Le visite, soprattutto di gruppi, sono possibili sono su prenotazione. Per maggiori informazioni chiamare al numero 095 500177

Flavio Mela



San Giovanni Evangelista di Piazza Armerina. Un incantevole viaggio nella pittura fiamminga del Borremans.


Nei pressi del borgo antico di Piazza Armerina nella zona di Piazza Martiri di Ungheria v’è una chiesa di grande pregio e splendore. E’ la chiesa di San Giovanni Evangelista, attualmente sede delle celebrazioni eucaristiche dell’Oratorio salesiano di Piazza Armerina.Un tempo faceva parte del monastero delle benedettine voluto dalla nobile Florentia Caldarera intorno al 1361. La chiesa, il cui spazio era occupato, al tempo dell’edificazione del monastero, dalla casa della stessa fondatrice, fu fatta costruire intorno alla metà del XVI secolo dalla badessa Fulgenzia Li Gregni. Intorno al 1721, le suore benedettine ricevettero un’ingente somma di denaro (400 onze) grazie ad una eredità pervenuta all’anziana suora Ottavilla La Valle.Con tale somma, la badessa Angelica Cremona potè completare la chiesa e abbellirla con dei favolosi affreschi che commissionò direttamente al famoso pittore e fiammingo Guglielmo Borremans (Anversa 1670 – Palermo 1744), che in quell’anno stava per completare gli affreschi del duomo di Caltanissetta. Cuore pregiato dell’arte pittorica a Piazza Armerina, gli affreschi del Borremans nella chiesa di San Giovanni Evangelista si modellano sulle pareti e sugli elementi architettonici dell’edificio come un velo multicolore che ingombra ogni centimetro dello spazio rendendo surreale il tutto che distrae il visitatore dall’abbraccio austero delle mura esterne della chiesa, semplici e disadorne, rigide e povere. Sinuosi e arabeggianti intrecci di fiori e rami colorati con tenui colori di primavera custodiscono emblematiche scene di tema biblico ed evangelico. Nella cupola, sopra l’altare maggiore costruito dai fratelli Marino di Catania tra il 1791 ed il 1792 e recante le due splendide statue di marmo di Carrara raffiguranti la Fede (sx) e l’Innocenza (dx), v’è raffigurato il Mistero dell’Eucarestia intorno alla quale un’ascetica adorazione angelica rende vivido il “clangore” della pace ultraterrena. Muovendo lo sguardo verso il basso, si entra nel vivido della vita di Cristo con le quattro scene più rappresentative del Vangelo. La nascita ed adorazione dei pastori, il battesimo di Cristo e la Crocifissione (affreschi bicolore e forme stilizzate), ed infine l’Epifania, con l’adorazione dei Magi. Discendendo dalla cupola fino ai quattro affreschi su citati, nelle lunette e nei piloni vi sono raffigurate diverse figure femminili, simboli delle virtù. Per quanto concerne il tetto della navata e le pareti della stessa, la nota narrativa si estende alla visione apocalittica di San Giovanni e alla vita dei principali Santi Benedettini ovvero San Placido e San Bendetto. In alto, nella volta, è infatti possibile notare un San Giovanni estasiato da una magnifica visione: quella dell’Immacolata Concezione ai cui piedi v’è la luna e ammantata di sole. La donna sembra irremovibile di fronte alla feroce lotta che vede un corazzato Michele Arcangelo scagliarsi contro il terrifico drago a sette teste come ad essere sicura della vittoria del primo rispetto al secondo, grazie alla forza della fede e di Dio. Focalizzando l’attenzione sulle pareti laterali l’attenzione viene rapita da particolari scene legati a San Benedetto e San Placido. Di quest’ultimo, proprio sopra il portone principale, v’è il martirio che ha come paesaggio lo stretto di Messina. Oltre a questi affreschi, si ritrovano anche tele di altri pittori. Uno di questi è un quadro del 500’ di grande pregio e guizzante di quell’arte sofisticata del chiaroscuro. Non si conosce l’autore ma sicuramente il soggetto rappresentato ovvero il martirio di San Giovanni Evangelista che viene lentamente spogliato delle sue vesti per essere immerso nella caldaia bollente d’olio dal quale, com’è noto, usciva sempre più fresco e sano di prima. L’altro quadro, recante la data del 1767, è invece di Giuseppe Noto e raffigura San Benedetto nell’atto di guarire un fanciullo ossesso. Un crocifisso dipinto era presente tra gli affreschi della Chiesa. Anticamente rimosso e sostituito con una nicchia dove alloggia attualmente la statua di Maria Ausiliatrice, è custodito dalla Diocesi di Piazza Armerina in attesa di restauro. Da sottolineare la bellezza del coro di legno e ferro battuto che, dal fondo della chiesa, guarda l’altare. Al di dietro di quello le suore benedettine solevano partecipare alla celebrazione eucaristica mantenendo il loro voto di clausura. La chiesa e il convento negli anni seguenti all’interdetto del 1861 del governo che riscuoteva i beni della Chiesa fu affidato alle suore salesiane della regola di don Bosco. Attualmente la sede è gestita ancora dai Salesiani così come la Chiesa. Nel mese di maggio, dopo un triduo partecipato, si festeggia, il giorno 24, la festa di Maria Ausiliatrice che prevede una processione esterna dei fedeli, devotissimi e numerosi.
Le foto pu
bblicate insieme all’articolo sono state donate al “Veltro” dalla studentessa Rosa Linda Romano di Piazza Armerina che si ringrazia.
E’ possibile
chiedere informazioni per la visita della chiesa e per l’apertura della stessa presso l’Oratorio salesiano in via Garibaldi, 75, Piazza Armerina.
Bibliografia per i cenni storici e gli approfondimenti:

- VILLARI L., Storia ecclesiastica della città di Piazza Armerina, Messina, Analecta, 1988.

- PICCOLO GALATI G., Di Guglielmo Borremans pittore fiammingo in Italia, 1670-1744, Viterbo, Agnesotti, 1997.

Flavio Mela


Oltre il Centro Sicilia. Tradizione del Carretto Siciliano tra le vie di Aci Sant'Antonio dai maestri Di Mauro e Zappalà


Celebre spaccato culturale quello di cui parleremo oggi. Il “Veltro”, per voi, si è spostato fin nelle viuzze del paesino di Aci Sant’Antonio nel catanese per scoprire un’ attività che, dati i tempi, sta sicuramente via via estinguendosi: l’arte del carretto siciliano.E’ un’attività d’artigianato molto particolare alla quale contribuiscono diverse maestranze: fabbri, pittori, scultori e sellai. E’ un’operazione, quella della costruzione del carretto, molto lunga. Infatti, il “carradore”, ovvero colui che costruire il carro, è il vero costruttore del carretto composto da cassa, fiancate, stranghe, portello e ruote, mentre ad incidere, con motivi che vanno dal floreale all'antropomorfo, è lo scultore.Segue la fase della pittura con colori diversi a seconda della bottega in cui viene effettuata l'opera.Sull'intera anatomia del carretto, vengono riportate scene appartenenti alla tradizione cavalleresca anche se non mancano temi mitologici e religiosi come Carlo Magno, Orlando, Rinaldo, i Vespri Siciliani, Sant'Alfio e i suoi fratelli, San Giorgio Cavaliere, Sant'Agata e Santa Rosalia e così via. Completato il carro si passa al lavoro del sellaio, che in concordanza con le scene e i colori assegnati al carretto, fabbrica e ricama con nastri, specchietti e sonagli, la bardatura del cavallo.Uno dei posti più importanti per la fabbricazione del carretto siciliano è sicuramente Aci Sant’Antonio, una cittadina dell’interland catanese. Qui operano due grandi mastri della pittura del carretto siciliano ovvero il maestro Domenico di Mauro e il cognato Antonio Zappalà. Grandi conoscitori delle tecniche tradizionali della pittura, i due anziani signori operano nella loro bottega ricca, come ho potuto personalmente appurare, di carretti ancora da pitturare, alcuni già pitturati ma privi dei pezzi staccabili, pezzi di legno scolpiti ad opera d’arte e raffiguranti cavalieri o dame ma ancora privi del colore. Vive in quella bottega l’arte antica e vive l’entusiasmo di creare. Vegliardi pittori, i due maestri sembrano giovani dell’arte che creano. Nei loro occhi vi è tutto l’amore per le loro creazioni. Animano i loro carretti di eroi, signore nobili, banditi leggendari e cavalieri in singolar tenzone e nei movimenti di quelli vi è la tensione dell’azione, l’emozione delle espressioni così curate ed il tutto è avvolto da quei colori usati, vivide essenze che tramutano il disegno in un caleidoscopio di folgoranti paesaggi che incoraggiano la mente del visitatore alla fantasia e all’immaginazione. Il maestro Domenico di Mauro, in un intervista del www.ilcarrettodomenicodimauro.com, così definisce il suo rapporto con la pittura: “E’ una specie d’invasamento che ti prende tutto, una sana malattia dello spirito che ha una strana capacità pervasiva. La pittura è un misto di realismo e di fantasia, un dono che deve essere accettato con il continuo esercizio e che non perdona l’improvvisazione e il pressappochismo, perchè il gioco delle tinte, la geometria della prospettiva puniscono senza rimedio chi le si avvicina improvvisando.” Siamo riusciti ad entrare nella bottega insieme al professore di Feste e Tradizioni Popolari dell’Università di Catania, Luigi Lombardo, e i due maestri sono stati molto accoglienti nel fare intendere la loro opera che di certo rappresenta una delle poche mete di tradizione folklorica di Sicilia riguardante l’artigianato. I giovani visitatori che hanno avuto l’opportunità di vedere i maestri all’opera sono rimasti veramente entusiasti nel comprendere come un lavoro del genere, del quale si suole vedere solo la fase completa durante manifestazioni di carrettieri, è il fulcro di un lavoro di collaborazione tra diverse e particolari maestranze che mettono sul campo tutta la loro tecnica, figlia di una tradizione secolare che ha fatto del carretto siciliano, bello dei suoi colori e delle storie che narra, uno degli elementi più caratteristici della Sicilia nel mondo.

Per maggiori informazioni sulla bottega di Aci Sant’Antonio si consiglia di visitare il sito www.ilcarrettodomenicodimauro.com

Flavio Mela

Musei & Parchi. Parco Minerario Floristella Grittacalda: una memoria da salvaguardare.



Quello che oggi vi proponiamo è il Parco Minerario di Floristella Grottacalda che si trova nel tratto da Piazza Armerina e Valguarnera Caropepe. La protezione, conservazione e difesa del complesso minerario zolfifero è di competenza dell'Ente Parco che ha sede proprio all'interno dell'ex miniera Floristella. Un nostro lettore, il signor Riccardo Calamaio che dell'ente fu vice-presidente, ha voluto inviarci un articolo che lui stesso ha scritto per la rivista Kalos all'inizio del 2009 riguardante proprio questo Parco che assume nel contesto del territorio sia un bene di carattere storico ma anche di grande valenza ambientale. Proprietà di memoria storica, il Parco assume un significato sociale poichè a causa del lavoro in miniera molti furono gli episodi sociali gravi come il disfacimento della salute dei minatori, i tremendi incidenti legati al cedimento di gallerie sotterranee, o, ancora più terribile, il lavoro minorile che fu prontamente utilizzato per il difficile lavoro all'interno degli angusti cunicoli sotterranei. Di seguito vi riportiamo l'articolo con stupende immagini dell'epoca (fornite dallo stesso autore dell'articolo) legate alla lavorazione dello zolfo o a edifici (oggi ristrutturati) che ne fecero da paesaggio.

" Il Feudo di Floristella era una sezione della Baronia di Gallizzi situata in Val di Noto, territorio Castrogiovanni (allora provincia di Caltanissetta), Giuseppe Grimaldi lo acquistò nel 1573 da Fabrizio Branciforte, Conte di Mazzarino. Nel 1781 fu acquistato dal Barone Pennisi di Acireale il cui nipote ed erede, Salvatore Pennisi, nel 1899 fu riconosciuto Barone di Floristella. L’attività estrattiva dello zolfo ebbe inizio intorno al 1700 per cessare definitivamente nel 1986.
Per non disperdere e tutelare il patrimonio culturale che i luoghi rivestono, la Regione Siciliana ha istituito (L.R. n° 17 del 15 maggio 1991) l’’Ente Parco Minerario Floristella-Grottacalda. E’ un ente di diritto pubblico con sede nella ex miniera Floristella (Enna – Piazza Armerina) con le finalità di tutela e conservazione dell’area Floristella-Grottacalda ed il recupero di Palazzo Pennisi. La sua gestione è stata affidata alla Regione Siciliana, alla Provincia Regionale di Enna ed ai Comuni di Enna, Aidone, Piazza Armerina e Valguarnera. Complessivamente l’area del Parco si estende per oltre 400 ettari divisi tra Floristella e le sue pertinenze, già sottoposte a vincolo di tutela culturale e ambientale, e l’area Grottacalda di proprietà privata non ancora acquisita e vincolata. Sono ancora visibili le antiche “discenderie” (circa 180) di accesso alle gallerie sotterranee, i tre “pozzi” di estrazione con i relativi “castelletti” completi di sale argano (il più antico risalente al 1868); le più antiche “calcarelle” ed alcuni “calcaroni” adottati industrialmente intorno al 1850.
Il Parco Minerario rappresenta uno dei più importanti siti di archeologia industriale esistenti nel Mezzogiorno d’Italia ed una delle più grandi, antiche e significative aree minerarie di zolfo della Sicilia. Può considerarsi un particolare museo all’aria aperta , testimonianza di due secoli di società solfifera frammista a patrimonio naturalistico e culturale.
Un patrimonio culturale d' inestimabile valore ed interesse, poichè oltre all'ambiente ed alla storia del complesso minerario, coinvo
lge tutto il circostante comprensorio, con i siti archeologici di Morgantina e della Villa Romana del Casale. A questo interesse va aggiunto quello naturalistico da valutare nel contesto di un paesaggio umanizzato. Anche se il territorio presenta segni dell'influenza antropica ed una palese trasformazione del paesaggio naturale, si può evincere una certa tendenza alla ricostituzione spontanea di taluni aspetti significativi di vegetazione dell'area limitata al perimetro del Parco. Sempre in ambito naturalistico particolare menzione meritano la sorgente di acque sulfuree che alimenta il rio Floristella e, soprattutto, le emissioni continue di metano e acqua salata e ferruginosa, sgorganti con piccola portata da alcune bocche tra loro vicine dette “Maccalube” o vulcanelli di fango. Un particolare rilievo, sia nel contesto del parco che per le caratteristiche architettoniche proprie, assume Palazzo Pennisi, vero e proprio cuore del Parco Minerario, che separava idealmente l’antico feudo in due parti: la zona mineraria e la zona agricola. Edificato tra il 1870 ed il 1885, sorge in cima ad un rilievo che domina l’intera area, fu pensato quale fortezza inespugnabile dai minatori in caso di scioperi e rivolte; talché, le numerose aperture sono dotate di feritoie. Sono in atto i lavori di Restauro e musealizzazione del Palazzo, sotto la direzione della Soprintendenza BB.CC.AA. di Enna, con lo scopo di realizzare un Museo Minerario-Antropologico ispirato ai quattro filoni fondamentali che caratterizzano l’area di Floristella e Grottacalda: naturalistico, minerario, storico e architettonico. Inoltre sono in via di ultimazione i lavori per il recupero ed il restauro di alcuni manufatti (pozzo, gallerie, castelletto, argani, etc.), interventi di infrastrutturazione, recupero, tutela, restauro dei percorsi escursionistici e di visita al Parco. L’Ente aderisce al Parco Culturale “Rocca di Cerere” le cui finalità contemplano l’obiettivo dello sviluppo del turismo culturale nel comprensorio in cui opera, con particolare riferimento allo sviluppo del geoturismo nella provincia di Enna. Quale Ente aderente al Parco Culturale “Rocca di Cerere” il Parco Minerario è altresì affiliato alla rete “European Geopark” che collabora con il Dipartimento di Scienze della Terra dell’UNESCO.

Riccardo Calamaio"

Ringraziando il nostro lettore per questo valevole articolo, vi invitiamo a visitare il sito del Parco Minerario di Floristella- Grottacalda. Per informazioni chiamare il numero 0935/958105 o visitare il sito www.enteparcofloristella.it.

Eventi & Mostre. Sulla via di Damasco. Mostra didattica e culturale su San Paolo (Concluso)



Da oggi fino al 15 Maggio sarà possibile visitare presso la sede del Museo Diocesano di Piazza Armerina, nei pressi della Cattedrale, la mostra didattica dedicata alla vita e alla figura di San Paolo. La mostra è itinerante e dopo un soggiorno a Siracusa è possibile adesso visitarla a Piazza Armerina (EN). Promossa dal Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei e realizzata da Itaca, società editrice e di promozione culturale, essa si colloca all’interno delle manifestazioni inerenti all’Anno Paolino come strumento per far conoscere la biografia e anche e soprattutto l’insegnamento del Santo a cui, Benedetto XVI dice, ogni fedele deve fare riferimento per “imparare la fede”.
Il percorso della mostra si articola in due sezioni ed in un epilogo. La prima sezione è composta da una serie di pannelli che, tracciando dei punti chiave tratti dagli “Atti degli Apostoli”, illustrano gli episodi principali della vita di San Paolo, come per esempio la famosa caduta sulla via di Damasco che rappresenta il fulcro del cambiamento di vita del “fu” Saulo o i viaggi in lungo ed in largo per l’intera Asia minore, Cipro fino ad arrivare a Roma che fecero del santo uno dei più grandi “attivisti evangelici” per la divulgazione della parola di Cristo, soprattutto tra le genti di religione pagana).
Nella seconda s
ezione del percorso i pannelli parlano al visitatore dell’umanità di Paolo e la sua personalità. San Paolo, grande portavoce della parola di Dio, diviene vessillo della salvezza di Cristo e non mancano episodi difficili soprattutto quando il santo si trova a confrontarsi con la cultura giudaica e quella ellenistica.
Infine l’epilogo che ri
assume la missione della Chiesa nel mondo (nell’esempio di San Pietro e San Paolo) come “nuova città” dove si concretizza l’unità tra fratelli, resa possibile dal Vangelo di Cristo.
La mostra, oltre ad offrire al visitatore dei contenuti significativi sui quali riflettere, è impreziosita con
le immagini stupende di siti archeologici (riguardanti i luoghi della vita di San Paolo) e di ritratti o quadri che raffigurano episodi della vita del santo. Importantissime queste immagini soprattutto per quel che riguarda la seconda sezione dei pannelli, poiché è decisamente visibile, nei ritratti soprattutto, l’accuratezza che i grandi maestri dell’arte (Carraci, Caravaggio, Rembrandt) hanno voluto dare al volto di Paolo, cercando di interpretare in immagine il sofferto travaglio interiore e il cambiamento o la risolutezza del fedele propri di un uomo che da persecutore è divenuto un grande estimatore della carità cristiana.
Per concludere, la
mostra didattica è circondata da significativi quadri (veri) provenienti da alcune chiese del centro Sicilia e aventi come soggetto, naturalmente, san Paolo.
Da poco aperta
, la mostra ha avuto già diversi visitatori tra i quali anche delle scolaresche che, una volta dentro, sono stati accompagnati da guide esperte per tutta la durata del percorso.
Gestita dall’asso
ciazione “Domus Artis”, dall’ Ufficio per l’arte sacra e BB.CC. EE., dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Mario Sturzo” e dall’Ufficio Catechistico Scolastico, la mostra didattica “Sulla via di Damasco” è un’esperienza, oltre che ricreativa e culturale, anche suggestiva e di riflessione personale.

La mostra è aperta tutti i giorni (fino al 15 maggio) e l’ingresso è libero. Orari di apertura e chiusura: Mattina – 9.30/12.30 Pomeriggio – 16.30/20.00 Per informazioni o visite guidate gratuite si possono chiamare i seguenti numeri: 0935/680113 o 0935/685987

Flavio Mela

Curiosità linguistica. Un dialetto tra Lombardia e Sicilia: il Galloitalico



Una cosa curiosa che accade quando si ha a che fare con le culture del centro Sicilia è il dialetto. Per la sua fonetica e per il suo lessico, sembra di visitare popolazioni del Nord Italia o perfino delle regioni della Francia. Nicosia, Sperlinga, Piazza Armerina e Aidone per quanto riguarda Enna, San Fratello e Novara di Sicilia per quel che concerne la zona del messinese posseggono dialetti che si rifanno a quell’insieme di parlate che si basano su caratteristiche, soprattutto fonetiche, di tipo settentrionale, appartenenti cioè alla grande famiglia dei galloitalici, diffusa in gran parte dell'Italia Settentrionale.
Per spiegare la presenza del gallo- italico si deve rileggere la storia normanna di questi luoghi perché è da lì che nasce questa particolare parlata ed è lì che si può trovare una giustificazione logica e razionale. Nel caso di Piazza Armerina, per esempio, completata la conquista di Sicilia nel 1091, Ruggero d’Altavilla dovette affrontare una serie di problemi importanti. Nonostante la vittoria, la popolazione siciliana era decisamente dimezzata e quella presente era per la maggior parte ormai islamizzata e poteva essere nucleo di operazioni di riconquista. Per questo motivo, il sovrano francese provvedette ad affidare alcune borgate e le cariche di responsabilità alla sua gente, composta sì da Normanni ma anche da gente del Settentrione, chiamati Lombardi, la cui parlata possedeva una grande affinità con il francese. Dato ciò, a guerra finita, si passò alla costituzione di vere e proprie colonie, le quali non erano formate da poche persone, tanto da essere presto e facilmente assimilate dagli elementi indigeni o da quelli che provenivano dall’Italia meridionale.
I lombardi erano gente fiera e dotata di spiccata personalità, non solo conservarono il linguaggio, i costumi e le consuetudini possedute nella terra d’origine, ma, sentendo vivo il bisogno di tener alto quel prestigio acquisito nelle battaglie combattute per la conquista, cercarono di attuare unione e solidarietà tra le varie colonie lombarde.
Il fenomeno linguistico di questi paesi ha anche portato all’uso del bilinguismo. Grazie probabilmente alla posizione di relativo isolamento, i paesi in provincia di Enna, insieme a San Fratello, sono quelli che hanno mantenuto più a lungo e in modo più pieno la parlata. Nel tempo i parlanti, consci della loro diversità rispetto al resto siciliani e della difficoltà che questi ultimi avevano nel comprenderli, hanno sviluppato una condizione di bilinguismo con la quale hanno convissuto in modo naturale per secoli. Rispetto a quest'ultima affermazione si deve evidenziare il modo diverso in cui i parlanti dei vari centri si sono posti nei confronti del galloitalico. Ad Aidone e a Piazza Armerina già alla fine dell'Ottocento se ne registrava un uso marginale, ristretto all'ambiente familiare e rurale; aidonesi e piazzesi percepivano il loro linguaggio come arcaico e incomprensibile agli estranei, quei forestieri che li definivano sprezzantemente i francisi. La forma vernacolare, conservata nei documenti scritti, soprattutto composizioni poetiche dell'inizio del Novecento come C. Scibona e R. Roccella, e nell'uso attuale di pochi parlanti, aveva già subìto l'impoverimento morfologico e lessicale a favore del siciliano e mantenuto più a lungo gli esiti fonetici. Ma a salvare la sorte del vernacolo è nuovamente accorso l’orgoglio delle antiche colonie per la propria tradizione. Infatti, piuttosto che aprirsi e cedere, i centri hanno preferito trovare un’altra soluzione ovvero quella del bilinguismo tanto che oggi l'italiano e il siciliano sono seconde lingue da riservare ai forestieri, mentre tra paesani veri e propri e paesani galloitalici si predilige la lingua madre. Il “Veltro” vi consiglia di leggere, per approfondire l’argomento, i seguenti testi (dai quali sono tratti anche i cenni storiografici ed antropologici dell'articolo):
- FONTI G., Grammatica dell’idioma gallo-italico parlato in Piazza Armerina, Caltagirone, Ed-If.
- ROCCELLA R., Vocabolario della lingua parlata in Piazza Armerina, Bologna, Forni editore.
- SCIBONA C., U Cardubu, Milano, Officine Tipografiche Gilardoni.

Flavio

Oltre il Centro Sicilia. Il castello "nero" del golfo di Aci Castello


Se qualcuno riuscisse a giungere nei pressi di Acicastello, paesino non lontano da Catania, in Sicilia, si renderebbe conto di quanto possa essere bella la natura e probabilmente si riscoprirebbe del perché il mare ha ispirato tanti poeti e letterati. Entrando per la prima volta nel comune di Acicastello si resta meravigliati dall’imponenza dei suoi paesaggi marittimi e dalla suggestiva visione del suo castello che domina sulla baia sottostante, costituita da una scogliera di pietra lavica e contornata da un mare limpido e di un azzurro profondo e lucente. La fortificazione, di incerta origine, si erge su un piccolo promontorio di pietra lavica e assume essa stessa un colorito scuro proprio per il materiale lavico usato per la sua costruzione. Ad essa si accede attraverso una scalinata particolarmente irta sul fianco sinistro del piccolo promontorio. Resta ben poco della struttura antica ma quel che si può vedere basta per immaginare quanto doveva essere imponente la struttura.Di questa resta, al centro del castello, una torre quadrangolare, chiamata “ donjon”, che doveva essere il fulcro del maniero. Oltre a ciò, restano: il portale attraverso il quale si accedeva dopo la gradinata e probabilmente rifornita di un ponte levatoio, un cortile, nella prima terrazza, ora sede di un piccolo orto botanico con piante grasse, la zona dove ha sede il museo civico (contenente 3 sezioni: mineralogia, paleontologia ed archeologia) e quella che invece, secondo alcuni, doveva essere una cappella di origine bizantina. Dalla prima terrazza si può anche accedere al piano superiore dove v’è una seconda terrazza e poi un ambiente che porta all’ultimo grado d’altezza del maniera e dal quale si può ammirare tutta il golfo circostante. La storia del castello è molto lunga e già Diodoro Siculo, storico siceliota (greco abitante in Sicilia), pone, intorno al 396 a.C., una battaglia tra Cartaginesi e Siracusani che si sarebbe svolta proprio nella baita di fronte al promontorio di Aci Castello. Ma non solo di questa si parla. Si narra che lo stesso Ottaviano, il futuro Augusto, in quelle acque è stato sconfitto nel 37 a.C. dal traditore Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, rischiando anche la vita. Già presidio romano, chiamato Castrum Jacis, il castello fu riutilizzato, anche per la sua posizione alta e indomita, dai bizantini che, intorno al VII sec. d.C., ne fecero una postazione di difesa contro le scorrerie piratesche. Durante la conquista araba di Sicilia, il castello fu raso al suolo ma poi ricostruito successivamente intorno al 909 dal califfo ‘al-Mooz per essere inserito in un sistema di fortificazione costiera atto a difendere l’abitato di Aci Castello che prese il nome di 'Al-Yâg o Lî-Yâg. Giunti i conquistatori normanni al seguito di Roberto il Guiscardo e Ruggero d’Altavilla, Aci Castello entrò all’interno del sistema feudale e il borgo della costa insieme al suo castello furono concessi all’abate e vescovo di Catania Angerio da S.Eufemia. Durante i Vespri, a cui il borgo parteciperà, Federico III d'Aragona concesse l'«Università di Aci» all'ammiraglio Ruggero di Lauria nel 1297. Passato quest’ultimo dalla parte degli angioini, lo stesso re fece espugnare il castello, affidandolo poco dopo a Blasco II Alagona al quale successe il figlio Arale I. Successivamente, nel 1356, il governatore di Messina, Niccolò Cesareo, in seguito a dissidi con Artale I Alagona, richiese rinforzi a Ludovico d'Angiò, che inviò ben cinque galee angioine a saccheggiare il territorio di Aci, assediando il castello. Artale I Alagona, partito alla riscossa, riuscì a battere il nemico fra la borgata marinara catanese di Ognina ed il Castello di Aci nella battaglia che fu chiamata «Lo scacco di Ognina». Durante la rivolta anti-aragonese Artale II Alagona, insorse contro il re Martino il Giovane, nipote di Pietro IV d'Aragona, asseragliandosi nel castello. Solo dopo un lungo assedio del re il castello fu espugnato. Nel 1398 sempre il re Martino il Giovane farà dichiarare dal Parlamento generale di Siracusa che «...le terre acesi dovevano restare in perpetuo nel regio demanio», probabilmente per evitare che tornasse in mano ai baroni e favorendo così lo sviluppo dei tanti borghi che componevano l'«Università». Nel 1402 il re Martino il Giovane fece del castello la sua dimora insieme alla seconda moglie Bianca di Navarra.
Dal XV secolo al XVI, il castello vedrà la sua proprietà concessa, in merito ad un sistema di infeudamento, a diverse famiglie baronali come i Velasquez, i Platamone, i Moncada, i Requisens e i baroni di Mastrantonio. Infine, nel 1530, ecco che l’imperatore Carlo V concedette il mero et misto imperio ( in cambio di un offerta di 20.000 fiorini) agli abitanti di Aci Castello e ciò gli permise di rientrare nei territori demaniali e di riscattarsi dal potere dei baroni. Dopo un periodo in cui il castello di Aci Castello fu concesso da Filippo IV di Spagna al Duca Giovanni Andrea Massa e dopo essere stato coinvolto nel terremoto della Val di Noto del 1693, il castello tornò in territorio demaniale nel XIX secolo in piena epoca borbonica.
Una storia molto sofferta quella del castello che rende l’atmosfera del luogo decisamente più intensa. Oggi il Castello non è più assediato da navi da guerra ma di molteplici persone che ogni giorno calpestano la sua gradinata e si stupiscono di quanto sia straordinario il posto in cui si erge. Prima meta di ambizioni politiche, adesso il castello "nero" di Aci Castello vive dei sogni e dei sorrisi dei suoi visitatori.

Bibliografia per i cenni storici e gli approfondimenti:

- GUGLIELMINO V., Aci e il suo castello, 1996.
- MILITELLO F., SANTORO R., Castelli di Sicilia: città e fortificazioni, Palermo, Kalòs editore, 2006.
- MUSCARA P., Il castello d'Aci nella leggenda e nella storia, Catania, Tipolito la celere, 1982.

Flavio Mela

La Commenda dei Cavalieri di Malta di Piazza Armerina. Una prestigiosa isola medievale.


Se si vuole far un salto nel tempo e precisamente nel Medioevo delle crociate bisogna andare a Piazza Armerina e precisamente nei pressi della Commenda dei Cavalieri di Malta che in origine doveva collocarsi all’esterno delle mura antiche della cittadina, come una sorta di presidio militare e di ospedale per le genti crociate che dalla Sicilia partivano alla volta di Gerusalemme. Struttura austera e solenne, la Commenda è una delle testimonianze più straordinarie di come anche il centro Sicilia fu coinvolto dagli eventi della Terra Santa. Secondo uno dei principali storici dell’ Ordine di Malta, Marullo di Condojanni, la Commenda di San Giovanni Battista o di Giovanni Caldarera di Piazza Armerina è, insieme alle Case Ospedali di Messina, Siracusa e Lentini, una delle più antiche domus hospitalis di Sicilia. A partire dalla prima metà del XII secolo, in seguito all’ondata di entusiasmo legato ai successi della prima e della seconda crociata, re e dignitari dell’Occidente europeo si prodigarono nel concedere donazioni a favore dell’Ordine militare di San Giovanni di Gerusalemme, appena costituito. La fondazione della casa-ospedale, non ancora commendaria, dei Cavalieri di Malta di Piazza Armerina fu probabilmente voluta, in base all’atmosfera generale e secondo studi d’archivio, dal signore di Butera e di Paternò, il conte Simone Aleramico, cugino di re Ruggero.Una realtà gerosolimitana nel centro siciliano e soprattutto a Piazza Armerina che, considerata città demaniale già al tempo della costituzione dell’ Ordine Ospedaliero, ha visto accogliere nei suoi territori i frati Ospedalieri come portatori della caritas cristiana dell’Ospedale celebrata durante le crociate. Non solo. Tra l’Ospedale e il popolo piazzese si instaurò un forte legame che ha portato a rivolgimenti sociali e storici. Per i primi è da sottolineare l’accettazione di molti nobili della regola gerosolimitana; per i secondi le fonti parlano di una difesa senza se e senza ma da parte dell’Ordine della città come ad esempio la vittoria ottenuta dalla cittadinanza di Piazza sulle truppe angioine nel 1299, durante i Vespri. Unica testimonianza ancora visibile di tutto ciò resta la Commenda di San Giovanni Battista con la sua struttura rigidamente medievale e la sua postazione all’interno dell’ humus di abitazioni di sopraelevata rilevanza. La chiesa si presenta rivolta verso ponente ovvero verso la città che fino al XIII secolo si trovava sul monte di fronte, e che solo in seguito la rinchiuse nelle mura. Abbattuta la struttura della cinta muraria verso la metà del XIX secolo, essa predomina tutta la valletta sottostante, chiamata attualmente Piazza Generale Cascino o botteghelle. Resa solenne dalla luce entrante dalle feritoie lungo le mura perimetrali, la chiesa si presenta ad unica navata con abside. Quest’ultima ha una copertura a volta che, secondo lo storico dell’arte W. Leopold, si rifà, per stile, ai cori della maggior parte delle chiese siciliane di architettura saraceno-normanna ovvero consistenti in una mezza cupola, il cui vertice è innalzato in modo che visto frontalmente appare come un arco ogivale. Sopraelevata, l’abside ha una finestra che si presenta ad arco a tutto sesto nell’esterno e ogivale nell’interno. Infine una copertura lignea a capriate aperte fa da soffitto a tutto il complesso. La costruzione fu rinnovata intorno al 1830, inizialmente doveva possedere anche delle dorature. Sul tetto, perpendicolare al coro, si ergeva un campanile a vela di dubbia datazione.
Attualmente la chiesa, rispetto ai tempi antichi, si presenta decisamente spoglia e disadorna ma studi di ricerca hanno ipotizzato che all’interno dovevano esserci diversi quadri. Sull’altare maggiore per esempio era nel 1620 una tela donata dal Commendatore Giocondo Accarrigi. Il dipinto, commissionato probabilmente a Filippo Paladini, raffigurava la Madonna con Bambino insieme a San Giovanni, San Carlo Borromeo, Santa Caterina da Siena e San Biagio. Nel 1864, una volta sottoposta alla giurisdizione dello Stato, gli agenti del governo requisirono tutti i beni mobili e artistici della Commenda, di cui ben presto non restò alcuna traccia.
Valutato come uno dei beni più entusiasmanti di Piazza Armerina, la chiesa è stata utilizzata come set nel 2007 per alcune scene del “Caravaggio”, film a puntate della Rai e precisamente come sfondo dell’opera della “Deposizione della Croce”, uno dei più grandi capolavori del maestro Michelangelo Merisi.

Bibliografia per i cenni storici e gli approfondimenti:

- BUONO L., PACE GRAVINA G. (a cura di), La Sicilia dei cavalieri - Le istituzioni dell'Ordine di Malta in età moderna (1530 - 1826), Roma, Fondazione Donna-Maria Marullo di Condojanni, 2003.
- LEOPOLD W., Architetture Siciliane del Medioevo, ( trad. italiana di R. Ferrera), in "Osservatorio sulla Città", Piazza Armerina, Tip. Bologna, febbraio 1991, num. 1, PP. 28-29.
- VILLARI L., Storia ecclesiastica della città di Piazza Armerina, Messina, Analecta, 1988.


Flavio