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se per caso ami la cultura e l'avventura e vorresti conoscere una terra magica e misteriosa, come la Sicilia, questo è il tuo blog. "Il Veltro", come un "segugio", ti indica la via per raggiungere luoghi affascinanti e antichi, tradizioni e feste popolari d'altri tempi e una e più storie.

Leggendo, viaggerai.
Buona Lettura.

Flavio R.G. Mela

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Spot. Il Veltro. Il Viaggio continua.



Miti & Leggende. I Miti della Villa Romana del Casale. La Leggenda di Ciparisso.

Nei pressi di Piazza Armerina è internazionalmente conosciuta la famosa Villa Romana del Casale che, ancora in fase di restauro, attende di essere riaperta al pubblico. La Villa Romana del Casale fu costruita tra la fine del sec. III e l'inizio del sec. IV d.C., quindi risale alla fine dell'Impero Romano. A chi sia appartenuta la villa è sempre stato un grande mistero e tutt'oggi è vivo un grande dibattito. Quello che però è certo è la bellezza di questo edificio antico e la meraviglia nasce soprattutto nell'osservar i suoi splendidi pavimenti a mosaico che come un libro accolsero il viaggiatore antico, quanto il turista moderno adesso, con le loro storie e i loro quadri narrativi. La villa romana del Casale è un'enciclopedia del mito. Svariati ne sono raccontati nelle diverse sale e, forse per osservare questo meraviglioso posto con gli occhi dei bambini, saranno riportati nel blog i miti che si narrano all'interno dei mosaici. Quello di cui si parlerà oggi è il mito di Ciparisso di cui il poeta Ovidio narra nel suo X libro. Il mosaico su detto si trova all'interno dell'ambiente detto "triclinio", uno spazio tribsidato adibito probabilmente alle grandi cene o pranzi.
Il mito di Ciparisso è legato essenzialmente al perchè nasce l'usanza di porre cipressi nei cimiteri. Probabilmente la causante è dovuta alla stessa conformità di quest'albero le cui radici scendono verso sottoterra in verticale e non in orizzontale così da non inccare le tombe. Ma agli antichi sarà sicuramente apparso di grande pregio il "silenzio" di questi alberi. I rami verso l'alto e così stretti tra di loro non permettono una facile colonizzazione da parte degli uccelli così che è raro sentire cinguett
are proprio dai cipressi. Così come rende un che di severo ed austero per il suo non produrre frutti e neanche fiori, come un lutto di natura. Il Cipresso, chiamato dai romani "Arbor funeralis", fu quindi preso come simbolo del dolore e dei morti. Ma ad esso si lega la leggenda di Ciparisso, da cui, inevitabilmente, l'albero prese il nome. Buona lettura

Il mito di Ciparisso. Ciparisso era un principe, assai caro al dio del sole Apollo, il quale gli aveva insegnato la musica, il maneggio dell' arco, e gli aveva dato in custodia un animale sacro: un cervo che non aveva pari al mondo. Ciparisso era felice di questo dono e passava l' intero giorno col suo cervo dalle corna d' oro massiccio e, intorno al collo, gli aveva apposto un ricca collana di rubini ed un ornamento di cuoio con fibbie d'argento. Nessuno osava far del male al meraviglioso animale del principe Ciparisso, sacro alle ninfe dei boschi. Un giorno montato in groppa al suo cervo, Ciparisso correva attraverso il bosco. Vedendo notevoli quantità di tortore e altri uccelli, volle fermarsi e, preso arco e frecce, si addentrò, senza il suo cervo lasciato a brucare nel prato, all'interno del bosco. Vide d'improvviso una volpe e la braccò in lungo ed in largo cercando di catturarla. Persa di vista s'incamminò silente e guardingo tra i cespugli e gli alberi. Ad un certo punto vide qualcosa muoversi dietro una siepe, pensava di averla raggiunta, impugnò un dardo e lo scagliò verso la preda. Quella non era la volpe ma il suo cervo dalle corna d'oro. Affranto e dolorante nel cuore, Ciparisso abbracciò il cervo ormai morto e iniziò a piangere senza mai smettere. Apollo ben presto scese dal cielo e si recò dal principe. Questi raccontò tutto al dio e affermò che mai e poi mai poteva più sorridere ma che le lacrime sarebbero state versate da lui per consolazione al suo dolore ed in rispetto del suo cervo. Così fu per molto tempo ancora. Ciparisso non toccò cibo, acqua, niente di niente ma solo vagava, piangendo per le campagne ed il bosco. Mosso a compassione, il dio Apollo discese nuovamente e chiese al giovane cosa poteva fare per lui, cosa poteva fare per alleviare quel dolore tanto forte. Il principe guardò Apollo e rivelò il suo desiderio: essere immortale per poter piangere in eterno il suo caro cervo. La divinità non poter far a meno di acconsentire a quella richiesta. Toccò la fronte al giovane e lo fece alzare, avvolgendolo nel suo manto verde. Ciparisso, sentì freddo, pianse ancora e guardò il cielo. Ben presto fu coperto da un manto di foglie tanto scure e verdi e i suoi piedi affondarono rigidi nel terreno mentre il corpo divenifa un rugoso e vigoroso tronco. Così, trasformato in cipresso, il giovane Ciparisso potè per sempre piangere il suo defunto amico in eterno.
Flavio Mela

Storia. Antica Cerealicoltura nelle terre di Enna

Il centro Sicilia ha da sempre mantenuto la sua sussistenza solo ed esclusivamente sulla terra e la sua coltivazione. Terra fertile e ricca di pianure e basse colline, fu meta di popolazioni antichissime che fecero di questi luoghi il posto dove vivere stabilmente e, soprattutto, vivere con la consapevolezza di poter sfruttare le terre per la propria sussistenza. Siculi e Sicani, gente indigena di Sicilia, è probabile che abitassero in centri sulle alture e ne discendessero di giorno per coltivare campi lontani. I Siculi erano buoni agricoltori, conoscevano la pastorizia stabulata, e traevano gran rendimento dal frumento, ritenuto da tutta l’antichità come indigeno dell’isola. Infatti, come nell’Italia protostorica, base delle colture, e quindi dell’alimentazione, dovevano essere orzo e frumenti nudi (grano tenero e duro), cereali di complessa coltivazione ma di buona resa, facili da trebbiare e da conservare alla latitudine della Sicilia.Spostandosi qualche tempo dopo ecco sopraggiungere in Sicilia i coloni fenici e greci che vennero quasi contemporaneamente sulle coste dell’isola. Questi apportarono, assieme a nuove piante, altre forme di coltivazione e poi anche di gestione fondiaria. E’ probabile che fossero i cartaginesi ad introdurre la piantagione a schiavi, diffusasi soprattutto e successivamente nel periodo ellenistico. Per quanto riguarda i greci, e nello specifico, per quanto riguarda le zone interne della Sicilia, dove l’influenza greca si ebbe gradualmente, in età arcaica le modalità di occupazione del territorio da parte dei coloni comportano alcune modifiche nello sfruttamento agricolo dei terreni. Note sono infatti le chorai coloniali (territorio di Gela) e le fattorie che erano sia residenze che unità produttive, probabilmente il frutto di nuove colture come quelle arboree o di vigneti, che necessitavano della presenza stabile del coltivatore, al contrario di quelle cerealicole, per le quali sono sufficienti lavori di scadenza stagionale, che quindi permettono al contadino di risiedere nei villaggi. Nonostante ciò, si mantenne nei territori dell'ennese, una economia cerealicola. A confermare questa tesi, nelle aree interne nel corso del VI sec. si scoprono tracce relative all’introduzione di strumenti in ferro, sia per la mietitura come falcetti in ferro, sia per l’aratura. Il vomere di aratro in ferro, introdotto dai coloni greci, permette un’estensione delle colture anche su terre piuttosto dure, tipiche dei paesi assolati. Dai dati archeologici, si evince come l’aratro, in questi territori, diventa una attività lavorativa tanto specializzata da essere degna di connotare un individuo anche nella deposizione funeraria. Accanto alla cerealicoltura, prende vita anche un'altra realtà rurale ovvero quella relativa all’olio, anche se ancora basata sulla coltivazione di piante selvatiche per uso domestico. E a questo proposito, significative sono le macine di basaltica ritrovate dagli scavi archeologici come a testimoniare un certo progresso in tecnologia rurale già a partire dall’età arcaica ( VIII – VII secolo ).
Flavio Mela

Oltre il centro Sicilia. Miti & Leggende. Una storia tra i Faraglioni di Trezza: Aci e Galatea.

Nel litorale costiero di Catania, nella zona di Aci Trezza e Aci Castello, sono ben conosciuti i faraglioni, grandissimi scogli a forma di torre che emergono dal mare, che, secondo la leggenda, furono scagliati, così come racconta l'Odissea, da Polifemo, il ciclope ed ormai accecato da Ulisse, verso la nave in fuga del re di Itaca. Di estrema bellezza naturalistica, questi faraglioni sono gemme che, per secoli, hanno fatto meravigliare gli uomini che hanno avuto la fortuna di visitarli.
V'è un'altra leggenda che spiega la presenza di questi enormi scogli ed, in qualche modo, si ritrova sempre la presenza del gigate da un occhio: Polifemo. Questa è la leggenda di Aci e Galatea che la si propone di seguito nelle parole usate dallo stesso poeta romano Ovidio nelle sue "Metamorfosi" al XIII libro. La leggenda narra di Aci, un pastorello, che si innamora di Galatea, una ninfa marina, di cui si invaghì il gigante Polifemo. Non potendola ottenere e disprezzando Aci rigettò sulla coppia, mentre erano sulla spiaggia, dei grossi massi (i faraglioni) il più grande dei quali (l'attuale Isola Lachea) colpì Aci. Il pastorello, per compassione degli dei, fu trasformato in un fiume, che si presume essere adesso una sorgente sotterranea, ma che nei secoli passati doveva "irrigare" con il suo letto tutta la zona circostante a Catania dando così il prefisso "Aci" a tutti i paeselli (Aci Sant'Antonio, Aci castello, Aci San Filippo...). Aci, una volta fiume, potè dunque ricongiungersi con l'amata sua ninfa. Stupendo ed antico racconto, il mito di Aci e Galatea vive in eterno tra le onde del golfo di Catania e quel mare che, secondo la leggenda, la ninfa Galatea doveva rendere piatto e splendido per i naviganti che avevano attraversato Scilla e Cariddi (le due mostruose bestie che si trovavano nello stretto di Messina ) così da portare conforto all'anima degli stessi, atterriti e sofferenti. Di seguito, come detto, il racconto poetico dello stesso Ovidio.

«Aci era figlio di Fauno e di una ninfa nata in riva al Simeto: delizia grande di suo padre e di sua madre, ma ancor più grande per me; l'unico che a sé mi abbia legata. Bello, aveva appena compiuto sedici anni e un'ombra di peluria gli ombreggiava le tenere guance. Senza fine io spasimavo per lui, il Ciclope per me. Se tu mi chiedessi cosa prevaleva in me, l'odio per il Ciclope o l'amore per Aci, non saprei rispondere: non c'era differenza. Oh, quanto è il potere del tuo dominio, divina Venere! Quell'essere crudele, ripugnante persino alle selve, che solo a rischio della propria vita può un estraneo avvicinare, che spregia l'Olimpo e i suoi numi, ecco che prova cosa sia l'amore e, preso da violenta smania, brucia, dimenticandosi delle sue greggi e delle sue caverne. E ti preoccupi del tuo aspetto, di piacere, Polifemo, di pettinarti i ruvidi capelli; pensi che sia giusto tagliarti l'ispida barba con un falcetto e specchiare nell'acqua il viso per studiare un'aria meno truce. Il gusto della strage, la ferocia e la sete immensa di sangue svaniscono; le navi vanno e vengono sicure. Un giorno Tèlemo, sospinto fin sotto l'Etna in Sicilia, Tèlemo, figlio di Èurimo, che mai fallì un presagio, va dal terribile Polifemo e gli dice: "Quest'unico occhio che porti in mezzo alla fronte, te lo caverà Ulisse". Lui ride. "O stupidissimo indovino, ti sbagli" risponde, "un'altra creatura mi ha già accecato". Così disprezza chi invano lo avverte svelandogli la verità, e a passi enormi camminando preme la spiaggia o torna, quando è stanco, nel suo antro buio. C'è un colle che si protende nel mare come un cuneo aguzzo; su entrambi i suoi lunghi lati s'infrangono le onde marine. Il feroce Ciclope vi sale e s'adagia sulla cima; pur lasciato a sé stesso, lo segue un gregge di pecore. Quando ai propri piedi ebbe posato il pino che gli serviva da bastone, un pino che avrebbe ben potuto reggere pennoni, prese una zampogna composta da un centinaio di canne, e tutti i monti allora risonarono di note pastorali, ne risonò persino il mare. Io nascosta dietro una rupe, rannicchiata sul seno del mio Aci, colsi di lontano il suo canto, di cui ricordo ancora le parole: "O Galatea, più candida di un candido petalo di ligustro, più in fiore di un prato, più slanciata di un ontano svettante, più splendente del cristallo, più gaia di un capretto appena nato, più liscia di conchiglie levigate dal flusso del mare, più gradevole del sole in inverno, dell'ombra d'estate, più amabile dei frutti, più attraente di un platano eccelso, più luminosa del ghiaccio, più dolce dell'uva matura, più morbida di una piuma di cigno e del latte cagliato, e, se tu non fuggissi, più bella di un orto irriguo; ma ancora, Galatea, più impetuosa di un giovenco selvaggio, più dura di una vecchia quercia, più infida dell'onda, più sgusciante dei virgulti del salice e della vitalba, più insensibile di questi scogli, più violenta di un fiume, più superba del pavone che si gonfia, più furiosa del fuoco, più aspra delle spine, più ringhiosa dell'orsa che allatta, più sorda dei marosi, più spietata di un serpente calpestato, e, cosa che più d'ogni altra vorrei poterti togliere, più veloce, quando fuggi, non solo del cervo incalzato dall'urlo dei latrati, ma del vento che soffia impetuoso! Ma, se mi conoscessi meglio, ti pentiresti d'esser fuggita e, cercando di trattenermi, condanneresti il tempo perduto. Posseggo una grotta, in una parte del monte, con la volta di roccia viva, dove non si soffre il sole in piena estate o il gelo d'inverno. Ho alberi carichi di frutta e, sui lunghi tralci del vigneto, un'uva che sembra d'oro, e un'altra color porpora: per te le serbo entrambe. Con le tue mani potrai cogliere succose fragole, nate all'ombra dei boschi, corniole in autunno e prugne, non solo quelle violacee dal succo scuro, ma quelle pregiate che sembrano di cera fresca. Se mi sposerai, non ti mancheranno le castagne, i frutti del corbezzolo: ogni pianta sarà al tuo servizio. Tutto questo bestiame è mio; molto altro vaga per le valli, molto si nasconde nel bosco e molto ancora è chiuso nelle grotte. Se tu me lo chiedessi, non saprei dirtene il numero. Solo i poveri contano le bestie. Sulla loro qualità non pretendo che tu mi creda: vieni sul posto e vedrai da te come a stento stringano tra le zampe poppe così gonfie. E aggiungi i piccoli appena nati, agnelli in tiepidi ovili, capretti della stessa età in altri ovili. Da me non manca mai il niveo latte: parte è destinato al bere, parte si fa rapprendere sciogliendovi il caglio. E i regali che riceverai non saranno i soliti fatui trastulli, come cerbiatti, lepri o capretti, una coppia di colombi o un nido tolto dalla cima di un albero. In vetta alla montagna, perché possano con te giocare, ho scovato due cuccioli d'orsa villosa, così simili fra loro, che a stento sarai in grado di distinguerli; li ho scovati e ho pensato: 'Questi li terrò per la mia donna'. Avanti, solleva il tuo bel capo dal mare azzurro, avanti, vieni, Galatea, e non spregiare i miei regali. Io mi conosco, sai, poco fa in uno specchio d'acqua mi son visto riflesso e ciò che ho visto del mio aspetto mi ha soddisfatto. Osserva quanto son grande: neppure Giove in cielo ha un corpo grande come il mio (voi parlate sempre che lì regna un non so quale Giove). Una chioma foltissima mi spiove sul volto truce e mi vela d'ombra le spalle, come un bosco. E non credere brutto che il mio corpo irto sia tutto di fittissime e dure setole; brutto è l'albero senza fronde, brutto il cavallo senza criniera che gli ammanti il biondo collo; piume ricoprono gli uccelli, beltà delle pecore è la lana: agli uomini si addicono la barba e il pelo ispido sul corpo. Ho un occhio solo in mezzo alla fronte, ma a un grande scudo lui assomiglia. E poi? Dall'alto del cielo il Sole non vede tutto l'universo? Eppure anche lui ha un occhio solo. Aggiungi che mio padre è il re del vostro mare: io te l'offro come suocero. Abbi solo un po' di pietà e ascolta, ti supplico, le mie preghiere: a te sola mi sono prosternato. Io che disprezzo Giove, il cielo e il fulmine che tutto penetra, temo solo te, Nereide: peggiore del fulmine è l'ira tua. Ma persino il tuo disprezzo potrei io sopportare, se rifiutassi tutti. Perché invece respingi il Ciclope e ami Aci? Perché ai miei amplessi preferisci i suoi? Che lui si compiaccia pure di sé stesso e, cosa che non vorrei, piaccia anche a te, Galatea; ma se capita l'occasione, sentirà come corrisponde a questo corpo immenso la mia forza. Lo squarterò vivo e per i campi, sopra le acque in cui vivi a brandelli scaglierò le sue membra: e s'unisca a te se gli riesce! Brucio, brucio, e la mia passione offesa più indomabile divampa, mi sembra che con tutte le sue forze l'Etna mi sia entrato in petto: ma tu, Galatea, non ti commuovi!" Dopo questi vani lamenti (nulla mi sfuggiva) si alzò e, come il toro furibondo per il ratto della compagna non può star fermo, si mise a vagare per boschi e forre a lui noti. Così quell'essere feroce, senza che ce l'aspettassimo, ci sorprese ignari, me ed Aci, e urlò: "Vi ho colto: questo, state certi, sarà l'ultimo vostro convegno d'amore!". E la sua voce fu così assordante, come è giusto che l'avesse un Ciclope infuriato: un urlo che terrorizzò persino l'Etna. Io sgomenta mi tuffo sott'acqua, nel mare lì vicino; il nipote del Simeto, voltate le spalle, fuggiva gridando: "Aiutami, Galatea, ti prego; aiutatemi, aiutatemi, genitori miei, ma se mancassi, accoglietemi nel vostro regno!". Il Ciclope l'insegue e, staccato un pezzo di monte, glielo scaglia contro: benché soltanto lo spigolo esterno del masso lo colpisca, Aci ne viene del tutto travolto. Noi, unica cosa che permetteva il destino, facemmo in modo che in Aci riaffiorasse la natura avita. Ai piedi del masso colava un sangue rosso cupo: non passa molto tempo che il rosso comincia a impallidire, prima assume il colore di un fiume reso torbido dalla pioggia, poi lentamente si depura. Infine il macigno si fende e dalle fessure spuntano canne fresche ed alte, mentre la bocca apertasi nel masso risuona d'acqua a zampilli. È un prodigio: all'improvviso ne uscì sino alla vita un giovane con due corna nuovissime inghirlandate di canne, che, se non fosse stato così grande e col volto ceruleo, Aci sarebbe stato. Ma anche così era Aci mutato in fiume, un fiume che conservò il suo antico nome».
Flavio Mela

Eventi & Mostre. Il Centro Espositivo "Monte Prestami" di Piazza Amerina.

Venerdì 12 giugno è stato istituito presso il centro storico di Piazza Armerina, lungo la via Cavour, il centro espositivo "Monte Prestami". Anticamente il Monte di Prestami era un banco dei pegni fondato nel 1771 da Michele Chiello, chierico e grande benefattore della città, con lo scopo di prestare denaro ai piccoli artigiani, ad operai, braccianti e cittadini indigenti a bassissimo tasso di interesse e per lunghi periodi. Con propria ed autonoma amministrazione, il centro di credito fu attivo fino al XX secolo.
Dopo un non lungo periodo di disuso, l'edificio, proprio sul fianco del Palazzo di Città, sede degli attuali consigli comunali, è tornato al pubblico sotto una diversa e più innovativa veste: un dinamico centro per mostre ed esposizioni.Nata dalla collaborazione tra il Comune di Piazza Armerina e la società consortile Rocca di Cerere, nell’ambito del programma PSL Leader + ed eseguito su progetto dell’Ufficio tecnico del Comune di Piazza, la struttura ha lo scopo esclusivo di accogliere esposizioni sull'artigianato artistico, tipico e tradizionale o sui prodotti della filiera agroalimentare cosicchè venga riqualificato il settore delle produzioni tipiche e della cultura dei territori del Centro Sicilia con una rivalutazione di ambienti antichi come il Monte Prestami che rappresenterà un punto di snodo importante per la trasmissione culturale locale ai flussi turistici della città.
Attualmente è in esposizione la mostra fotografica "Le attività artigiane tradizionali nella terra di Demetra" a cura dell'etnoantropologo e giornalista Claudio Paterna.
Sarà possibile visitare il centro espositivo Monte Prestami nei seguenti orari: da lunedì a domenica ore 10.00 - ore 13.00 e ore 16.30 - 19.30 giorno di chiusura: giovedì Per informazioni rivolgersi al numero 0935 982111 o visitare il sito: www.piazzaexpo.org o mandare un e-mail all'indirizzo piazzaexpo@comunepiazzaarmerina.it
Flavio Mela

Storia. Scienza Rurale e Latifondo ecclesiastico nella Piazza Armerina Seicentesca

La città di Piazza ebbe nel 1600 una Casa Professa della Compagnia di Gesù che venne mutata nel 1616 in Collegio di Studi “per l’estrema necessità che aveva d’istruire i figlioli nella dottrina e costumi”. Successivamente volle che i corsi umanistici del suo collegio fossero completati con i corsi filosofico e teologico, ottenendo a tale scopo un Seminario o Università degli Studi che nel 1692 ebbe la potestà “ a dar grado conforme i privilegi della Compagnia”. Un centro di immenso valore culturale tramandato fino ai giorni attuali. Infatti quella Casa Professa, successivamente Università degli Studi, è la sede dell’attuale Biblioteca Comunale “Alceste e Remigio Roccella” di Piazza Armerina. All’interno dell’archivio storico della stessa è possibile testi antichi sulla tecnica rurale e sull’agricoltura e su come applicarla ai territori.La presenza di questi testi, per la maggior parte di autori non della città di Piazza Armerina, di sicuro è interessante proprio per il motivo per il quale si possano trovare in un istituto ecclesiastico del 600’ in pieno Centro Sicilia. Il territorio di Piazza Armerina, come i vari territori della Sicilia, subisce, a causa del latifondo, una significativa, e ancor oggi vivida, arretratezza in termini di scientificità e tecnologia nell’agronomia e quindi nel sfruttare al meglio i territori di produzione. E’ anche però risaputa e ben conosciuta la gestione del latifondo ecclesiastico, di sicuro ricco di un migliore trattamento dei contadini e di un avanzato sistema di conoscenze scientifiche che potevano garantire una grande produzione ed un maggiore in termini di qualità sfruttamento dei territori in possesso della Chiesa, rispetto ai latifondi baronali dove la vita umana dei contadini valeva meno di un bene materiale. La proprietà fondiaria della Chiesa, principale fattore della sua forza materiale, era gestita più umanamente ed in forme più elevate di rendimento terriero. La fonte classica sulla storia del latifondo ecclesiastico in Sicilia sono le lettere di Gregorio Magno. La massa che raggruppava più fondi ecclesiastici ed aveva alla testa un rector, costituiva un complesso amministrativo più che una vera unità aziendale, gestita con il sistema delle Corti, a base di lavoro di schiavi, di cui ne restavano veramente pochi. Vi erano sempre grandi affittanze ad imprenditori agrari ma la Chiesa incoraggiava soprattutto il sistema degli affitti ed enfiteusi a coloni, personalmente liberi, che disponevano di una parte della loro forza lavoro e pagavano la protezione della Chiesa con tributi, per lo più in natura e con servizi personali e reali. In posizione intermedia fra i dirigenti del patrimonio ed i coloni stavano i conductores in situazioni non molto elevate, per lo più ecclesiastici spesso schiavi sottomessi, pagati con una prebenda ovvero con un pezzo di terra più grande, lavorato da essi con qualche forza sussidiaria ed assegnata per lo più per trenta anni con un modesto censo in denaro.
Da quando la Chiesa ebbe in Sicilia latifondi, si guarda a quelli come un’isola di modernità. Una modernità che nel 600’ si arricchisce di elementi e di culture altre rispetto a quella siciliane. Due libri antichi fanno giusto pensare a questo. Uno il testo del cittadino bresciano Agostino Gallo con il testo, del 1564, Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa, mentre il secondo è il testo di Pietro Crescenzi, bolognese, con il testo, del 1536, de' Opera di agricoltura: Ne la qual si contiene a che modi si debbe coltiuar la terra, seminare inserire li alberi, gouernar gli giardini e gli horti, la proprieta de tutti i frutti. Due testi fondamentali ed interessanti conseguenza di una nascita in scienza di agronomia che trova spazio anche nel profondo cuore della Sicilia, là dove si è spesso additata una storica arretratezza. I Gesuiti di Piazza Armerina hanno insomma raccolto nella loro biblioteca testi di agronomia importanti soprattutto per i fruttuosi e feritili territori che possedevano. Proprio nella vallata, al di sotto delle strutture del convento della Compagnia, corrispondente all’attuale quartiere storico Canali, si estendevano alcuni possedimenti rurali. Possedimenti che garantivano all’ordine grande reddito e grandi risorse da poter sfruttare per i fondi della loro casa conventuale.
Bibliografia di riferimento e per approfondire.
- ALFOLSI T. ET AL., Pier de Crescenzi, 1233-1321. Studi e documenti, Cappelli, Bologna 1933.
- LORENZONI G., Trasformazione e colonizzazione del latifondo siciliano, Firenze, C. Cya, 1940
.
- VERGA M., La Sicilia dei grani : gestione dei feudi e cultura economica fra Sei e Settecento, Firenze, L. S. Olschki, 1993.
Flavio Mela

Gastronomia. La "granita": una storia tutta da gustare.

Siamo in estate e, come si sa, in Sicilia è tempo di combattere il caldo. Uno dei metodi più efficaci, ma soprattutto piacevoli è quello di gustarsi un'ottima granita o un gelato. Ma non molti sanno da dove deriva questo alimento, considerato la punta di diamante dell'arte pasticciera siciliana. Antenato di entrambi è ritenuto il sorbetto. Questo è sicuramente un prodotto inventato dagli Arabi che, all’epoca, lo chiamavano sherbet e non era altro che una bevanda leggermente gelata a base di acqua, frutta e dolcificanti. Gli Arabi la usavano soprattutto contro l'arsura delle loro regioni desertiche. Durante la dominazione saracena in Sicilia, prima dell’anno mille, gli Arabi impararono ad usare la neve dell'Etna mista a sale marino come eutettico per mantenere bassa la temperatura del sorbetto durante la sua lavorazione e per aumentare il potere refrigerante.Verso la fine del ‘600, un abitante di Aci Trezza cercò di adoperarsi nel migliorare la ricetta araba, creando una sorta di speciale pozzetto da cui sarebbe riuscito ad ottenere il gelato. Secondo la tradizione, nel 1660, fu proprio il nipote di questo cittadino di Trezza, di nome Francesco Procope De Coltelli ad aver esportato la tecnica per la creazione di gelati e granite al di là delle Alpi, direttamente a Parigi con una perfezionata ricetta che voleva al posto del miele, usato dagli Arabi, lo zucchero ed il sale mescolato al ghiaccio nelle giuste proporzioni per aumentarne la durata. Non fu un’impresa facile ma alla fine Procopio riuscì finalmente ad aprire un caffè-gelateria a Parigi intorno al 1660, ottenendo persino il benestare del Re Sole, Luigi XIV che, dopo averlo ricevuto alla corte di Versailles, gli riconobbe le lettere patenti, una sorta di concessione esclusiva per produrre le cosiddette acque gelate, cioè la granita e per i gelati. Divenuto, nel corso degli anni, molto famoso nel 1686 dovette aprire un nuovo locale, più grande, alla rue de l’Ancienne Comedìe Francaise, prendendo il nome di Cafè Procope, dal proprietario trezzota che, ormai francese di adozione, prese il nome di Francois Procope De Conteaux. Il Cafè Procope, ancora esistente e visitabile nel quartiere latino di Parigi, nel corso dei secoli ebbe illustri clienti come Voltaire, Rosseau o Diderot, durante il periodo degli illuministi, o Roberspierre, Danton, Marat e Saintjust, durante la rivoluzione francese. Tra i clienti vi fu pure Napoleone.
Insomma, il siciliano Procopio sfidò l'Europa con in mano una granita e riuscì a conquistarla con grande orgoglio della propria cittadina, Aci Trezza.
Flavio Mela

Oltre il Centro Sicilia. Musei & Parchi. La Casa-Museo di Antonino Uccello di Palazzolo Acreide

Nei pressi di Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, un uomo di nome Antonino Uccello, intorno al 1971, inaugura una Casa Museo all'interno di una palazzo nobiliare del '700 (Palazzo Ferla) nel quale allestisce una mostra di tutte le sue collezioni fatte, essenzialmente, di materiale di derivazione popolare, siano essi pezzi di carretti scolpiti o pregiati tessuti ricamati a mano. E' solo l'apice di una storia di grande spessore, la vita di Antonino Uccello. Grande studioso di demologia e musicologia, Uccello, originariamente, condusse una campagna di "pubblicità" alla cultura di Sicilia attraverso mostre allestite con materiale di origine popolare e tradizionale in Lombardia dove, dopo la guerra, fu costretto ad emigrare per lavoro. La sua devozione alla cultura non potè non rendersi conto del rischio che la tradizione siciliana stava correndo. L'emigrazione, infatti, verso le terre del Nord da parte di cittadini dell'Isola non faceva altro che assestare duri colpi alla memoria folclorica di interi paesini e di piccole grandi culture. La sua raccolta di materiale anche audio di canti popolari e di svariato materiale non potè che avere, secondo questa premessa, un valore che notevole e sostanziale. In un certo senso, grazie a lui, la cultura popolare siciliana fu salva.
Abbandonato il nord, Uccello si stabilizzò a Palazzolo Acreide dove, per l'appunto, creò quella che oggi è chiamata Casa-Museo. Ai suoi tempi, come oggi, la Casa-Museo è un grande viaggio negli usi e costumi del popolo di Sicilia e non mancano, così come aveva pensato il fondatore, eventi all'interno dei quali gli ambienti della casa rivivono delle loro originarie funzioni, grazie a gente di Palazzolo Acreide ancora sapiente in alcune arti come il lavorare con il telaio tradizionale o la lavorazione del pane. Per il resto la Casa-Museo è ricchissima di materiali di svariato genere come stoviglie di legno, vasi di ceramica, attrezzi legati al mondo contadino e pastorale, oggetti, custodini nell'ambiente superiore ovvero l'antica zona padronale, legati alla cultura cittadina di Palazzolo Acreide come cere votive e devozionali, culle. Particolare attenzione anche, nel piano inferiore, alle sale mantenute secondo lo schema antico anche nella loro disposizione casalinga come la camera da letto con la sua "naca" (culla a dondolo) o "u iazzu" dove i contadini tenevano il grano, oppure come la sala del forno o la sala del frantoio, accuratamente conservata.
Infine ed in generale, la Casa-Museo offre veramente una vasta e curiosa raccolta di oggetti alcuni legati al mondo dei bambini come giocattoli che hanno veramente dell'antico addosso oppure legati al mondo dei fantastici "pupari" come scenografie dei loro spettacoli o i loro stessi "pupi Siciliani".
Da vedere ed ass
aporare, la Casa-Museo di Antonino Uccello è un' "oasi" di grande pregio culturale inserito in una ridente cittadina, Palazzolo Acreide, che fa meravigliare il visitatore della sua stupenda piazza ma anche dei dolci tipici della tradizione della Sicilia Orientale.
Per informazioni sulla visita o per approfondimenti riguardo la Casa-Museo Antonino Uccello di Palazzolo Acreide è possibile visitare il sito http://www.regione.sicilia.it/beniculturali/casamuseouccello/default.asp
o telefonare al numero
tel. +39 0931 881 499.
Flavio Mela

Archeologia. Sulla collina di Sabucina.

Nei pressi della città di Caltanissetta, si trova uno degli insediamenti greco-siculo più interessante del centro Sicilia: Sabucina. Il sito ha locazione su un pendio collinare ed è disposto a terrazze, assumendo una posizione strategica sul fiume Salso.Insediamento abitato dal Bronzo recente (XIII-XII sec.) fino all'età classica, Sabucina presenta diverse tipologie di abitazioni. All' età del Bronzo tardo (XIII-XI secolo) appartengono almeno quindici capanne a pianta circolare con diametri da 3,5 a 7 metri e costruite con pietrame a secco con copertura straminea.Ad esse si legano, non sempre, dei piccoli annessi di pianta semicircolare o rettangolare. Dello stesso periodo sono anche alcune capanne, nei limiti estremi del villaggio, destinate ad attività artigianali, che dovevano avere una posizione sicuramente marginale rispetto alle aree abitative.Nell'insedimento capannicolo del Bronzo recente il ritrovamento di corna di bovini, arieti e cervidi (cella A dell'ipogeo 1/83, nei pressi capanna 16) ha fatto supporre agli studiosi che lì sono state svolte delle pratiche cultuali agro-pastorali di carattere domestico. Ma non è certo poichè lo stesso ritrovamento potrebbe essere legato ad una sorta di piccolo scarico di ossa di animali.
Abitazioni più recenti, legate al X-IX secolo a.C., hanno una pianta rettangolare bipartita. Interessante tra queste abitazioni la presenza di tombe ipogeiche, sicuramente non coeve al periodo delle case, e riutilizzate durante l'età arcaica. Ancora più recente, ovvero VIII-metà VI sec., è un edificio (D) di probabile destinazione cultuale, con bassa banchina intonacata fornita di due fossette circolari, una delle quali doveva avere uso rituale.
Durante la colonizzazione greca, Sabucina mantiene, come villaggio, una pianta irregolare e,
durante il VI secolo, esso si restringe nella parte sommotale della collina e viene circondato da una cinta muraria. Di quest'ultima, nell'età arcaica fornita da torri semicircolari, restano delle strutture inglobate in un torrione situato all'estremità orientale della fortificazione della seconda metà del V secolo, con torri rettangolari. La distribuzione urbanistica all'interno comprende una strada principale est-ovest, dalla quale si dipartono due vie più piccole e irregolari, convergenti in uno spazio aperto identificato come area pubblica. Un dato importante di influenza greca sono le case che iniziano, alla metà del VI secolo, a divernire ambienti rettangolari che si sviluppano attorno a cortili lastricati forniti di canalette di scolo e cisterne. Naturalmente sia le fortificazioni che il maneggiamento nell'urbanistica del villaggio, presuppongono un interessamento greco attirato soprattutto dalla posizione strategica del sito. A questo si associa anche l'utilizzazione, dal VII al VI secolo, di tre capanne a pianta circolare disposte sul pendio meridionale, di probabile utilizzo sacrale, dove sono state ritrovate statuine, legate al mondo pastorale, e resti di sacrifici animali, come le ossa di maiale che legherebbero l'area sacra a culti di tipo ctonio. Di grande importanza è il cosìddetto Sacello di Sabucina. Esso è un modello di sacello (dal latino sacellum che vuol dire recinto sacro) con cella rettangolare e pronao in antis, rinvenuto insieme ad altri vasi di produzione locale ed attici a figure nere. La decorazione inoltre con figure di cavalieri sul tetto simili ai gruppi acroteriali equestri di Gela e Camarina.
Infine, per tornare alla storia de
ll'insediamento, distrutta intorno alla metà del V sec., Sabucina venne ricostruita un secolo dopo dal condottiero greco Timoleonte e poi abbandonata dopo il 310 a.C., quando la popolazione occupò la zona pianeggiante ai piedi della collina.
Tutti i reperti ar
cheologici ritrovati a Sabucina sono custoditi nello straordinario Museo di Caltanissetta in contrada Santo Spirito. Di seguito si riportano tutte le informazioni per visitarlo e per informarsi circa le visite presso il sito archeologico:
Tel. : 0934 567062 - fax 0934 567086
Orari ingresso : Tutti i giorni 9,00-13,00 e 15,30-19,00, ultimo Lunedì del mese chiuso.
Inoltre per approfondire la vostra conoscenza sui siti e sulla cultura di origine sicana o sicula è consigliato il testo di " ALBANESE PROCELLI R.M., Sicani, Siculi, Elimi: forme di identità, modi di contatto e processi di trasformazione, Milano, Longanesi & C., 2003. "
Flavio Mela



Esclusivo. La "Caterva": la dorata cripta di Pietraperzia

Costruita nel '300, la chiesa madre di Pietraperzia fu abbattuta una prima volta, nel '500, dal marchese Matteo Barresi per costruirvi sulla stessa area una nuova chiesa. Quest'ultima, pericolante, fu ulteriormente abbattuta nel 1799 e ricostruita su progetto dell'architetto Trombetta di Caltanissetta. Della chiesa medievale resta veramente poco e solo qualche capitello o arco all'interno delle mura interne ricorda il passato originario dell'edificio. Al di sotto della chiesa madre vi è la chiesa detta Caterva che dovette essere la cripta della chiesa cinquecentesca. Fodamenta dell'attuale chiesa madre di Pietraperzia, la "Caterva" è una surreale "nicchia di ieratico silenzio", originariamente chiamata "chiesa delle Anime Sante". Il tetto basso e la dolcezza delle forme della pianta abbracciano la preghiera dei fedeli che possono ritrovare in essa il raccoglimento necessario. Intorno foglie e rami di stucco dorato si snodano per tutte le pareti fin alla volta creando una "selva" di intrecci e ricamati disegni e dai quali fuoriescono creature umane che sospendono la loro attenzione sull'asse della Trinità che si manifesta davanti a loro. Il Padre, la cui immagine è dipinta sulla volta, guarda dall'alto e la sua voce sembra condotta da quella colomba (lo Spirito Santo), dipinto anch'esso, che, come una corona, si adagia al di sopra del capo del Figlio crocefisso. Qui la caratteristica principale della chiesa della Caterva: un Crocifisso in legno, incassato tra gli stucchi dorati. Nonostante i rimaneggiamenti dell'opera nei secoli non hanno permesso di chiarire l'origine della croce di legno, una quotata teoria lo inserirebbe all'interno del linguaggio figurativo di Coppo di Marcovaldo, come dimostra la tipologia del perizoma annodato nella parte anteriore che fu pressoché contemporaneamente introdotta in Toscana nel XIII secolo, a Pisa da Giunta ed a Lucca dai Berlinghieri.
La croce ha come oggetto Gesù Cristo con la testa lievemente reclinata sulla spalla destra e incorniciata in un insieme di ciocche distinte tra di loro. Il corpo, limitato dal perimetro verticale della struttura lignea, tende a piegarsi innaturalmenteverso sinistra giungendo all’accavallamento delle gambe, con la destra che sopravanza la sinistra sino al piano di affioramento. I fianchi del Cristo sono stretti da un perizoma, rigidamente verticale ed a nodo centrale,a cui fu aggiunto un nodo d’argento inserito lateralmente rispetto al precedente.
Il 7 febbraio 1992 la croce dipinta della Caterva venne rubata ed abbandonata, nonchè ritrovata, vicino ad un cassonetto dei rifiuti nel quartiere Terruccia.
Nella chiesa sono ulteriormente conservate anche le reliquie di San Felice.
Duante il periodo di maggio, nella chiesa della Caterva, è possibile assistere alle litanie del rosario nella parlata tradizionale di Pietraperzia. Di seguito si riporta la tipica preghiera.

Mistero

Miu Crucifissu, Amuri,chinu di tanti affanninun sacciu si mi dannu
oppuri mi salverò.
Ppi la vostra testa cu spini e dulura,
Gesù mio, cori infinitu,
cumu Patri Redenturi
mi darai l'eterna vita.
Caru Gesuzzu miu,
ppi lu vostru custatu,
renniri vogliu a Vui l'urtimu xiatu.

1 Coro
O Santissimu Crucifissu
li vostri grazii sunu spissu.

2 Coro
Nu a da scurari sta jurnata
c'amma essiri cunsulati.

Il 3 di maggio si dice

Arma mia pensaci beni,
pensa a lu jurnu ca amma muriri.
Lu munti Beriu amma passari,
lu nimicu amma 'ncuntrari.
Tu lu sa socchi cc'ia diri,
ca lu jurnu di li santi cruci
dissi mille e cintu voti:
Gesù, Santi Cruci aitutatimi vu!

Bibliografia per i cenni storici e gli approfondimenti

- DI NATALE M.C., Le croci dipinte in Sicilia: l'area occidentale dal XIV al XVI secolo, Palermo, Flaccovio Editore, 1992.

- NICOLETTI R., LALOMIA A., Storia del territorio di Pietraperzia: dalle origini agli aragonesi, Caltanissetta, Lussografica, 1982.


Flavio Mela